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La Russia ha pagato 1,8 miliardi (in oro) all’Iran per avere i suoi droni: la scoperta di un gruppo di hacker

Il 4 febbraio 2024 il gruppo hacker PRANA Network ha annunciato di aver violato con successo i server di posta elettronica di una società riconducibile al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane, chiamata Sahara Thunder, che opera come facilitatore nella vendita illegale di armi dall’Iran alla Russia. I dati raccolti ammontano a quasi dieci gigabyte di file, compresi i contratti, le ricevute dei pagamenti, i piani per la costruzione di droni in Russia, i riferimenti di un intermediario degli Emirati Arabi Uniti chiamato Generation Trading FZE, informazioni di altre imprese coinvolte, i dettagli dei conti bancari, il layout di fabbrica. Tra i tanti documenti sono emerse anche informazioni sul processo di negoziazione, che indicano i volumi di produzione e l’evoluzione del costo dei droni. Così si è scoperto che la fornitura dei velivoli da parte di Teheran è costata a Mosca circa 1,8 miliardi di dollari.

Gli hacker hanno inviato un’email ai clienti di Sahara Thunder, ai giornalisti e alle agenzie di stampa per informarli della fuga di dati e che tale materiale sarebbe stato messo a disposizione di chiunque. Poi hanno eliminato tutte le email dalla casella di posta di Sahara Thunder, oltre a un elenco di contatti. Non contenti, hanno anche messo in agenda al management dell’azienda il compito “Trova i tuoi dati rubati” e hanno calendarizzato alcuni appuntamenti per ulteriori “visite”. Il misterioso Wond3rGhost, persona o organizzazione che sia, è un cacciatore dei crimini del regime iraniano: farebbe riferimento a lui il gruppo chiamato, appunto, Prana Network che aveva già violato nel 2023 la società tecnologica Fanap, indirettamente controllata dagli ayatollah, e ne aveva estratto con successo molti dati e file, poi resi pubblici su Telegram per mostrare che Fanap aveva creato un software spia chiamato “BehNama“.

Più che l’azione spavalda di questi hacker, a catturare l’attenzione dei media internazionali è stata la rivelazione di una vera e propria trattativa con cui la Russia ha tirato sul prezzo di acquisto dei droni Shahed-136, evidentemente esoso. Se pochi giorni prima un articolo pubblicato sul quotidiano britannico Guardian aveva citato un analista dell’Istituto internazionale per gli studi strategici che indicava il costo di uno di questi droni iraniani in appena 20mila dollari o poco più, i documenti hanno mostrato che un singolo Shahed era offerto a 375mila dollari: diciannove volte di più. Non è dato di sapere se a Teheran siano stati ottimi venditori o a Mosca clienti spendaccioni: il leakage di dati ha rivelato che Russia e Iran hanno negoziato un prezzo unitario inferiore per un acquisto, per così dire, “all’ingrosso”. Un accordo contenuto nei documenti prevedeva un prezzo di 193mila dollari per drone per un acquisto di 6mila unità. Un altro ordine più piccolo di 2mila unità era andato in porto per 290mila al pezzo. Alla fine, senza contare i costi del “corriere”, Mosca ha pagato 1,8 miliardi di dollari. Gran parte delle transazioni finanziarie sono state effettuate attingendo alle riserve auree: per esempio, nel febbraio 2023, l’organizzazione “Alabuga Machines” ha trasferito due tonnellate di lingotti d’oro alla società di copertura iraniana Sahara Thunder come pagamento per servizi e beni. Se ne deduce che il rublo non è gradito a Teheran e che Mosca, a secco di valute pregiate, paga in oro: per la precisione, solo per 8mila UAV, cioè veicoli aerei senza pilota, ha speso lo 0,1% delle riserve auree.

I droni Shahed hanno giocato un ruolo importante negli attacchi russi contro l’Ucraina in quasi due anni di guerra: secondo le forze armate ucraine, fino a tutto il 2023 la Russia aveva lanciato più di 3.700 droni suicidi sul Paese nei 22 mesi precedenti. Lo Shahed-136 è entrato ufficialmente in servizio con l’esercito iraniano nel 2021. Il drone, le sue varianti e i suoi predecessori sono stati utilizzati anche dalle forze Houthi che combattono nello Yemen. Lunghi quanto una moderna Fiat 500 e con un’apertura alare larga quanto due letti a una piazza e mezzo, i droni pesano due quintali l’uno e trasportano una carica esplosiva di 50 chili. Dalla fine di settembre 2023, le forze di Mosca hanno iniziato a riempire le testate con schegge di tungsteno. I russi li hanno ribattezzati Geran-2, mentre per gli ucraini sono i “tosaerba” e i “ciclomotori volanti” a causa dei loro motori rumorosi. Gli ingegneri russi hanno apportato migliorie ai loro Shahed per aumentare il raggio di azione, le ultime versioni sfoggiano vernice nera, motori a reazione e materiale per ridurre i segnali radio e radar.

Alla base degli Shahed-136, così come dello IAI Harop israeliano di cui quello iraniano è una derivazione, sta un’idea nata nella metà degli anni ’80, in Germania e Usa, quando le industrie militari dei due Paesi iniziarono un progetto congiunto per sviluppare un UAV che fosse in grado di rilevare e prendere di mira i radar sovietici, di agire come “esca” e distruggere le risorse di difesa aerea dei paesi del Patto di Varsavia. Ma soprattutto avrebbe dovuto essere “usa e getta” o meglio – in termini militari – “spara e dimentica”. Il vincitore del concorso per questo tipo di arma fu la compagnia aeronautica tedesca Dornier-Werke GmbH, attiva tra il 1922 e il 2002, il cui gioiellino si chiamava DAR, o Die Drohne Antiradar, che fu realizzato utilizzando tecnologie dell’americana Texas Instruments. Tali droni avrebbero dovuto essere lanciati da uno speciale veicolo basato sul telaio MAN 22.240DE potendo ciascuno ospitare un pacchetto di sei droni. In fase di sviluppo, a dire il vero, fu usato un italico Iveco 260AH. L’introduzione del DAR in servizio presso la Bundeswehr avrebbe dovuto avvenire negli anni ’90, ma – a Guerra Fredda ormai conclusa e senza un nemico contro il quale usarlo – il DAR non meritò più gli investimenti delle forze armate e del ministero della Difesa e fu abbandonato. Le similitudini con gli UAV di Israele e Iran si fermano al “concetto” e al sistema di lancio del DAR, ma evidentemente questa tecnologia fece scuola in quei Paesi dove investire per la sicurezza era una cosa da non trascurare. Ora, i leaks dei dati e dei documenti russi e iraniani ci fa ricordare che Dornier-Werke GmbH perse una gran bella commessa.