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Elezioni Usa, ecco perché l’alternativa dem a Biden non può esistere. Il voto sarà un referendum su di lui: l’impresa sarà riunire gli “elettorati” che lo spinsero alla vittoria

Messa molto semplicemente: per tornare alla Casa Bianca, Donald Trump deve coltivare il voto non suo, quello degli indipendenti, dei moderati repubblicani, molto perplessi sul sostegno a un candidato che ha dimostrato di spaccare e infiammare l’America. Joe Biden ha il problema opposto. Per vincere, deve consolidare la sua coalizione, ridare entusiasmo ai suoi elettori, indicare loro una possibilità di futuro. Non sarà un’impresa facile. I tre anni e qualcosa della sua presidenza sono stati segnati da molte promesse e pochi risultati (tranne, va detto, sulla ripresa post-Covid). La sua immagine si è intanto appannata. Biden avrà quasi 82 anni al momento del voto. Tanti, soprattutto visibili in un senso di generale stanchezza che segna le sue ultime apparizioni. La strada del candidato democratico è tutta in salita. E non è per nulla certo che, in cima, ci sia la rielezione.

Va subito detta una cosa. A meno di clamorosi colpi di scena, sarà lui il candidato democratico alla presidenza. Per tutta una serie di ragioni. La prima, la più semplice, è che difficilmente qualcuno nel partito – se non Marianne Williamson, la consigliera spirituale di Oprah Winfrey, e Dean Philips, chairman di un’azienda di gelati, deputato messo subito ai margini – può pensare di sfidare il presidente. Sarebbe un atto di scarso rispetto, la rottura di un codice non scritto della politica che alla fine si rivelerebbe fatale per chi lo compie. Se Biden decide di candidarsi per un secondo mandato, il partito non ha altra scelta che seguirlo. A questa considerazione generale se ne aggiunge un’altra di carattere tecnico. In gran parte degli Stati, le liste dei candidati alle primarie sono chiuse da mesi. In altre parole, non ci si può più presentare alle elezioni. Senza contare che una campagna presidenziale richiede ingenti finanziamenti e un’organizzazione diffusa sull’immenso territorio degli Stati Uniti. Nessuno può pensare di metterla su nel breve volgere di qualche settimana.

Nelle ultime settimane si è ventilata un’altra ipotesi. Sarebbe lo stesso Biden, prima della Convention democratica di Chicago di agosto, a fare un passo indietro, aprendo la strada alla nomina di un candidato eletto per acclamazione. Più che di politica, si tratta di fantascienza. Il Partito democratico uscirebbe devastato da una scelta di questo tipo. Vorrebbe dire rigettare il lavoro di quattro anni. Riconoscere la propria debolezza. Ammettere che sino a quel momento si è giocato con gli elettori e i militanti, proponendogli un candidato posticcio. Senza contare gli scontri intestini che la scelta del candidato alternativo scatenerebbe in un partito già molto diviso. Nei giorni scorsi il New York Post ha evocato la possibilità che sia Michelle Obama la candidata a favore della quale Biden farebbe il passo indietro. Si tratta di un’ipotesi senza alcun fondamento, che il giornale conservatore, di proprietà di News Corporation di Rupert Murdoch, lancia nel circo della politica americana per seminare ancor più dubbi sulla tenuta di Biden. L’ex first lady non ha nessuna intenzione di candidarsi. Lo ha ripetuto decine di volte in questi anni, dal suo libro di memorie, Becoming, fino a una recente intervista per Netflix con Oprah Winfrey, in cui Obama ha detto: “Non sarò mai, mai, candidata alla presidenza”. Difficile essere più chiari.

