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Nuovo sciopero della sanità, protestano anche le ostetriche: “In Italia ne mancano 10mila. La legge di Bilancio neanche ci considera”

Un’ostetrica ogni 12 letti. Negli ospedali italiani che applicano il rooming in – il modello che consente alle neomamme di condividere la stanza con il bambino dopo il parto senza limiti di orario – è questo il rapporto. Ciò vuol dire che, nel caso in cui tutte le donne abbiano già partorito, una singola ostetrica può avere contemporaneamente la responsabilità di 24 pazienti, 12 madri e 12 neonati. Questo senza considerare la possibilità di un parto gemellare. E negli ospedali che, invece, affidano i bambini appena nati al nido, la situazione non è migliore. Per esempio in Calabria, una delle Regioni più in difficoltà, un’ostetrica può trovarsi in mano contemporaneamente le cartelle di 23 donne. Questo perché, secondo i dati raccolti da sindacati e ordine professionale, in Italia mancano circa 10mila ostetriche. La metà di quante ce ne sono al momento in servizio, 22mila. “Non ci viene concessa né valorizzazione economica né rispetto della dignità professionale – commenta a ilfattoquotidiano.it Silvia Vaccari, presidente della Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica (Fnopo) -. Eppure siamo l’unica professione sanitaria che si assume la responsabilità di due vite”.

Le ostetriche, al di là degli sforzi individuali, si chiedono come sia possibile in queste condizioni assicurare standard assistenziali adeguati, garantendo la salute della madre e del bambino. “Abbiamo dato pieno sostegno a tutte le colleghe che hanno deciso di scioperare lo scorso 5 dicembre – spiega Vaccari -, e lo faremo ancora per la mobilitazione del 18 dicembre. La legge di Bilancio non ci considera. Non tiene conto delle responsabilità e dei rischi che corriamo nella nostra professione”. Secondo la presidente della Federazione, con questa Manovra non c’è futuro per la sanità pubblica, solo proclami. “È impensabile che un’ostetrica, con tutte le responsabilità che ha, faccia otto notti e tre weekend al mese e percepisca 1500 euro, senza neanche avere accesso all’indennità infermieristica. Nessuno vorrà più fare la professione”. Non si può vivere con un cifra così bassa, facendo un lavoro così carico di responsabilità e così impegnativo, fisicamente ed emotivamente, sottolinea la Federazione. E senza neanche avere la possibilità di fare carriera: “Ci sono persone che hanno iniziato a fare questo lavoro 40 anni fa e, nonostante abbiano continuato a studiare, non hanno avuto la possibilità di crescere. Non c’è un orizzonte per le giovani. Noi crediamo nel nostro Sistema sanitario nazionale, ma così la sanità pubblica non ha futuro. Sarà per pochi, non per tutti”, commenta Vaccari.

Ferie non fruite, permessi richiesti e negati, gravidanze e pensioni non sostituite. La mole di lavoro è sempre più pressante e distrugge l’equilibrio tra vita privata e professione. E gli stipendi, già bassi, vengono assottigliati dall’alto costo della vita. Sempre più ostetriche lasciano il loro posto di lavoro. Per altre la soluzione è uscire dall’Italia e trasferirsi in altri Paesi europei, dove sono molto ambite e ben pagate. Molte non fanno in tempo a laurearsi che già hanno una proposta all’estero. “Anni fa ebbi la possibilità di trasferirmi in Svizzera. Se l’avessi fatto adesso prenderei più di 5mila euro al mese”, dice a ilfattoquotidiano.it Roberta Guadagno, dirigente sindacale e referente nazionale per il coordinamento ostetrico di Nursing Up. “Se andassi in Svezia e volessi fare dei master specialistici, avrei tutto pagato”, prosegue. “Qui, invece, devo litigare per avere le ore e i giorni per farlo. E vale anche per i corsi di aggiornamento previsti dall’azienda stessa – racconta -. Non sono mai fatti in orario di lavoro, come dovrebbe essere. Dobbiamo seguirli durante i giorni liberi, o in uno smonto notte. In questo modo viviamo dentro le aziende, senza alcun rispetto”. Il 7 dicembre l’Unesco ha inserito l’assistenza ostetrica nell’elenco del patrimonio immateriale e culturale dell’umanità. “Mentre nel resto del mondo ci viene assegnato un riconoscimento come questo, in Italia stiamo avendo una involuzione”, commenta Guadagno.

In un reparto da più di 40 posti letto – come quello dell’ospedale Careggi di Firenze dove lavora Guadagno – sono previste quattro ostetriche. Basta che una di queste resti a casa in malattia e la situazione diventa critica. “Seguiamo il travaglio in autonomia, facciamo assistenza all’allattamento, prendiamo i parametri vitali, facciamo i controlli glicemici e della bilirubina”, spiega la dirigente sindacale, elencando le mansioni svolte durante una giornata lavorativa. “Secondo lo Stato italiano il neonato non è a carico dell’ostetrica, bensì della madre. Ma non è possibile lasciare una donna gestire il neonato da sola, soprattutto se ha avuto un parto faticoso – spiega -. A volte non si sa più dove girarsi”. E anche salvaguardare la propria vita privata diventa difficile. “Vai a casa ed è un continuo ricevere chiamate sul numero personale e messaggi in gruppi Whatsapp creati dai coordinatori. È una cosa totalmente illegale che crea anche una pressione psicologica forte. Spesso ti chiamano per rientrare e, se non lo fai, cercano di farti venire il senso di colpa”, racconta Guadagno.

Inoltre c’è il tema del demansionamento. “Ci sono colleghi che si trovano anche costretti a rifare i letti nei reparti, perché mancano gli operatori socio-sanitari”, prosegue la sindacalista. “Non si tratta di voler fare i principi e le principesse, non mi cadono le mani se rifaccio un letto”, specifica, spiegando che nell’urgenza tutti sono pronti a collaborare. Il problema è quando la carenza e il demansionamento diventano sistemici, una routine. “In alcuni reparti l’oss non è neanche previsto. Le sue mansioni sono scaricate automaticamente sulle ostetriche. O magari ce n’è uno per 80 posti letto – conclude -. Come fa a occuparsi di tutto il fabbisogno dei pazienti?”. E così la professionista ostetrica, tra un campanello e l’altro, è costretta ad occuparsi anche di un altro lavoro, che non le compete.