Cronaca

Violenza sulle donne, Elena Cecchettin: “Se lo Stato non investe sull’educazione è complice. Giulia non sia ricordata solo come vittima”

Un’intervista lucida, con ogni parola al posto giusto. Elena Cecchettin, sorella di Giulia, vittima di femminicidio a soli 22 anni, si è aperta in un lungo dialogo con Concita De Gregorio, su La Repubblica.

Senza cadere in clichè o in parole di odio la 24enne, criticata e additata per le sue parole forti sul patriarcato, ha parlato della battaglia contro i femminicidi, degli ultimi momenti di vita della sorella, ma anche, più in generale, di giovani e futuro e degli investimenti che l’Italia dovrebbe fare e che invece, purtroppo, non fa.

La sera della scomparsa della sorella, Elena Cecchettin si trovava a Vienna, lì infatti studia microbiologia, all’Università. Sapeva, racconta ripercorrendo quella sera, che Giulia doveva uscire con l’ex fidanzato, Filippo Turetta, tanto che le due si scrivono fino alle 22.30. “Poi le ho scritto e lei non ha visualizzato”. “Non mi sono preoccupata – dice – Ho pensato magari le si è scaricato il telefono”. Poi i messaggi del padre sulla chat di famiglia per chiedere a Giulia dove fosse e, ancora, alle otto del mattino quello del fratello che le chiedeva dove fosse la sorella 22enne. “Ero in bagno, sono scoppiata a piangere. Ho capito subito”, racconta nell’intervista.

Ciò che è capitato alla sorella è una dinamica che conosce bene: “So come si comporta una persona morbosa di gelosia che ti isola, che non ha amici, che non ama il suo lavoro e ti dice ‘tu sei tutto per me sei la luce’. È un copione sempre identico. Poi certo non tutti i possessivi diventano assassini ma è sempre così che comincia”. I “segnali”, racconta ancora, c’erano: “Era una relazione di controllo e abuso“. Lui iper-presente e possessivo, lei senza spazi neanche per poter uscire con le amiche. “Giulia si è accorta che qualcosa non andava, sapeva che io avevo ragione ma come fai a immaginare che la persona con cui stai possa farti del male, non lo vuoi credere possibile”. Lui, racconta ancora la 24enne, “la ricattava a livello emotivo, le diceva ‘se mi lasci ti ammazzo, non ho nessun altro che te'”. Una relazione che, come più volte raccontato, era poi finita per volontà di Giulia a luglio di quest’anno. Giulia, però, “era una persona buona” e “aveva davvero paura che lui si facesse male”.

Come già detto nei momenti più difficili, quando la morte della sorella era ancora fresca e la parola patriarcato quasi un tabù, nell’intervista Elena Cecchettin torna a riflettere su quello che oggi, la società, considera “normale”. “Misoginia e sessismo sono autorizzati dalla società, profondamente patriarcale. Si possono fare centinaia di esempi. Se una ragazza ha avuto molti partner non è considerata allo stesso modo di un ragazzo. Come ti vesti, come ti comporti. Non è uguale il giudizio. Sono pensieri radicati eppure sminuiti, banalizzati perché appaiono, appunto, normali”, spiega, evidenziando che spesso, troppo spesso, si “normalizzano atteggiamenti che sembrano lievi” e che, poi, peggiorano. “Bisogna iniziare a puntare il dito sulle cose piccole. Lo svalutare le donne, per esempio”. La soluzione? Investire nell’educazione “a partire dalla primissima infanzia”. “Se lo Stato non investe in questo ha fallito il suo compito – dice ancora – ed è complice“. Un’educazione che sì deve partire dalla scuola, secondo la 24enne, ma non solo. Anche gli adulti, dice alla giornalista di Repubblica, vanno educati. “Servono campagne di sensibilizzazione, spot in tv che parlino ai più anziani. La violenza di genere deve diventare un tabù, socialmente inammissibile”. Un po’ come accadde, spiega facendo un esempio, con la lotta ai tumori. “Mia nonna ha 75 anni e grazie alle campagne degli ultimi anni sa che deve farsi regolarmente mammografie. Quando aveva vent’anni come ne ho io adesso questo non succedeva”.

La speranza è che la “fiamma” innescata dal brutale femminicidio di Giulia Cecchettin, non si spenga. Tutto il sistema, ne è convinta Elena, “è storto”. E tutto, rivendica, parte dal problema del patriarcato. La parola, forte e forse poco capita prima di questo terribile episodio di cronaca (ma viene da pensare anche dopo), viene ripetuta più volte nell’intervista. Nonostante gli attacchi subìti per i suoi ragionamenti, la 24enne non smette di pronunciarla. D’altronde, spiega parlando con Concita De Gregorio, “gli odiatori non mi spaventano”: “Si muovono per screditare diffondendo menzogne, contano sull’ignoranza diffusa e ad arte coltivata. Non vale la pena rispondere, sarebbe dar loro credito”.

Ma la battaglia non è solo per Giulia: “Non mi sottraggo al compito che oggi mi tocca ma non voglio nemmeno che la mia vita diventi una funzione di quel che è successo a mia sorella. E neppure vorrei che mia sorella fosse ricordata solo in relazione al suo assassino: è morta perché voleva essere indipendente, per la sua libertà“.

Del fratello minore, appena 17enne e della madre, morta nel 2022, Elena Cecchettin non sembra parlare volentieri. “Quando è morta mamma ho sentito tanta pressione addosso, un grande senso di responsabilità. Mi è capitato di avere attacchi di panico mentre studiavo. Ora che è morta anche Giulia, si immagini. Ho crisi di ansia quando si parla di coltelli. Vorrei essere così brava da dire che studio per migliorare il futuro dell’umanità, per risarcire i lutti e provare a evitarne altri ma no. In fin dei conti sto solo cercando di fare del mio meglio”.

Per la 24enne, che ora fa ricerca a Vienna, sarebbe un sogno tornare a fare ricerca in Italia. Ma qui, denuncia, “è così mal pagata, pochissimo riconosciuta” che non sa se tornerà. Ama l’Italia ma, dice, se dovesse immaginare un’offerta che le permetta l’autonomia, la immagina all’estero. Per questo “è un errore politico che il governo non finanzi la ricerca, che lasci andare le persone più giovani e preparate per incapacità di dar loro la giusta posizione, retribuzione. È gravissimo e non intendo accettarlo”.

Spesso le sue parole sono state politicizzate, ma la politica, dice ancora, non è il solo interesse a cui vuole dedicarsi. Ci sono “anche gli studi, l’arte, le cose che mi fanno essere quella che sono”. E anche l’etichetta di “testimonial” del lutto non la sente propria, così come non vorrebbe che la sorella, Giulia, fosse ricordata “solo come la vittima del suo assassino”. “Aveva imboccato la strada della felicità. Vorrei che fosse questo, semmai, il suo lascito. Andiamo verso la felicità”.

Nelle ultime parole dell’intervista rilasciata da Elena Cecchettin, c’è tutto l’amore per la sorella (“sarei morta per difenderla”) ma anche la piena consapevolezza di un problema che certamente non è solo educativo, ma anche educativo. “Quando sento dire non so chi sia mio figlio rispondo: parlaci – conclude parlando dei genitori di Turetta – Se non comunichi, in famiglia, anche a costo di rischiare di sapere quel che non vorresti, certo che non conosci chi ti vive accanto. Io avevo ben presente che persona era Turetta e lo avevo incontrato poche volte. Se parli con qualcuno lo capisci. Parlate, parlatevi tutti“.