A meno dunque di un evento imprevedibile, di assoluta gravità, sarà Joe Biden il candidato alla presidenza per i democratici. Anche e soprattutto perché Biden pensa davvero di poter battere Trump. “L’ho già sconfitto una volta. Posso farlo una seconda”, ha spesso detto ai suoi collaboratori. La rapida e trionfale (quasi) conquista della nomination repubblicana da parte di Trump è stata anzi accolta con soddisfazione da Biden. Il presidente pensa che alla fine gli americani rifiuteranno un candidato così radicale, che minaccia la stabilità e le istituzioni del Paese. Questo è del resto il tema che la campagna democratica utilizzerà nei prossimi mesi. Trump è una minaccia per la democrazia Usa. Produce caos ed eversione. Non gli si può permettere di tornare alla Casa Bianca. Con questo messaggio, Biden e Kamala Harris partiranno per un nutrito giro di comizi. A Biden viene affidato il compito di enfatizzare i buoni risultati dell’economia, in particolare l’aumento dell’occupazione, il calo dell’inflazione, il maggiore potere d’acquisto per i consumatori. Harris si concentrerà invece sul consolidamento del voto afro-americano (soprattutto i più giovani) e sulla difesa dei diritti riproduttivi delle donne. La struttura organizzativa è stata intanto rafforzata in sette Stati contesi, in particolare Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Alcuni veterani di passate campagne elettorali, tra questi Mitch Landrieu, ex sindaco di New Orleans, sono stati imbarcati nella nuova impresa.

La campagna di Joe Biden è quindi partita ed è impossibile a questo punto fermarla. Oltre l’ottimismo di facciata, restano però i problemi di tenuta cui si accennava all’inizio. Il più preoccupante è proprio quello della coalizione di elettori che può portarlo alla vittoria. Lo ha detto molto chiaramente Quentin Fulks, manager di primo piano del team Biden, che ha spiegato che “non bisogna dimenticare come abbiamo vinto le elezioni 2020. Mettendo insieme una coalizione di gente di colore, giovani, elettori dei sobborghi, donne, e aumentando il nostro sostegno tra comunità rurali e classe operaia bianca negli Stati contesi”. Il problema è che, per il momento, quella coalizione non esiste più. Oggi il 73 per cento degli afro-americani (dati Cnn di novembre) appoggia Biden. Era il 75 per cento nel 2020. Il democratico supera Trump di quattro punti nelle preferenze di voto degli ispanici. Era il 33 per cento nel 2020. Il voto dei moderati dei sobborghi sta intanto prendendo un’altra direzione. Biden li conquistò per quattro punti nel 2020. Oggi Trump è davanti di 13 punti. Quanto ai progressisti, basta dare un’occhiata alle recenti contestazioni sulla guerra a Gaza, al grido di “Biden genocida”, per farsi un’idea dei loro sentimenti.

Non è peraltro tutta colpa di Biden. Le coalizioni, in politica, sono equilibri incerti e mutevoli. Gli interessi sono spesso contrapposti e il successo di una linea politica sta nel riuscire a legarli in una strategia comune. Nel caso della coalizione di Biden, i conflitti sono invece esplosi. La battaglia condotta dall’amministrazione per cancellare il debito studentesco (la scorsa settimana Biden ha annunciato altri 4.9 miliardi di finanziamento) non ha incontrato grande sostegno tra la classe operaia del Midwest. L’appoggio a Israele nella guerra a Gaza, se è andato nella direzione chiesta dalla comunità ebraica americana (un blocco di voti e finanziamenti granitico per i democratici) ha scontentato progressisti, pacifisti, arabo-americani, musulmani, giovani. E se le misure per l’ambiente sono parse troppo timide agli ambientalisti, la scelta di finanziare un inizio di transizione verso le energie alternative ha poca possibilità di raccogliere consensi tra gli elettori dei sobborghi, soprattutto negli Stati contesi. Insomma, l’arcobaleno di differenze che aveva consentito a Biden di vincere nel 2020, al momento, non c’è più. Senza contare che manca anche l’entusiasmo e la convinzione che quattro anni fa mobilitarono gruppi consistenti di elettorato che guardavano alla rielezione di Trump come a un incubo.

E qui si arriva all’ultimo, serio, elemento di debolezza di Biden. Il candidato democratico pensa di fare campagna rilanciando per l’ennesima volta il tema della minaccia Trump. Nel 2020 la minaccia Trump era però una realtà sotto gli occhi di molti. Si arrivava alle presidenziali con un Paese stanco e smarrito, spaccato da anni di scontri e devastato dalla pandemia. Le elezioni furono un referendum sui quattro anni di governo Trump. E Trump le perse. Nel 2024 la situazione è capovolta. Biden può sì tentare di riproporre un referendum su Trump, ma è molto meno probabile che il gioco gli riesca. Queste elezioni saranno un referendum su di lui, sul suo governo, sul futuro possibile di un’America ancora a guida democratica. E l’esito di questo referendum, al momento, è tutt’altro che scontato.