Diritti

“Il corpo come passaporto: l’incubo biometrico al centro del sistema di accoglienza dell’Ue”. L’analisi dell’European Digital Rights

Il prossimo 10 aprile, il Parlamento europeo darà il via libera definitivo al nuovo patto sulle migrazioni. All’interno del testo si prevede anche la riforma dell’Eurodac, il database utilizzato per la gestione dei flussi di persone ai confini: l’intervento prevede, tra le altre cose, l’abbassamento dell’età per la sorveglianza biometrica sui migranti da 14 a 6 anni. Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Laurence Meyer e Chloé Berthélémy (EDRI – European Digital Rights).

Il 10 aprile 2024 l’Unione Europea voterà una nuova serie di riforme in materia di migrazione. Tra le tante modifiche controverse proposte nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, una in particolare sembra essere passata inosservata: la riforma, apparentemente innocua, dell’EURODAC, la banca dati dell’UE per gestire i flussi migratori.

Diverse associazioni e rappresentanti della società civile hanno motivo di temere che le modifiche proposte per l’EURODAC (European Asylum Dactyloscopy Database) possano contribuire significativamente all’aumento della violenza contro coloro che si spostano ai confini.

La riforma dell’EURODAC, la cui istituzione risale a vent’anni fa, trasformerà il database in una vera e propria arma tecnologica, espressione delle politiche migratorie già ostili dell’UE. L’EURODAC sfrutterà le più immorali tecnologie di sorveglianza esistenti – ossia quelle che consentono la cattura, l’elaborazione e l’analisi dei dati biometrici – per permettere agli Stati Membri di avere il pieno controllo sul corpo e sui movimenti dei migranti.

Biometria per il controllo delle persone nere
Con la raccolta dei dati biometrici, per molti il corpo è da tempo diventato un “passaporto” personale. Per “biometria” s’intende il processo di creazione di dati a partire dalle caratteristiche biologiche o fisiologiche di una persona. Impronte digitali, immagini facciali e scansioni dell’iride sono tra le tipologie di dati biometrici più utilizzate dai governi per identificare in modo univoco una persona.

Storicamente, l’identificazione di ogni singolo individuo è fondamentale per l’organizzazione del controllo statale e del potere sulla popolazione. In particolare, consente alle autorità governative di rintracciare, monitorare e limitare i movimenti delle persone.

Non sorprende che la biometria stia diventando il fulcro dell’espansione dei sistemi di sorveglianza tecnologica degli Stati e, ancor meno, che stia diventando parte delle politiche di controllo dell’immigrazione. L’origine stessa della sorveglianza biometrica è da ricercare nelle pratiche coloniali di supremazia e discriminazione nei confronti di determinati gruppi di persone.

In passato, fu la tratta transatlantica degli schiavi a fornire l’occasione per sviluppare tecnologie per marcare, identificare e rintracciare i prigionieri africani come proprietà su scala globale.

I metodi di identificazione forense, che comprendevano la descrizione dettagliata delle caratteristiche facciali e corporee, le impronte digitali e le fotografie dei sospetti criminali, venivano applicati principalmente nelle colonie dell’Impero francese per garantire l’ordine e la continuità del regime coloniale. Allo stesso modo, i colòni britannici fecero partire il primo programma di identità biometrica su larga scala, che raccoglieva le impronte digitali dei residenti dell’India conquistata.

Ecco quindi come la registrazione biometrica in quanto sostituto dei documenti d’identità è diventata presto realtà per i corpi delle persone nere, specialmente per coloro che transitano al confine.

Le politiche dell’Unione Europea non sono che la continuazione di questa Storia draconiana. Basti pensare che la prima banca dati biometrica centralizzata dell’UE, l’EURODAC appunto, è stata creata per controllare i movimenti secondari dei richiedenti asilo all’interno dell’UE e per monitorare le persone che attraversano irregolarmente le frontiere esterne.

Con la riforma in corso, l’identificazione di massa e sistematica dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti mediante il trattamento dei dati biometrici diventerà la pietra angolare del disumano sistema di asilo dell’UE.

