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Emanuela Perinetti morta a 33 anni per anoressia: era tra le donne più influenti del digital. Così la sua storia riaccende i riflettori su questa patologia

Un po’ ovunque, il fenomeno è in crescita, e purtroppo l’Italia non è da meno: secondo i dati 2019-2023 del Ministero della Salute, i Disturbi del comportamento alimentare sono quasi raddoppiati

La recente morte di Emanuela Perinetti, giovane influencer del mondo del calcio, riaccende i riflettori sull’anoressia, un complesso disturbo alimentare che colpisce a prescindere dallo status sociale, economico e culturale. Emanuela era tra le 150 donne più influenti del digitale in ambito sportivo, nella sua riuscita professione coltivava una passione di famiglia: come sorge spontaneo dire, non le mancava nulla; eppure l’anoressia, che da anni le divorava corpo e mente, se l’è portata via a 33 anni. Come lei, tante altre persone sono cadono ogni anno in questa spirale da incubo, da cui uscire è difficile, ma non impossibile.

Trend crescente

“L’anoressia è il problema di una persona che si vede grassa, anche se in realtà è magra, molto magra. Rifiuta il cibo, si procura il vomito per non ingrassare, fa uso di lassativi, fa attività sportiva in modo eccessivo. Questi atteggiamenti e comportamenti disfunzionali sono il segnale di un disagio profondo, di una ferita psichica”, sintetizza la dott. Micaela Fusi, psicologa e psicoterapeuta di Parma, autrice con Elisa Cardinali di Le emozioni nel piatto (Terra Nuova 2021). Insieme a bulimia e binge eating, l’anoressia fa parte dei disturbi del comportamento alimentare (Dca), che colpiscono di preferenza ragazzi e soprattutto ragazze di 12-18 anni (ma negli ultimi anni l’età è scesa a 8-10 anni e i maschi sono i più colpiti). Un po’ ovunque, il fenomeno è in crescita, e purtroppo l’Italia non è da meno: secondo i dati 2019-2023 del Ministero della Salute, i Dca sono quasi raddoppiati. I nuovi casi sono passati da 680.569 del 2019 a 1.450.567 del 2022. Attualmente sono circa 3 milioni le persone trattate, contro le 300.000 del 2020. Colpa della pandemia? Solo in parte, il trend era già in crescita.

Un’utopica perfezione

“L’anoressia è un disturbo psichico che si manifesta nel rapporto con il cibo ed è l’espressione di un disagio interiore in cui la persona non risponde più in modo naturale agli stimoli di fame e sazietà, non segue più i segnali del proprio corpo ma diviene ‘prigioniera’ della propria mente nel rapportarsi all’alimentazione”. Spesso gli adolescenti che ne sono colpiti sono intelligenti e dotati, bravi a scuola e con buoni rapporti sociali, apparentemente perfetti. Proprio la ricerca della perfezione estrema è forse una chiave di lettura del disturbo, ma non vanno ignorati i fattori culturali. “Le manifestazioni di questi disturbi paiono correlate a un clima socio-culturale che mette al centro il corpo invece della persona, il controllo al posto dell’espressione di sé”. Sotto accusa, di nuovo i social media. Da un’inchiesta dell’associazione non profit Common Sense Media emerge che l’84% degli adolescenti li usa spesso – in particolare YouTube, Snapchat e TikTok. Secondo gli esperti, gli algoritmi di queste piattaforme favoriscono i disturbi alimentari e rafforzano un’immagine negativa del proprio corpo. Così, in una società in cui i modelli sono giovani donne dal fisico androgino, predominano dunque utopici canoni di bellezza. E per raggiungerli, c’è chi convoglia sul cibo tutte le tensioni.

Morire di fame davanti al piatto pieno

Non più fonte di vita, il cibo diventa nemico. “I significati del mangiare sono profondamente legati a complesse trame psicologiche, sociali e culturali di cui bisogna tenere conto per studiare il fenomeno”, spiega l’esperta. “Nell’anoressia il rifiuto del cibo è l’opposizione a ciò che nutre, manifesta la decisione di non accogliere all’interno del proprio corpo nulla che venga dall’esterno, esprime la fatica ad assimilare e integrare non solo alimenti e nutrienti ma soprattutto l’altro da sé”. Così i comportamenti alimentari, regolati da canoni personali di magrezza, inducono a un controllo rigoroso dell’atto di alimentarsi, con conseguenze su relazioni e autostima ma non solo: altre conseguenze possono essere amenorrea, blocco della crescita, pelle e capelli secchi, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, ridotta densità ossea, stitichezza, anemia, una magrezza “tutt’ossa” tutt’altro che attrattiva. Si comincia da ragazzi e, se non si muore prima, si trascina a lungo la problematica – senza contare che l’anoressia non ha età, può colpire anche a 30-40 anni.

Uscire dalla spirale

Psicanalisi, psicoterapia, approcci nutrizionali e spirituali, gruppi di auto-aiuto: non c’è nulla di intentato per combattere questa guerra senza quartiere. “Non esiste una manifestazione di anoressia uguale a un’altra, perché ogni individuo è unico, soprattutto per quanto riguarda la storia individuale che è alla base del palesarsi di queste problematiche. Pertanto l’approccio ai pazienti con sintomatologia anoressica deve iscriversi in un’ottica di complessità”, avverte la dott. Fusi. Un approccio quindi multidisciplinare. In tutto ciò la famiglia ha un ruolo chiave, anche nel valutare il disagio dell’adolescente. È fondamentale intervenire non appena si notano delle problematiche, perché di solito il paziente accetta di essere aiutato solo nelle prime fasi. E dalla ricerca arriva forse un nuovo ausilio: secondo un piccolo studio clinico pubblicato su Nature medicine, basterebbe una sola dose di psilocibina (il componente attivo di alcuni funghi allucinogeni), associata al supporto psicologico, per assistere in tutta sicurezza a miglioramenti nelle anoressiche. Ma meglio ancora è prevenire, imparando fin da piccoli il vero valore del cibo e dell’aspetto relazionale che sottende, comprendendo che mangiare non è mai un surrogato dell’affetto.