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Per Trump le primarie sembrano già (quasi) finite. Primo match-point per il ritorno alla Casa Bianca. Così il partito repubblicano ora è il partito di Donald

“La sentite questa musica? È la musica della sfida a due”, ha urlato Nikki Haley alla folla di oltre mille supporters riuniti nella palestra di una scuola di Exeter. “Dovremmo essere alla fine”, le ha risposto sprezzante Donald Trump da Rochester, quaranta chilometri più a nord. Dopo il ritiro di Ron DeSantis, sono l’ex presidente e l’ex governatrice del South Carolina a contendersi la vittoria nelle primarie repubblicane del New Hampshire. Il voto potrebbe decidere se chiudere per sempre la partita, consegnando la candidatura del G.O.P. a Trump. Oppure lasciare a Haley la tenue speranza che il vento possa improvvisamente girare a suo favore. In entrambi i casi, da questo piccolo Stato del nord-est, uscirà un verdetto chiarissimo su cosa è diventato il partito repubblicano.

Nelle ultime ore di campagna elettorale, Nikki Haley ha viaggiato senza sosta per lo Stato. Visite anche di pochi minuti, in diner, negozi, centri commerciali, per convincere gli indecisi e raccattare qualche voto, soprattutto tra gli indipendenti, che in New Hampshire possono votare nelle primarie repubblicane. “L’America non incorona. Crediamo nella scelta. Crediamo nella democrazia. Crediamo nella libertà”, ha detto Haley in uno stop a Franklyn, un villaggio di poche migliaia di anime nel nord dello Stato. L’ex governatrice è apparsa entusiasta per essere rimasta l’unica ancora in corsa contro Trump. A suo giudizio, e a giudizio di chi le fa la campagna, ciò le consentirà di raccogliere i voti di tutti quelli che non vogliono che Trump diventi il candidato repubblicano. Mentre Haley girava vorticosamente per il New Hampshire, il presunto sovrano se ne stava seduto in un tribunale di New York a difendersi dall’accusa di aver diffamato E. Jean Carroll, la giornalista che ha già vinto un processo contro di lui per stupro. Come già in Iowa, anche in New Hampshire Trump ha centellinato i comizi. Un sovrano, del resto, appare raramente e solo in circostanze particolari.

Va subito detto che gli ultimi dati non sembrano andare nel senso sperato dal team Haley. Un sondaggio della Cnn, reso pubblico domenica sera, mostra Trump in vantaggio di 11 punti su Haley in New Hampshire. La candidata non sembra aver beneficiato del ritiro di DeSantis. È anzi vero il contrario. Suffolk University, che quotidianamente testa gli orientamenti di voto, mostra un lieve balzo in avanti di Trump dopo l’addio del governatore della Florida. Tutti i candidati che si sono sin qui ritirati – da DeSantis a Tim Scott a Vivek Ramaswamy – hanno peraltro annunciato il loro sostegno a Trump. E i due responsabili elettorali repubblicani di Camera e Senato, Richard Hudson e Steve Daines, cominciano a definire l’ex presidente come il “presunto candidato repubblicano alla presidenza”. L’ottimismo di Haley appare allora del tutto ingiustificato. Il suo tentativo di proporsi come “l’alternativa al caos”, quindi ai processi, alle richieste di impeachment, al disordine quotidiano scatenato da Trump, non sembra essere destinato al successo. Trump avrebbe già vinto, soprattutto per chi guida il partito repubblicano.

La questione è oggi soprattutto una. Haley si propone come la candidata in grado di raccogliere i repubblicani che non vogliono Trump. Il problema, almeno per lei, è che nel partito repubblicano non ci sono quasi più repubblicani che non vogliono Trump. I numeri del New Hampshire, uno Stato da sempre considerato luogo d’elezione per un conservatorismo moderato e indipendente, sono da questo punto di vista impietosi. Tra i registrati repubblicani dello Stato, Trump dovrebbe ottenere il 65 per cento delle preferenze, contro il 25 per Haley (stiamo parlando, sempre, di previsioni di voto, confermate comunque da diversi rilevamenti). Haley guida invece su Trump tra gli indipendenti, A suo favore si dichiara il 49 per cento di chi non è registrato nelle liste repubblicane, ma pensa comunque di votare nelle primarie del G.O.P. Trump insegue con il 41 per cento. La speranza di Haley è quindi quella di portare oggi alle urne più indipendenti possibili. Un po’ come fece John McCain, che nelle primarie del 2008 riuscì a conquistare lo Stato proprio grazie al voto dei repubblicani non registrati. Non sfugge qui un paradosso. Haley spera di vincere grazie a chi non è iscritto nelle liste degli elettori repubblicani. Una pretesa difficile da realizzarsi, anche in uno Stato con un’antica fama di indipendenza come il New Hampshire, e destinata con ogni probabilità a spegnersi in Stati dove l’accesso alle urne è limitato, nelle primarie, ai soli repubblicani.

Proprio il ritiro di DeSantis ha reso esplicita una cosa. Non basta essere il candidato di una fazione, per vincere la nomination. DeSantis ha perso proprio perché si è proposto e imposto come l’alfiere della destra repubblicana più radicale, quella che vuole deportare gli immigrati, proibire l’aborto, controllare le letture dei ragazzi a scuola, impedire l’accesso alle cure mediche per le persone transgender più giovani. Molte di queste proposte e sparate sono presenti anche nel programma di Trump, che riesce però a collocarle in un quadro più ampio, quello di una politica populistica e quasi magica, in cui lui diventa il predestinato, il perseguitato, il salvatore. Il 71 per cento dei repubblicani, lo dice sempre un sondaggio Cnn, pensa che Trump, una volta eletto, sarà capace di realizzare, facilmente e velocemente, alcuni tra i punti qualificanti del suo programma: la costruzione del Muro, la fine della guerra tra Ucraina e Russia (con una sua telefonata), la reintroduzione al bando alle entrate dai Paesi a maggioranza musulmana. DeSantis ha perso perché è stato solo un candidato della destra repubblicana. Trump vince perché è diventato l’uomo del destino, quindi il candidato di tutti. Anche qui viene in aiuto un recente sondaggio della Cnn. Trump raccoglie i consensi del 67 per cento dei repubblicani statunitensi, e del 71 per cento di chi si considera, genericamente, conservatore.

È contro questi numeri, e questa realtà, che Nikki Haley si batte oggi disperatamente in New Hampshire. Tutta la sua campagna, peraltro, si basa su un curioso ribaltamento. Il suo bagaglio ideologico, la sua educazione politica, riportano agli anni di George W. Bush e dei neocon. Haley è per un’America potente, interventista e importatrice di democrazia nel mondo. Haley è per tagliare la spesa sociale. Haley è per non fare la guerra agli immigrati e per non esacerbare i conflitti in tema di diritti civili. Vent’anni fa, sarebbe stata considerata un’esponente dei falchi repubblicani. Oggi guida una presunta rivincita dei moderati. “C’è una sola candidata che ha il vento alle spalle, una sola candidata in grado di portare a un’affluenza record in New Hampshire. E quella sono io”, ha urlato Haley lunedì, in una delle sue tante tappe elettorali. La sua speranza è quella di essere una nuova John McCain, di diventare punto di riferimento per un’ampia coalizione di gruppi e interessi. La realtà, per lei, rischia di essere però un’altra. E cioè girarsi, e invece di trovare il vento in poppa, scoprire di essere candidata di un partito che non c’è più.