La posta in gioco al G20

Il primo pensiero è che questi vertici internazionali siano sempre inutili. Oggi si apre il weekend che vede riunirsi in Canada prima il G8 poi il G20, che è quello che conta davvero. Subito si rimette in moto il solito canovaccio, con le ong che avanzano le stesse richieste ogni volta e presentano le solite denunce (tipo che i Paesi ricchi non versano mai gli aiuti promessi a quelli poveri).

Questa volta però la posta in gioco è alta. Anzi, altissima. “Spero che potremo confermare questi progressi coordinando i nostri sforzi per promuovere la crescita economica, attuare le riforme finanziarie e rafforzare l’economia globale”, ha detto ieri il presidente americano Barack Obama appena arrivato in Canada. Che è un modo abbastanza diretto per dire che l’Europa deve stare attena a quello che fa. A Toronto, infatti, si scontrano due approcci opposti a questa fase della crisi.

Da un lato c’è l’Europa che, guidata dalla Germania, è convinta che il modo giusto per uscire dalla crisi del debito pubblico (che agita i mercati) sia un’austerità drastica, con più tasse e meno spese, che permette di risanare in fretta i bilanci ma rischia di far sprofondare di nuovo tutto il continente in recessione.

Dall’altro c’è l’approccio americano: il problema del debito si risolve scatenando la crescita, non stringendo la cinghia. Solo se migliorano le prospettive a lungo termine di un Paese, infatti, i mercati si calmano davvero e gli investitori prestano soldi senza troppe ansie (e quindi a tassi di interesse più bassi).

Chi ha ragione? Obama o Angela Merkel? La priorità è tassare le banche o permettere alle imprese di ripartire, fare utili e creare posti di lavoro?

La risposta è, ovviamente, dipende. Applicare la ricetta americana in Europa rischia di non funzionare, perché è tutto più macchinoso, le imprese faticano, diventare imprenditori è molto più difficile. Ma anche gli Stati Uniti, senza un minimo di rigore finanziario, rischiano in ogni momento di finire vittima di un’ondata di panico sul mercato dei titoli obbligazionari.

La cosa peggiore di tutte – ed è questo che il G20 dovrebbe evitare – è che mentre alcuni fanno sacrifici, altri ne approfittino per guadagnare quote di mercato e di potere, creando nuovi squilibri. Purtroppo gli incentivi a cooperare sono pochissimi e, anche questa volta, si rischia che ognuno vada per la sua strada. Alle conseguenze ci si penserà al prossimo summit. Ma senza un’intesa su un approccio comune, dice il Fondo monetario internazionale, ci sono 30 milioni di posti di lavoro a rischio.


Il primo pensiero è che questi vertici internazionali siano sempre inutili. Oggi si apre il weekend che vede riunirsi in Canada prima il G8 poi il G20, che è quello che conta davvero. Subito si rimette in moto il solito canovaccio, con le ong che avanzano le stesse richieste ogni volta e presentano le solite denunce (tipo che i Paesi ricchi non versano mai gli aiuti promessi a quelli poveri).

Questa volta però la posta in gioco è alta. Anzi, altissima. “Spero che potremo confermare questi progressi coordinando i nostri sforzi per promuovere la crescita economica, attuare le riforme finanziarie e rafforzare l’economia globale”, ha detto ieri il presidente americano Barack Obama appena arrivato in Canada. Che è un modo abbastanza diretto per dire che l’Europa deve stare attena a quello che fa. A Toronto, infatti, si scontrano due approcci opposti a questa fase della crisi.

Da un lato c’è l’Europa che, guidata dalla Germania, è convinta che il modo giusto per uscire dalla crisi del debito pubblico (che agita i mercati) sia un’austerità drastica, con più tasse e meno spese, che permette di risanare in fretta i bilanci ma rischia di far sprofondare di nuovo tutto il continente in recessione.

Dall’altro c’è l’approccio americano: il problema del debito si risolve scatenando la crescita, non stringendo la cinghia. Solo se migliorano le prospettive a lungo termine di un Paese, infatti, i mercati si calmano davvero e gli investitori prestano soldi senza troppe ansie (e quindi a tassi di interesse più bassi).

Chi ha ragione? Obama o Angela Merkel? La priorità è tassare le banche o permettere alle imprese di ripartire, fare utili e creare posti di lavoro?

La risposta è, ovviamente, dipende. Applicare la ricetta americana in Europa rischia di non funzionare, perché è tutto più macchinoso, le imprese faticano, diventare imprenditori è molto più difficile. Ma anche gli Stati Uniti, senza un minimo di rigore finanziario, rischiano in ogni momento di finire vittima di un’ondata di panico sul mercato dei titoli obbligazionari.

La cosa peggiore di tutte – ed è questo che il G20 dovrebbe evitare – è che mentre alcuni fanno sacrifici, altri ne approfittino per guadagnare quote di mercato e di potere, creando nuovi squilibri. Purtroppo gli incentivi a cooperare sono pochissimi e, anche questa volta, si rischia che ognuno vada per la sua strada. Alle conseguenze ci si penserà al prossimo summit. Ma senza un’intesa su un approccio comune, dice il Fondo monetario internazionale, ci sono 30 milioni di posti di lavoro a rischio.