La riforma dell’EURODAC peggiorerà i danni delle politiche migratorie (già violente) dell’UE
Nonostante la riforma proposta sia stata presentata come un «mero tecnicismo», il cambiamento in atto ha una connotazione in realtà fortemente politica: infatti, codificherà all’interno della tecnologia il trattamento violento riservato ai migranti nell’UE. Ciò faciliterà enormemente fenomeni quali criminalizzazione sistematica, detenzione in condizioni simili a quelle del carcere ed espulsione rapida.

Una delle modifiche che potenzialmente ampliano il campo di applicazione dell’EURODAC consiste nel catturare le immagini del volto delle persone (oltre alle impronte digitali).

Secondo i politici responsabili, la raccolta di ulteriori dati biometrici sarebbe giustificata dal fatto che alcuni richiedenti asilo, in passato, hanno volontariamente bruciato o danneggiato le dita per alterare le impronte digitali ed evitare l’identificazione.

Per coloro che transitano ai confini, l’identificazione comporta il rischio imminente di essere trattenuti, rispediti in un altro Stato dell’UE che magari hanno appena lasciato – in genere a causa delle pessime condizioni di accoglienza e delle scarse possibilità di integrazione – o di essere trasferiti nei cosiddetti «Paesi terzi sicuri», dove rischiano persecuzioni e torture.

Se le persone sono costrette a farsi del male per evitare l’identificazione, non è forse il caso di riconsiderare le politiche migratorie, rendendole più umane? Non per l’UE, che ha deciso di continuare a sorvegliare e a terrorizzare i migranti.

L’EURODAC si sta inoltre trasformando in uno strumento di sorveglianza di massa, prendendo di mira un numero sempre maggiore di persone, compresi i bambini di 6 anni. I deboli tentativi di esigere che la raccolta dei dati avvenga in modo «child-friendly» non sono stati sufficienti a cambiare l’esito della riforma. I bambini saranno sottoposti a una procedura gravemente invasiva e ingiustificata, che di fatto li stigmatizzerà.

Si consideri che nell’UE, i minori di 16 anni non sono nemmeno in grado di acconsentire liberamente al trattamento dei loro dati personali ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Tuttavia, ai bambini migranti verranno scansionati i volti e rilevate le impronte digitali nei campi di frontiera e nei centri di detenzione.

Inoltre, le autorità di polizia potranno accedere ai dati dell’EURODAC senza dover rispondere a (quasi) nessuna condizione, trattando tutti i migranti con presunzione di illegalità.

La riforma dell’EURODAC esemplifica i “due pesi e due misure” dell’UE
L’uso della sorveglianza biometrica nell’EURODAC ha un solo scopo: aumentare il potere e il controllo sui migranti, resi socialmente vulnerabili da politiche e pratiche migratorie immorali. Si tratta di un impiego della tecnologia invasivo, sproporzionato alle reali esigenze dei governi e in pieno contrasto con gli elevati standard europei per la protezione dei dati personali.

L’UE sta esplicitamente elaborando un regime di eccezione nell’ambito del proprio quadro giuridico, secondo il quale ai migranti spetterebbe un trattamento differenziato rispetto ai cittadini europei.

La riforma dell’EURODAC è sintomo di una tendenza europea in rapida diffusione, quella della criminalizzazione e della logica della “polizia”. L’UE unisce erroneamente i concetti di gestione dei flussi migratori e lotta alla criminalità considerando le persone in cerca di aiuto come minacce alla sicurezza di stato. Questo sguardo incriminante porta a presupposti discriminatori, che hanno come conseguenza l’iper sorveglianza e l’individuazione di migranti e minoranze etniche come obiettivo.

Con l’enorme diffusione delle banche dati centralizzate, di cui l’EURODAC è un esempio lampante, l’UE non può più nascondere le sue politiche da “due pesi e due misure”.

Di Laurence Meyer, Chloé Berthélémy (EDRI – European Digital Rights)