Politica

L’immagine di Berlinguer sulle tessere Pd è una scelta acuta, ma spero non c’entri il marketing

Onestamente bisogna riconoscere che fa un certo effetto ritrovare il sorriso dolce del segretario Enrico Berlinguer sulla nuova tessera del Pd, in particolare per chi come il sottoscritto ha vissuto da giovane comunista la straordinaria stagione che dalla prima metà degli anni Settanta fino alla sua morte, quel maledetto 11 giugno 1984, ha rappresentato uno dei periodi più fecondi, intensi e drammatici della storia del nostro Paese, della sinistra e specificamente del Partito comunista italiano.

Dovemmo in seguito patire, dalla sua scomparsa in avanti, tutti gli eventi che hanno condotto all’attuale situazione, ivi compreso il lungo oblio in cui è stata confinata per molteplici ragioni, spesso indicibili, proprio la sua figura: nessuno può tralasciare il pamphlet Dimenticare Berlinguer che la solerte e autorevole Miriam Mafai scrisse, come epitaffio non benevolo, a suggello di quella che venne definita efficacemente da Aldo Tortorella come la “damnatio memoriae”: la scelta di rinunciare al dibattito aperto e critico sulle vicende che avevano condotto allo scioglimento del partito in cui prevalse lo spirito del “cupio dissolvi”, ovvero di mettere la storia recente in soffitta per le più concrete e pragmatiche esigenze politiche del momento; all’inseguimento di una nuova identità sempre più eclettica, oscillante, irrisolta, nonostante l’iniezione di potenti dosi di accesso al potere esecutivo – o forse proprio per questo.

E d’altro canto non sorprende che la scelta della segretaria Elly Schlein di stampare quella tessera susciti critiche, borbottii, insieme ovviamente a gratitudine in chi, tra i molti iscritti al Partito democratico, conserva nostalgicamente il ricordo del segretario più amato. Scelta acuta che auspico non sia dettata da mere ragioni di marketing politico-elettorale.

Gli ex democristiani di ogni possibile specie e tutti gli altri ex qualcosa, che costituiscono l’attuale struttura soprattutto dirigenziale del partito, contano numerose famiglie, gruppi, sottogruppi provenienti attraverso vie tortuose e imperscrutabili dalle più svariate scissioni, dissoluzioni, scomposizioni e ricomposizioni di partiti, partitini, movimenti ecc. mai vissute in altra esperienza simile: dai repubblicani ai liberali, passando per socialisti e socialdemocratici, indipendenti, ex rivoluzionari, ambientalisti e nuclearisti, formano un arcipelago di microidentità che hanno finora impedito a questo partito di giungere a maturare una solida e convincente rappresentazione di quale sia la sua visione e missione politica, se si escludono ovviamente le generali definizioni di progressisti e assai velatamente di sinistra.

Nel testo L’ultimo partito, dieci anni di partito democratico di Paolo Natale e Luciano M. Fasano, per G. Giappichelli editore, è ricostruita una mappa illuminante delle variegate transumanze politiche verso il Pd. Non è un caso se proprio quella cultura politica che con Berlinguer raggiunse l’apice, che univa solida analisi critica della realtà e radicamento sociale attraverso il marxismo dialettico, con una visione progressiva ed espansiva della democrazia che si rivolgeva alle altre culture politiche costituzionali, aveva prodotto la più grande crescita di consensi al partito, ed è stata poi marcatamente emarginata e infine espunta nel nuovo corso inaugurato dalla svolta occhettiana.

Non credo e spero che Elly Schlein si accontenti di mostrare gli occhi di Berlinguer, e che intenda costruire un nuovo partito che sappia riconnettere le migliori radici con l’indispensabile proiezione al futuro. Certo il suo cammino non è poco accidentato, osservando le vicende che riportano proprio al frazionamento feudale di cui è ammalato il partito, da lei stigmatizzato all’inizio del mandato e che ora fronteggia.
Chi segue senza malevoli pregiudizi, ma con purtroppo collaudato disincanto, tifa perché dal poliforme ammasso, grazie ad energie e menti nuove e pulite, maturi un soggetto su cui si possa finalmente fare affidamento; ma ciò non può avvenire attraverso un cambiamento effimero che non vada alla radice dei problemi costitutivi.