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Quando Roma dominava nel basket: Bianchini racconta la Coppa dei Campioni vinta 40 anni fa

La voce di Aldo Giordani e le immagini su You Tube del trionfo del Banco di Roma, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona (79-73), sul parquet dell’arena di Ginevra, emozionano ancora, quarant’anni dopo quel memorabile 29 marzo 1984. Il basket di Roma salì sul tetto d’Europa dopo lo storico scudetto 1982-83. Il 23 settembre 1984, sarebbe arrivata la Coppa Intercontinentale, a San Paolo, in Brasile: Roma Caput Mundi. A ripensarci oggi, con la Virtus Roma inghiottita da una crisi profonda che ha portato allo scioglimento nel 2020 e alla ripartenza dalla serie C Gold nel 2021, le glorie di quello squadrone vanno inserite nell’album delle maggiori imprese dello sport italiano. I nomi di quel gruppo di atleti e di uomini veri: in panchina il “Vate” Valerio Bianchini, in campo il fenomeno Larry Wright, il capitano Fulvio Polesello, il talentuoso testaccino Enrico Gilardi, Renzo Tombolato, Clarence Kea, il compianto Marco Solfrini, Paolo Salvaggi, Gianni Bertolotti, Giuseppe Grimaldi e un giovanissimo Stefano Sbarra che, nella finale di Ginevra, dopo una rimonta incredibile, realizzò due tiri liberi decisivi.

L’artefice di quell’impresa fu Valerio Bianchini, approdato a Roma nell’estate 1982. Dal 1974 al 1979 aveva guidato la Stella Azzurra. Nel 1979 si era trasferito a Cantù per cogliere i primi trionfi: lo scudetto e la Coppa delle Coppe 1980-81, la Coppa dei Campioni 1981-82. Quella di Bianchini fu una scelta fortemente voluta dal presidente del Banco di Roma, Eliseo Timò: “Mi piacque l’idea di affrontare una nuova esperienza di lavoro a Roma. Il basket fino a quel momento era vissuto nel quadrilatero Milano, Varese, Cantù, Bologna. Il progetto del Banco era quello di sfidare il Nord e io ho sempre amato le sfide. Roma in quegli anni era una città che stava uscendo dalle gabbie della capitale ministeriale e polverosa. L’economia era in crescita grazie al digitale. La cultura era in fermento grazie alle estati di cinema e spettacolo promosse da Renato Nicolini. C’era un’aria diversa, spensierata. Le mosse decisive furono tre. La prima fu quella di giocare nel Palasport, capace di garantire quindicimila spettatori. La seconda fu quella di puntare sul blocco dei romani, a cominciare da Enrico Gilardi. La terza fu quella di portare a Roma un talento come Larry Wright”.

Wright, ribattezzato “il folletto nero”, non aveva un carattere facile, ma era un fuoriclasse. Si portava dentro le ingiustizie patite da bambino, quando ancora nel Sud degli Usa c’era la segregazione razziale. A quei tempi, per un ragazzo nero degli stati razzisti del Sud c’erano solo due vie per sottrarsi alla povertà: musica e sport. “Larry era stato cresciuto dalla nonna – racconta Bianchini -. Un giorno, ancora bambino, andò a giocare a basket, non rispettando il compito abituale di lavare i piatti. Li nascose sotto il lavello. Al rientro a casa, trovò la nonna sulla soglia. Gli disse: “Ragazzo, o diventi un campione di basket, o sarai condannato a lavare i piatti per il resto della tua vita’. Quelle parole Wright non le ha mai dimenticate. Dietro la sua voglia feroce di emergere e di vincere, ci fu la sferzata della nonna”.

L’immediata vigilia della finale, contro il Barcellona di San Epifanio, Solozabal e De La Cruz, fu ricca di colpi di scena. Se a quei tempi fossero esistiti i social, sarebbe scoppiato il finimondo. Bianchini riuscì a gestire la situazione con grande abilità: “Il primo imprevisto fu l’interruzione della riunione tecnica per la visita inaspettata del presidente del Coni, Franco Carraro. Il fuori programma deconcentrò in un momento molto delicato la squadra. La seconda fu che a Ginevra circolò un giornale italiano molto importante, in cui era pubblicata un’intervista di Wright. Larry era andato giù pesante con squadra e dirigenza. Cercammo di far sparire il quotidiano, acquistando tutte le copie trovate nell’area intorno all’albergo, ma diversi giocatori furono informati dalle loro famiglie. La cosa, naturalmente, non fece piacere, ma dovevamo mettere da parte le polemiche per giocare la partita che avremmo affrontato poche ore dopo”.

Il primo tempo della finale fu un disastro. Il Barcellona, più esperto, sovrastò il Banco nei rimbalzi e, in generale, nella capacità di gestire una partita di quel livello. La squadra romana chiuse la prima parte a meno dieci. Non esistevano ancora i tre punti e con le regole di allora era come ritrovarsi, oggi, a meno quindici. Le espressioni del volto dei giocatori del Banco erano quelle di un gruppo smarrito, travolto dall’onda blaugrana. Nell’intervallo, si verificò però un episodio che scosse l’orgoglio di Wright. Davis lo affiancò e gli disse sorridendo “Larry, stasera tocca a me sollevare il trofeo”. Bianchini considera quelle parole la svolta del match: “Quando Wright entrò negli spogliatoi, io stavo per iniziare il discorso alla squadra, ma Larry, come un indemoniato, cominciò a urlare: “Non voglio perdere questa fottuta partita, dobbiamo sputare il sangue e vincere’. Io non aggiunsi una sillaba: era bastata la sua sfuriata”.

Nella ripresa, il Banco di Roma aggredì il Barcellona dal primo secondo. Il sorpasso avvenne con il 56-55. Negli ultimi dieci minuti, Wright fu devastante: l’immagine di un contropiede in cui va a canestro da solo è illuminante. Alle fine, il “folletto nero” realizzò 27 punti. Gilardi fu bravissimo a opporsi a San Epifanio. Sbarra realizzò due tiri liberi fondamentali. Aveva avuto l’opzione di scegliere la rimessa laterale o i tiri liberi. Con umiltà, si era diretto verso bordo campo, ma Bianchini gli urlò di andare in lunetta. Nella bolgia, nonostante i suoi ventitré anni, realizzò i due tiri. Furono i canestri della vittoria. Bianchini ricorda le emozioni che provò dopo la conclusione del match, mentre il parquet di Ginevra era invaso dai tifosi del Banco: “Pensai ai cinquemila romani che ci avevano seguito, a quello che questa squadra aveva realizzato in meno di due anni. Roma era diventata anche la capitale del basket. Di fronte a quello che è accaduto negli ultimi anni, ti assale la tristezza, ma so che i romani hanno voglia e fame di grande basket. Sotto le macerie, è ancora vivo lo spirito di quelle imprese. Un fiume sotterraneo, che anima la speranza di rivedere Roma protagonista nella pallacanestro”.