Cultura

Questo blog parlerà di.

Questo blog parlerà di narrazione. Di che cosa significa narrare (teoria) e di come si può imparare a farlo (tecnica). E’ bene confessarlo subito: questo sarà un blog di parte e, in alcuni casi, anche un blog partigiano. In primo luogo, perché chi lo scrive ha un’idea molto personale della narrazione. In secondo luogo, perché occuparsi di narrazione significa svelare (e quindi denunciare) molti dei meccanismi di plagio a cui siamo quotidianamente sottoposti.

Ma cominciamo dal primo punto. Narrare significa raccontare una storia. Questo ci viene per lo più insegnato a scuola e questo leggiamo in molti manuali di scrittura creativa. A ben vedere, però, una narrazione si compone sempre di due elementi fondamentali. La Storia e il Mondo. Ogni storia, infatti, è ambientata in un mondo (fisico, sociale, culturale, politico, religioso, professionale, relazionale, ecc.) e, proprio dal suo mondo, assume concretezza e originalità. Partendo da questo presupposto, allora, sarà possibile ampliare la concezione tradizionale e sviluppare un nuovo approccio teorico (secondo il quale, riformulando l’affermazione iniziale, narrare significa raccontare un mondo attraverso una storia).

Veniamo, così, al secondo punto. Ogni giorno, senza esserne consapevoli, siamo fruitori (e a volte vittime) di narrazioni. Tutto ciò che è proposto dai media ha una struttura e una funzione narrativa. Il pericolo che corriamo è assorbire, più che storie poco edificanti, nuove rappresentazioni del mondo. Per usare una facile metafora, il rischio è ritrovarci davanti agli occhi delle lenti colorate e deformanti, attraverso cui siamo convinti di guardare alla Realtà quando invece stiamo osservando soltanto una delle sue possibili ricostruzioni (o, appunto, deformazioni).

“La narrazione”, dice lo psicologo statunitense Jerome Bruner, “organizza l’esperienza”. Proprio per questo, è utile conoscere e ri-conoscere i processi narrativi, invece di applicarli e subirli in maniera passiva. Per raggiungere una maggiore consapevolezza individuale e anche, di conseguenza, per non divenire complici involontari di narrazioni collettive semplicistiche, nichiliste o, in alcuni casi, addirittura criminogene. Considerati i tempi, e concedendomi forse un’esagerazione, si potrebbe dire che in gioco c’è la nostra stessa autonomia e indipendenza. La nostra capacità di essere dei soggetti critici e, pertanto, liberi.

Perché siamo tutti narratori. Perché narriamo, e siamo narrati, ogni giorno. Perché narrare significa, letteralmente, scegliere in quale mondo desideriamo vivere la nostra storia.

P. S. Un giorno, un mio amico inglese, mi disse che i narratologi si riconoscono dalla loro insana passione per i grafici e gli schemi. Per fortuna (o purtroppo), il sottoscritto non appartiene alla celeste genia dei narratologi (che, per intenderci, annovera geni come Todorov, Propp e Genette) ma a quella più terrena dei metanarratori o narratori che si interrogano sulla narrazione e i suoi meccanismi (non so se il termine metanarratori sia il più corretto, ma mi sembra renda bene l’idea). A me piace scrivere, e come una qualsiasi altra persona a cui piace fare una cosa, mi chiedo costantemente come farla meglio. Quindi leggo, studio e glosso (glosso veramente molto). Nonostante come studioso abbia umili origini, non sfuggo però alla compulsione schematizzatrice, che ho ben pensato di riversare anche su questo blog dividendolo in tre sezioni:

Che il viaggio dell’eroe (cit.) abbia inizio,

P.