Cronaca

L’Aquila sta morendo

Le città sono fatte di vita e di pietra. Di uomini e palazzi. Qui sono rimaste soltanto le persone. Stanno vicine, unite da quel nome, L’Aquila, dal bisogno di sentirsi ancora comunità. Ma quanto durerà? L’Aquila sta morendo.

A guardarla oggi – la mattina, quando la vita si risveglia – ti sembra un formicaio scoperchiato, migliaia di persone, di automobili che si aggirano senza una direzione precisa. A ogni incrocio un ingorgo.

L’emergenza, la vita sotto le tende della Protezione Civile, è quasi finita. Sono andati via i giornalisti. L’Aquila è rimasta sola, con i suoi abitanti che sventolano le bandiere nere e verdi, che ripetono un nome cui non si sa più esattamente che cosa corrisponda. Giuseppina Tagliavento, una pensionata di 74 anni, nominando la sua città istintivamente alza lo sguardo verso il colle del centro storico. Ma lassù ci sono palazzi imballati dalle impalcature.

L’Aquila adesso è sparsa per decine di chilometri quadrati insieme con i suoi abitanti. La Procura è in un palazzo blu elettrico che sembra la casa dei Puffi. Siamo a Bazzano, un comune a cinque chilometri tra campi con le macchie rosse dei papaveri e una distesa di concessionari d’auto. Per trovarla ci vuole tempo. Al primo tentativo ti infili in un supermercato, al secondo in un negozio di attrezzi da giardino. Alla fine vedi sventolare il tricolore e trovi giudici e avvocati con la toga che si aggirano negli uffici tra i prati.

Verrebbe quasi da sorridere per la capacità di adattamento dell’Aquila che non si arrende. Poi ti accorgi che questo non è l’inizio della rinascita, ma piuttosto della fine: l’emergenza sta lentamente scivolando in normalità, il provvisorio diventa definitivo. Il pericolo è che il centro storico sia abbandonato anche dal cuore della gente.

Basta una giornata qui per rendersene conto. Si vive ormai a bordo dell’auto. Camilla Inverardi è architetto, come suo padre. “Avevo la casa e l’ufficio in pieno centro”, racconta. Cerca di sorriderne: adesso lo studio è in mezzo alla campagna. I guai continuano quando cerchi gli uffici pubblici per presentare un progetto. “Dov’è l’assessorato alle Attività Produttive?”, chiede Camilla ai colleghi. E’ in un condominio della periferia, sopra un supermercato. Gli uffici del Comune sono sparsi da Coppito al Torrione. Per trovarli devi chiamare il centralino, ma la situazione cambia ogni giorno. E la Provincia? “Molti uffici sono ancora nei container”, racconta Massimo Cialente, il sindaco dell’Aquila.

Provate voi a cavarvela. Le ditte con cui lavoravate non ci sono più, trasferite o chiuse. Ma la gente dell’Aquila è così, seria come chi vive in mezzo alle montagne, ma capace di lampi di ironia. Aliena dall’autocommiserazione. Allora il nuovo studio si chiama “Terrae Mutatae”. Per la pausa pranzo si va nel bar della famiglia Specchio: è crollato, ma ci si ritrova in una casetta di legno o a mangiare pane e salame sotto un pergolato. Soltanto se glielo chiedi ti parlano della notte del 6 aprile e cercano di sorridere – con gli occhi lucidi, però – raccontando di quando Sandro Verlinghieri ha tirato fuori la figlia viva dalle macerie e… via è corso in autostrada verso l’ospedale di Firenze, in pigiama, coperto di calce.

L’Aquila non trova più il suo centro, sembra disegnata da un compasso che ha perso il perno. Ci vuole la tenacia della gente per non mollare. Una volta andavi in corso Vittorio Veneto e trovavi tutto. C’erano il bar Eden e il bar del Corso con la sua sala da tè dove per generazioni gli aquilani si sono incontrati. Adesso le vetrine sono impolverate, sbarrate da reti metalliche. “I miei amici si sono sparsi dappertutto. E io non ho la macchina”, Emilio Granito, pensionato delle Poste, scrolla le spalle scarne sotto la giacca. Si aggira per le strade di Pettino, ma non sa con chi parlare di Italia-Paraguay. In questa periferia follemente cresciuta sulla faglia del terremoto, non trovi un negozio e un bar per chilometri. Ecco un altro problema: gli anziani.

Non solo loro, però. L’Aquila era città giovane, di universitari. E’ un miracolo se su 27mila studenti ne sono rimasti 22mila. Ma è dura: aule e istituti sono sparsi ovunque. Il problema più grosso, però, sono le case. Chi può si è sistemato nei paesi intorno. Gli altri sono diventati pendolari. “Il giovedì sera era uno spettacolo, migliaia di ragazzi a mangiare e divertirsi”, racconta Giulia, 18 anni, studentessa di ingegneria, camminando in via del Corso. Parla come se ascoltasse ancora l’eco di quelle voci. Invece anche a mezzogiorno c’è un silenzio che senti il tuo respiro.

Ecco palazzo Quinzio, poi ci si infila in via Bafile. Qui dal 1938 c’era la libreria Colacchi: 40mila volumi sugli scaffali di legno. Adesso è in un centro commerciale. Panarelli, in piazza Palazzo, dove L’Aquila che conta si comprava i vestiti, è deserto. Così anche Sista, Mazzitti e Sordini. Qui venivi per comprare o per appiccicare il naso contro le vetrine. Tutti trasferiti in un edificio che doveva essere un garage.

I vestiti belli li trovi ancora, rischi di non trovare L’Aquila. La vita si è trasferita nei centri commerciali. E di sera si va in viale della Croce Rossa. Adesso, in queste notti che il vento dai monti porta profumi di prato, i ragazzi si incontrano nello stradone dove c’erano magazzini e gommisti. Qui sono riusciti a rinascere ristoranti, bar e pub. Vedendo Mario e Lucia che si abbracciano sotto l’insegna di un distributore pensi che la vita è più forte della tragedia. Ma non è vero, non del tutto. Il terremoto ha vinto: si è portato via la folla vociante che la domenica mattina dopo la messa in duomo si riversava nella piazza. E addio al teatro comunale con i suoi palchi dove cercavi i volti degli amici: per gli spettacoli è rimasto il “ridotto”. Per i concerti si va alla Caserma della Finanza di Coppito. Fa un certo effetto vedere la gente che arriva per un quartetto: signore vestite da sera, uomini in abito scuro. Non è solo questione di stile, si cerca di salvare l’idea della comunità.

Intanto, però, all’ingresso di corso Vittorio alle undici di sera l’esercito chiude i cancelli. La città resta sola, con un branco di cani randagi a farle da guardia.