Media & Regime

Strappare la maschera al potere

Vado a un incontro con due più che stimabili magistrati – Antonio Ingroia e Armando Spataro – intervistati in pubblico da una coppia di giornalisti agli antipodi: Gianni Barbacetto per Il Fatto Quotidiano e Stefano Zurlo de Il Giornale. E – grazie a quest’ultimo – traggo l’ennesima riprova del meccanismo a “due marce” con cui la strategia comunicativa del berlusconismo rimodella la realtà a proprio vantaggio (e a scapito della realtà stessa): il format della iena e – in alternativa – quello “vecchia zia”.

Il pubblico presente, in prevalenza orientato a favore della legalità, configurerebbe per il cronista del quotidiano di Casa Berlusconi una situazione da agnello nella fossa dei leoni. Perciò Zurlo adotta le modalità in apparenza concilianti di una cara vecchietta: “sono per le battaglie, non per le guerre”. Ma dietro il mellifluo si nasconde la mela avvelenata, offerta a Biancaneve dalla strega celata nei panni della canuta saggezza: “non sarà che con le vostre indagini tentate di aggredire il Potere?”. Nonostante la soavità dei toni, messaggio chiarissimo: la Magistratura come contropotere, dunque finalizzata ad attività sovversive.

Se fosse presente un Montesquieu redivivo potrebbe sbattergli in faccia quanto il sedicente liberale dovrebbe considerare l’ABC: la divisione dei poteri propugnata da tre secoli di Costituzionalismo – appunto, liberale – discende dall’irrinunciabile esigenza di creare contrappesi nel Potere tripartendolo, per evitarne gli abusi. E tacerlo dimostra solo indifferenza/connivenza davanti al massacro in corso di ogni controllo di legalità ad opera dell’Esecutivo.

Ma Barbacetto, Ingroia e Spataro sono tre veri gentiluomini, per cui si astengono dallo strappare alla strega-Zurlo la maschera dietro la quale gabella frutti mortali come manifestazioni di preoccupato buonsenso. Quando – invece – andrebbe combattuta ribaltando i termini truccati con cui pretende di affatturare le vicende: il sortilegio spezzato infrangendo lo specchio che riflette immagini stregate. Il mezzo c’è: esorcizzare le formule del maleficio con parole di verità capaci di oltrepassare le finzioni. Fuori dalla visione magica del mondo e andando giù piatto: rovesciando il tavolo da gioco su cui il baro ha disposto le sue carte truccate.

Fermo restando che se il contesto fosse stato diverso, la modalità soft (leggi manipolazione tramite il ciarpame illusionistico) sarebbe stata sostituita immediatamente da quella hard: la beceraggine intimidatoria della iena.

Qui sta il punto: tanto dietro al soft come all’hard – di cui si diceva – c’è una avvenuta mutazione che rende impunemente praticabili entrambe le strategie. E questa non è altro che la legittimazione, nel corso degli ultimi decenni, del “plebeo” come tratto costitutivo della nuova Tavola dei Valori che orientano i comportamenti. L’involgarimento della nostra vita civile a ogni livello. Che va dai comportamenti alle argomentazioni. Una questione che dall’estetica tracima nell’etica.

Insomma, qui si è accreditata la maleducazione; come vediamo ogni giorno nella gioiosa irruzione dei SUV, le macchine over size devastatrici delle nostre città di storia e d’arte; come nella sistematica distruzione degli arredi urbani e dell’indifferente insozzamento dello spazio pubblico (se è pubblico, chi se ne frega…).

Una soddisfatta protervia che dilaga nel discorso pubblico trasformandolo in caciara, in rissosità da urlatori nel mercato ittico rionale.

Nient’altro che i tratti di una neoborghesia a cui è stato spiegato che il becero è pop e il suo contrario vecchiume. Ma questo non avviene per un cedimento al lassismo delle antiche regole del decoro. È l’effetto di un’operazione finalizzata a valorizzare le moltitudini consumistiche, acquirenti della mediocrità prodotta in serie (illudendole di essere espressive del nuovo gusto, quando – in effetti – sono soltanto eterodirette). Per questo il jeans diventa abbigliamento promosso come cult in quanto può essere prodotto in milioni di esemplari. Per questo i suoni venduti dall’industria discografica anglo-americana costituiscono la colonna sonora del tempo. Per questo l’insapore panino con polpetta assurge a portabandiera di un modo aggiornato di alimentarsi: fast e smart.

Tali moltitudini manipolate diventano la massa di manovra di una ristrutturazione del mondo, che vede la saldatura collusiva della nuova tripartizione del Potere: Mediatico, Finanziario e Governamentale. Con il becero/ciarpame accreditato a fare da collante ideologico-identitario.

Un Potere insofferente a ogni forma di controllo, specie in quanto ingloba al proprio interno anche il grande malaffare organizzato. Nei cui confronti ci sono due posizioni: dichiararne l’ineluttabilità (come faceva Pietro Lunardi, proponendo la convivenza persino con le Mafie); tentare di opporsi, come parte della magistratura continua a fare.

Ma per avere una qualche speranza di successo, deve evitare di muoversi sul terreno disegnato dall’avversario; zia o iena che sia.