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L’Uruguay dieci anni fa legalizzava la marijuana: cos’è cambiato tra entrate per lo Stato e lotta al traffico illegale

Il 10 dicembre del 2013 il governo di Pepe Mujica, in Uruguay, “legalizzava” la vendita e la produzione della marijuana, anche per scopi ludici. Dieci anni dopo il paese esporta cannabis, tanto che nel solo 2022, secondo i dati dell’Agenzia di promozione delle esportazioni dell’Uruguay XXI, ha incassato 5,3 milioni di dollari grazie alla vendita di almeno 16 tonnellate di marijuana, la stragrande maggioranza (83%) per uso medicinale, in Portogallo, Germania, Israele e Canada ma anche negli Stati Uniti.

Oggi il 48% dei cittadini e delle cittadine sono a favore della legge che liberalizza la cannabis. Una percentuale doppia rispetto a quella registrata nel 2012, mentre le voci critiche sono passate dal 66% al 45%. Oltre questi dati ne emerge un secondo ovvero che il 51% dei consumatori e delle consumatrici d’erba nel paese decidono di farlo restando all’interno del circuito legale, nonostante la forte burocrazia che accompagna e debilita il percorso, e quindi acquistando il prodotto nelle farmacie autorizzate, o nei cannabis club, oppure auto-coltivando la pianta. Proprio per questo l’agenzia Uruguay XXI dichiarava lo scorso aprile “la legge sembra aver raggiunto l’obiettivo di ridurre il traffico illegale di droga“. L’ultimo rapporto dell’IRCCA (Regolamentazione e Controllo della Cannabis), uscito nel 2023, indica che sono 86.207 le persone all’interno del mercato regolamentato, con una crescita del 153%, passando dai 34.108 del 2018 al numero attuale di iscritti. Secondo l’agenzia l’acquisto di “erba” illegale è sceso dal 58% al 24% tra il 2014 e il 2022. Secondo le autorità uruguaiane, nel 2019, almeno 20 milioni di dollari erano stati “sottratti” al traffico illegale. Questo calcolando il quantitativo di marijuana venduta nel tessuto legalizzato. Se quel conteggio, mai messo in discussione, è reale, oggi quella cifra è raddoppiata. Cioè sopra i 40 milioni di dollari.

La legalizzazione del consumo e della produzione di marijuana ha creato, secondo dati governativi, posti di lavoro e reddito tanto che sarebbero un centinaio i progetti che impiegano direttamente 900 persone. Il 70% di queste svolge la propria attività all’interno del paese. L’acquisto e la produzione di marijuana è “controllato”, non si possono acquistare più di 40 grammi al mese pro capite e si possono coltivare meno di 100 piante all’anno. Nel novembre 2020 fonti governative parlavano di una previsione d’ingresso dal mercato della marijuana, per il quinquiennio 2020 – 2025, di 50 milioni di dollari grazie alla coltivazione di 1.300 ettari e 40mila metri di serre coltivate. Rosario Queirolo, sociologa dell’Università Cattolica di Uruguay, presentando, nel novembre scorso, una ricerca sul mercato della cannabis nel paese ha evidenziato che la burocrazia esistente per accedere all’acquisto legale della marijuana è uno dei principali ostacoli per l’abbattimento del mercato illegale. Per Queirolo “Il mercato grigio è il più vicino alla legalità. L’obiettivo principale non è il profitto. ‘Il grigio’ di fatto è già distribuzione non legale che si porta con se vantaggio economico come accade con i Cannabis Club che vendono le eccedenze al di fuori del contesto consentito o con coltivatori e coltivatrici che vendono il loro raccolto al di fuori della loro rete personale”.

Per Daniel Radio, segretario generale dell’Ente nazionale per la droga, l’attuale politica di regolamentazione della produzione e delle vendite è stata un fallimento perchè, secondo il politico, “non controlliamo il mercato, l’unica cosa che abbiamo fatto è stata aumentare il prezzo del prodotto“. Daniel Radio è critico con l’iniziativa voluta dal Fronte Amplio poiché si dovrebbe avere cannabis a buon prezzo, con un facile accesso e diverse tipologie di prodotto “mi sembra che queste siano le tre cose fondamentali che bisogna avere. L’unica cosa che rispettiamo è un buon prezzo”, ha detto. Sempre dal Fronte Amplio arriva una proposta di allargamento della legge che contenga anche i turisti e le turiste. Ad oggi per accedere al “programma” legale di acquisto di cannabis serve essere residenti nel paese, proprio per questo da oltre un anno. Eduardo Antonini ha presentato l’istanza al parlamento che consentirebbe, se votata, anche ai “non residenti che si trovano regolarmente nel territorio” di accedere “durante la loro permanenza, ai meccanismi legali di vendita della cannabis e dei suoi derivati ​​per il consumo personale”.

Una misura che difficilmente potrà passare, non solo per la netta opposizione del partito della destra negazionista Cabildo Abierto ma anche del Partito Nazionale, e così è difficile pensare che il terzo partner di governo, il Partito Colorato possa votare assieme all’opposizione la misura. Mentre per Sebastián “Tati” Sabini, senatore del Frente Amplio e nel 2013 tra i maggiori sostenitori della legge 19.172 “il progetto aveva tre obiettivi. Innanzitutto i diritti: che nessuno venga incarcerato per aver consumato cannabis. In secondo luogo, l’obiettivo sanitario riguardava l’accesso a prodotti di qualità, l’accesso alle informazioni e il miglioramento del sistema di prevenzione. Infine, la lotta al traffico di droga. E penso, che in larga misura, questo si sia realizzato, anche con diverse intensità”.