Mondo

“In Ue escalation verbale preoccupante sulla guerra: tra i leader clima adrenalinico con effetti imprevedibili. Mentre si irride il pacifismo”

L'INTERVISTA - Da Macron e von der Leyen fino a Michel, i leader 'chiamano' il riarmo e il conflitto: "Ci avvicinano all'insensatezza di accettare la possibilità di un conflitto nucleare", spiega Stefano Cristante, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università del Salento. "Preoccupa anche la decostruzione dell'ecologismo. È come se ci stessero dicendo che è possibile sopravvivere senza far nulla contro i conflitti e la crisi ambientale"

Emmanuel Macron non esclude l’impiego di soldati sul terreno in Ucraina, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel avvisa che “se vogliamo la pace, prepariamoci alla guerra” e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen chiede che l’Europa si armi perché “la guerra non è impossibile”. Quella che i vertici europei stanno portando avanti nelle ultime settimane è una “escalation comunicativa molto preoccupante”, secondo Stefano Cristante, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università del Salento. “Le guerre minacciate sono molto più vicine alla guerra vera di una soluzione diplomatica invocata a gran voce – spiega – Ci avvicinano a qualcosa di insensato come l’accettazione della possibilità di un conflitto nucleare, un crinale pericoloso”. Un caso che ciò avvenga in un anno che sta portando al voto miliardi di persone nel mondo dalla Russia all’Unione Europea fino agli Stati Uniti? “C’è un clima adrenalinico tra i leader del mondo, questo aumenta il rischio di un salvinismo diffuso, di un ‘vediamo chi la spara più grossa’, le cui conseguenze sono imprevedibili”.

Stefano Cristante

Che messaggio profondo stanno mandando i vertici Ue?
Quando si alzano i toni ci può essere una duplice finalità: minacciare seriamente azioni o reazioni, oppure un tentativo di intimidire sperando che sia sufficiente. In questo momento penso si sia ancora alla seconda opzione. Però la comunicazione è parte del linguaggio universale dei sapiens, quindi è parte anche della guerra. Un’escalation comunicativa è molto preoccupante. Le guerre minacciate sono molto più vicine alla guerra vera di una soluzione diplomatica invocata a gran voce. Ci avvicinano a qualcosa di insensato come l’accettazione della possibilità di un conflitto nucleare, un crinale pericoloso. Spero che sia frutto di un ragionamento accurato che mira a tenere in un angolo le smanie di protagonismo di Vladimir Putin, facendogli capire che le leadership europee sono disposte ad andare fino in fondo. Ma l’opinione pubblica europea non credo che lo sia e questo crea una contraddizione forte, che in Paesi democratici può creare molti problemi. Un rischio che i regimi autoritari come quello russo non devono porsi, come dimostra un voto che, seppur certamente orchestrato, non ha minimamente scalfito il Cremlino.

A proposito di urne, le posizioni dei leader europei sono collegate alle imminenti elezioni?
Alcune opinioni pubbliche nazionali, penso ai Paesi baltici, sono certamente molto vicine alla linea di Volodymyr Zelensky. Altrove, per quanto l’atteggiamento putiniano non piaccia se non a minoranze ristrette, la sostituzione della guerra per procura con la guerra pura è un sentimento sposato da pochissimi. In Francia come in Germania e Spagna. Ma quest’anno si voterà in Europa e negli Stati Uniti e così si è creato un clima adrenalinico tra i leader del mondo. Questo aumenta il rischio di un salvinismo diffuso, di un “vediamo chi la spara più grossa”, le cui conseguenze sono imprevedibili.

Contemplare il riarmo e la reale possibilità di una guerra in casa è diventato un ‘valore’ per la politica europea?
È possibile che una parte dei Paesi europeisti della prima ora, penso alla Francia, voglia approfittare del contesto attuale per sbloccare la questione della centralizzazione della difesa in Ue, un pezzo di una Europa più unita e forte che è sempre rimasto indietro senza un motivo valido. E poi c’è la questione dello spirito del tempo: il pacifismo è stato irriso negli ultimi due, tre anni. Siamo arrivati alla sua decostruzione come movimento intellettuale sostenendo che dichiararsi pacifisti equivalga a essere putiniani. Questa visione non può che lasciare una ferita e creare un vulnus nel dibattito pubblico. L’atteggiamento maggioritario ha portato a un rimpicciolimento della voce pacifista.

