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Antonio Padellaro racconta su TvLoft la strage e il miracolo, l’attentato mafioso all’Olimpico che poteva incendiare l’Italia

Dopo 30 anni la Procura di Firenze ancora indaga sulla mancata strage dello stadio Olimpico del 23 gennaio 1994 e le domande sono sempre le stesse. Perché fu tentata? Fu voluta solo dalla mafia? E perché la stagione delle stragi finì? Pochi lo ricordano, ma è stato quello il punto di svolta: poteva essere la strage più grande del dopoguerra ed è stato invece l’ultimo atto contro i vecchi partiti che sostenevano il governo Ciampi. Le foto sono quelle dell’esplosivo che avrebbe dovuto uccidere un centinaio di carabinieri e chissà quanti tifosi, all’uscita di Roma-Udinese. Sono contenute nel fascicolo fiorentino sulle stragi del 1993-1994 insieme al verbale del collaboratore di giustizia Pietro Romeo. Fu lui nel novembre 1995 a portare la Polizia a Capena, vicino a Roma, dove erano interrate le cariche esplosive: 123 kg di tritolo dentro due pacchi ovali dal diametro di 45-55 centimetri confezionati col nastro adesivo. Poco dopo aver fatto trovare l’esplosivo, Romeo raccontò ai pm che il mafioso Francesco Giuliano una volta gli aveva riferito di un politico di Milano che parlava con il boss Giuseppe Graviano e gli chiedeva di fare le stragi.

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Romeo nel 1996 aggiunse poi che Gaspare Spatuzza, alla fine del 1994, gli avrebbe detto che le stragi erano fatte su richiesta di Berlusconi. Dichiarazioni “de relato” e vaghe, non riscontrate dai pm che archiviarono l’inchiesta. Poi Spatuzza si pentì anche lui e nel 2009 parlò delle confidenze del boss Graviano su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Le indagini però non portarono i riscontri dovuti e furono archiviate, per essere riaperte di nuovo quando Giuseppe Graviano, intercettato in carcere nel 2016, parlò di Berlusconi. A suo dire, gli chiese “una bella cosa” che, per la Dia, potrebbe essere l’attentato all’Olimpico. Ipotesi mai riscontrata anche questa. Dopo 30 anni e molte archiviazioni, di certo c’è solo che i boss erano stufi della vecchia politica, dell’articolo 41 bis, dell’isolamento carcerario e dei benefici ai pentiti. E di certo c’è che fecero una serie di attentati a Roma, Firenze e Milano nel 1993 per piegare lo Stato. Alle 17 del 23 gennaio 1994, in via dei Gladiatori una Lancia Thema imbottita di tritolo, doveva saltare in aria nel punto in cui i Carabinieri si dovevano radunare. Tra i 42mila spettatori, quel giorno, c’era anche il fondatore del Fatto, Antonio Padellaro, che ha dedicato a questo incrocio tra vita, cronaca e politica il libro La strage e il miracolo, edito dalla nostra Paper First. Ora il suo racconto diventa un documentario-testimonianza disponibile su TvLoft dal 23 gennaio. Padellaro ricostruisce la cronologia di quella stagione: 4 giorni dopo la mancata strage, il boss Giuseppe Graviano fu arrestato a Milano. Pochi giorni prima era a Roma, al bar Doney in via Veneto. Secondo il collaboratore Spatuzza, gli disse di eseguire la strage contro i carabinieri all’Olimpico perché anche i calabresi, poco prima avevano ucciso due carabinieri: evidentemente, per una strategia concordata. Il boss era raggiante: secondo Spatuzza, gli riferì che aveva “il paese nelle mani”, grazie a un accordo con Berlusconi e Dell’Utri, e gli chiese di fare la strage per dare “il colpo di grazia”. Il 18 gennaio 1994, ha ricostruito la Dia, Dell’Utri alloggiava all’hotel Majestic, in via Veneto, a 100 metri di distanza dal Doney, per preparare il debutto di Forza Italia. L’incontro Graviano-Spatuzza al Doney è stato datato inizialmente al 19 o 20 gennaio, sulla base dei ricordi di Spatuzza. I tabulati telefonici, però, fanno ritenere alla Dia più probabile il 21 gennaio. Sempre gli investigatori valorizzano la presenza in via Veneto, negli stessi giorni, di Graviano e Dell’Utri, ma potrebbe trattarsi di una coincidenza. I procuratori aggiunti di Firenze, Luca Turco e Luca Tescaroli, hanno indagato Berlusconi sino alla sua scomparsa e indagano ancora su Dell’Utri per gli attentati del 1993-94.

Cosa Nostra inserì le sue bombe in un quadro politico in fibrillazione. Il 23 gennaio Berlusconi chiuse con i vecchi politici: “La mia fiducia in loro è esaurita. D’ora in avanti (…) bisognerà parlare direttamente a tutti gli italiani di buona volontà”. Il 26 gennaio scese in campo col discorso tv ‘L’Italia è il paese che amo…’. Il 27 gennaio, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano furono arrestati a Milano assieme a un favoreggiatore che era lì per far entrare al Milan il figlio, promettente calciatore. L’arresto coincise con la fine della stagione stragista.

Il 23 gennaio è l’ultimo atto: Spatuzza e i suoi parcheggiano la Thema piena di esplosivo in via dei Gladiatori, strada di accesso all’Olimpico. Spatuzza racconta che “per aumentare la potenzialità dell’attentato, abbiamo usato una tecnica che nemmeno i talebani: abbiamo messo unitamente all’esplosivo un bel po’ di chili di ferro, tondini tagliati tutti a uno o due centimetri. Avrebbero fatto molto male”. Spatuzza sale sulla collina con una moto Suzuki 750 insieme a Salvatore Benigno, “‘u picciriddu”, studente di medicina e addetto al telecomando. Appena i carabinieri a cavallo si uniscono a quelli scesi dai pullman, Benigno preme il pulsante, ma non funziona. La Thema resta lì, tra divise nere e magliette giallorosse. I mafiosi scendono dalla collina pensando sia un problema di distanza. Benigno preme ancora il tasto. Niente. Alla fine, la Thema sarà recuperata con un carro attrezzi e demolita da uno sfasciacarrozze, l’esplosivo estratto viene portato a Capena. Dopo 30 anni i pm di Firenze indagano ancora per concorso in strage Dell’Utri, perché “istigava e, comunque, sollecitava Giuseppe Graviano (…) a organizzare e attuare la campagna stragista (…) al fine di contribuire a creare le condizioni per l’affermazione del partito Forza Italia, fondato da Silvio Berlusconi”. Dell’Utri, per i pm, prometteva “di indirizzare la politica legislativa del Governo verso provvedimenti favorevoli a Cosa nostra sul 41bis, i collaboratori di giustizia, il sequestro dei patrimoni”. Per i pm di Firenze anche il giorno della strage non sarebbe casuale. Il 13 gennaio 1994 Ciampi si dimise e il 16 gennaio il presidente Scalfaro sciolse le Camere. L’attentato fallito arrivò una settimana dopo, “in un momento nel quale è senza ritorno la strada che conduce alla costituzione di un nuovo assetto parlamentare e di un nuovo governo”.

IL LIBRO – “La strage e il miracolo”, A. Padellaro, Paper First

Da Il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2024