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Il limbo dei collaboratori afghani nei resort in Albania: in attesa dei visti, pagano gli Usa. “Stiamo bene, ma vogliamo tornare a vivere”

Aprile 2024, spiaggia di Shengjin, Albania. Il sole cuoce la sabbia e la temperatura, sin da inizio mese, si aggira sui 30 gradi di media con punte fino a 35 nelle ore più calde. Un’ondata di caldo estivo prematuro. La stagione balneare partirà a fine maggio, con il caos assoluto a luglio e agosto. Eppure i primi amanti della tintarella, i locali in attesa dell’invasione di turisti dal vicino Kosovo, fanno capolino sull’arenile della rinomata località turistica. Qualche lettino e ombrellone, pochi bagni e il 90% delle strutture ricettive ancora con la saracinesca abbassata. A provocare gioiosa confusione è un pugno di bambini vestiti con i caftani tipici del loro Paese, impegnati in un gioco simile al cricket. Hanno tra i 5 e 14 anni, i tratti multietnici del complesso puzzle afghano.

Questi ragazzini fanno parte delle centinaia di afghani ospitati dall’inverno 2021-22 a spese degli Stati Uniti nei resort della baia, mentre sui naufraghi del Mediterraneo portati qui dall’Italia resta un enorme punto interrogativo. In effetti la prima, vera convivenza tra la comunità locale della regione di Zadrima, con Lezhe capoluogo della prefettura, e gli stranieri procede abbastanza bene. Stiamo parlando delle migliaia di persone provenienti dall’Afghanistan arrivate negli ultimi due anni e mezzo con i voli da Dubai a Tirana ogni venerdì. Gruppi familiari in transito verso Stati Uniti e Canada nell’ambito di un accordo legato alla drammatica caduta del governo di Kabul e del sostegno internazionale Nato nell’agosto 2021 sotto la pressione, tutt’altro che irresistibile, dei Talebani. Da allora gli Stati Uniti li stanno aiutando a uscire dall’Emirato Islamico per trasferirsi con le loro famiglie in Nord America. Prima il passaggio temporaneo in Albania dove fare richiesta del visto. Doveva essere una procedura a tempo, massimo un anno, in realtà va avanti senza sosta da anni.

La spiaggia è all’ombra dell’enorme e lussuoso complesso turistico Rafaelo, tra hotel e resort. All’interno dei moderni palazzoni c’è un cortile costellato di piscine all’aperto, viali pedonali, siepi ben tenute, panchine e tavolini dove profughi e turisti (ancora in minoranza, ma da giugno a fine agosto saranno a migliaia) trascorrono le giornate già afose. Del complesso fa parte anche l’Executive & Spa, un hotel a 5 Stelle davanti al cui ingresso è stata eretta una copia fedele della Statua della Libertà – con tanto di basamento – alta venti metri.

Proprio qui parliamo con Jailan, ingegnere informatico di Kabul: “Sono arrivato a Shengjin due mesi fa assieme a mia moglie e due figli e presto le autorità statunitensi dovrebbero concederci il visto per partire alla volta della Virginia, dove vive mio cugino. Ci appoggeremo lì. Qui si sta bene, i bambini possono giocare, siamo liberi di andare ovunque e non ci manca nulla, ma non vogliamo restare in Albania”. Da oltre 30 mesi gli States pagano al proprietario del resort, con l’intermediazione del governo albanese, vitto e alloggio per le famiglie afghane, un pocket money di 50 euro a settimana per ogni singolo membro, varie ed eventuali. Impossibile quantificare quanti cittadini afghani siano transitati da qui, basti pensare però che in media a Shengjin sono ospitate 3-400 persone al giorno e che settimana dopo settimana ci sono gli avvicendamenti. Una cifra di denaro incalcolabile che solo Paesi come Stati Uniti e Canada possono sostenere: “All’inizio erano tutti contrari alla presenza dei profughi dall’Afghanistan, compreso il proprietario del Rafaelo – racconta a Ilfattoquotidiano.it un imprenditore di Shengjin, come tutti in Albania desideroso di mantenere l’anonimato per evitare conseguenze – Quando poi gli Usa hanno presentato il progetto è stato lui stesso a chiedere di prorogare l’accordo. Alla fine con gli afghani guadagna molto di più, dodici mesi l’anno, che con i turisti che chiedono servizi solo per un quarto del tempo. È diventato un business per lui e altri hanno chiesto e chiedono di poterci entrare”.

Jailan ha perfezionato il suo inglese durante il suo lavoro con la Nato: “Mi occupavo di sistemi e reti informatiche – aggiunge il giovane padre di etnia tagika – La crisi è stata improvvisa e in poche settimane siamo piombati in un incubo. Dalla fine del 2021 ho cercato di lasciare l’Afghanistan. Ci sono riuscito sei mesi fa. Alle autorità ho detto che andavamo a Dubai per turismo, ma non siamo mai più rientrati e mai torneremo, il nostro futuro è in America. Noi staremo qui tre mesi, altri non riescono a ricevere il visto e aspettano da due anni”. Alcuni di loro, visto il perdurare dell’attesa, hanno trovato lavoro nel settore della pesca e della ristorazione: “Gli afghani sono ok – confida il titolare di una pizzeria sul lungomare – Sono seri sul lavoro, rispettosi e non creano problemi”.