In questo quadro di contrapposizione è finito perfino il Papa.
Il cui atteggiamento mirato alla “non violenza” è banalmente intrinseco alla sua figura. Eppure anche le sue opinioni, pur commentate con il rispetto che si deve alle grandi autorità, sono state disprezzate nel merito. Demolire, pezzo dopo pezzo, tutte le opinioni e i movimenti che potrebbero portare a una descalation come risposta all’utilizzo di una violenza, oltretutto preparata con la menzogna da Putin, il quale negava l’invasione fino a poche ore prima, può far scattare due reazioni nell’opinione pubblica: anche le democrazie non dicono la verità oppure le democrazie dicono la verità e quindi si fa sul serio.

Quanto è complicato il momento per le democrazie occidentali?
Negli ultimi anni si è passati da democrazie a democrazie-autoritarie in diverse parti del mondo e sono quasi tutte incentrate sul nazionalismo. Il periodo della Guerra fredda era per certi versi più semplice: tutti sapevamo qual era l’ordine mondiale, i due leader alzavano la voce ma erano coscienti di non poter innescare una guerra tra di loro. Adesso leadership più deboli procedono in continui tentativi di disinnescare situazioni e dittatori che rischiano di appiccare l’incendio. Lo sgretolarsi del conflitto ideologico novecentesco ha creato un’oggettiva difficoltà alle democrazie occidentali, aggravato dal fatto che devono ancora emendare le bugie sulla armi di distruzione di massa in Iraq e il mito dell’esportazione della democrazia. Oltretutto, sempre più spesso, sembrano anche più deboli perché minate dall’interno: dall’Ungheria di Orban agli Stati Uniti di Trump, ci sono forze in campo che usano toni e contenuti non democratici.

Quanto pesa l’assenza di una leadership statunitense forte, autorevole e non divisiva in questa situazione?
L’ultimo è stato Barack Obama, un punto di riferimento e un simbolo per i progressisti di tutto il mondo, ma paradossalmente anche colui che in qualche maniera, con la sua politica estera, ha aperto il varco a ciò che è successo dopo. Ora è possibile il ritorno di Donald Trump, il quale rafforzerebbe le sintonie con quelle forme di democrazia autoritaria che si stanno facendo largo nel mondo. È un momento particolare, grave, caratterizzato oltretutto da un mondo dei media che ormai coincide di fatto con i social.

Quale rischio intravede in questo?
Internet, la più grande opportunità di conoscenza concentrata, è stata colonizzata da pochi media partecipativi che hanno consentito la disintermediazione tra i decisori e l’opinione pubblica. In parallelo alla delicata questione geopolitica, esiste il problema di un’umanità che vive sui social, un’ecosistema particolarmente infiammabile e fortemente inquinato da fake news, echo-chambers e viralità mostruose. Come la demonizzazione del pacifismo reputo molto preoccupante la decostruzione del movimento ambientalista, con il cambiamento climatico fatto passare sempre più spesso come una questione secondaria. È come se ci stessero dicendo che è possibile sopravvivere senza far nulla contro le guerre e la crisi ambientale. Questo è un pensiero osceno, nel senso che non doveva entrare in scena e invece ci è entrato.

Nel caso in cui gli spettri agitati non dovessero materializzarsi, come ne usciranno i leader da un punto di vista comunicativo?
Qualcosa ci si inventa sempre, non credo che il problema delle nostre leadership sia la retorica. È piuttosto la drammatica assenza di una visione lunga. La democrazia non può essere solo una procedura pluralistica, ma dovrebbe comunque mirare a maggiori diritti e giustizia sociale. La rappresentazione plastica della miopia è la demonizzazione delle rivendicazioni dei movimenti americani. Una grande leadership dovrebbe interrogarsi sul perché un numero crescente di giovani si avvicini a una visione per certi versi socialista in un Paese che ha sempre l’ha sempre demonizzata. Bisognerebbe ascoltare e affrontare queste istanze, accettando il rischio che una parte dell’opinione pubblica possa non capire. Non farlo, nel lungo periodo, può innescare schegge impazzite di altro autoritarismo e una conseguente, ennesima, spirale di violenza.