Società

Crimini o difesa? Le categorie cambiano, resta la violenza: fuori la guerra dalla storia!

I razzi lanciati in poche ore dal governo di su un lembo di terra dove vivono ammassate oltre 2 milioni di persone, per il 40 per cento bambini, equivalgono a un quarto di una bomba nucleare. Almeno 2370 le vittime, 721 bambini, 390 donne. Quasi 10mila i feriti, costretti a scappare senza medicine, ambulanze, cibo, fonti di energia, mezzi di trasporto, con i carretti dei gelati usati come celle frigorifere.

Se, sulla riga tratteggiata, scrivessimo Russia, Cina, Iran, la reazione unanime sarebbe di sgomento e condanna. In massa scenderemmo in piazza per chiedere di fermare il massacro, considerando i bombardamenti a tappeto di edifici civili un crimine di guerra. Se il governo in questione è quello israeliano (o americano, turco, un altro partner strategico dell’Occidente a scelta) le categorie cambiano: le violazioni del diritto internazionale non sono più tali, la rappresaglia contro i civili bombardati e obbligati all’esodo forzato non sono più crimini di guerra ma diritto alla difesa, pena l’accusa infame di antisemitismo.

Non in Israele, dove gli ebrei accusano Netanyahu – l’86 per cento lo ritiene responsabile del massacro del 7 ottobre ad opera di Hamas, secondo un sondaggio pubblicato dal Jerusalem Post – e i giornali ricordano come sia stato proprio Netanyahu, parlando alla Knesset ai membri del Likud, a sostenere la tesi che finanziare Hamas convenisse a Israele: «Chiunque voglia ostacolare l’istituzione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro ad Hamas. Questo fa parte della nostra strategia».

Intanto, i vertici di Hamas che si vogliono stanare bombardando a tappeto case, scuole e ospedali a Gaza, se ne stanno con ogni probabilità al caldo con i loro petroldollari in Qatar, la monarchia assoluta arruolata da Biden nella coalizione di volenterosi difensori dei valori democratici contro il dittatore Putin e difesa a oltranza da alcuni parlamentari europei a libro paga dell’emirato, mentre a Gaza le donne e i bambini muoiono come morivano in Afghanistan, quando, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, si bombardava il paese per dare la caccia al terrorista Bin Laden che non era afghano ma saudita e non stava in Afghanistan ma in Pakistan. Risultato: 176mila morti, 46mila civili.

I guerrafondai accusano chi chiede a Israele di fermare la rappresaglia e invoca soluzioni diplomatiche di essere complici dei terroristi di Hamas e prima ancora complici di Putin. Questi piazzisti dell’industria bellica non credono alla fondatezza delle loro calunnie ma infamano a scopo di intimidazione, per annichilire il dissenso e indurci tutti al silenzio e all’autocensura, così che la guerra possa procedere senza opposizione.

Cari esportatori di democrazia che a forza di esportarla siete rimasti senza, io detesto gli oligarchi e i tiranni, sono atea e il fanatismo religioso mi fa orrore anche prima che sfoci nella violenza stragista; ho un figlio ucraino, un marito ebreo. Eravamo in piazza insieme e ci torneremo per gridare ‘Fuori la guerra dalla storia’.

Fuori la guerra dalla Palestina e da Israele, dall’Ucraina, dagli oltre cinquanta conflitti in corso nel mondo sui quali teniamo spenti i riflettori.

Fuori la guerra dalla storia perché la guerra sembra ineluttabile solo a chi la dichiara senza andare in trincea a combatterla. Solo a chi ordina agli eserciti di attaccare o resistere mentre se ne sta al sicuro nella stanza dei bottoni. Solo a voi che la guerra la combattete dal divano, facendo il tifo per uno schieramento o per quell’altro, convinti di aver individuato quali siano gli schieramenti in campo: Zelensky o Putin, Israele o Hamas, in un gioco delle parti truccato in cui ogni cosa che si scrive da una parte, dall’altra si scrive al contrario: “Hamas usa i bambini come scudi umani!”, per il fatto che i figli dei combattenti di Hamas vivono – ma pensa un po’! – con i loro genitori, le madri e i fratelli, e per colpire il covo di un terrorista si demolisce un intero palazzo. Ma non sono scudi umani anche i bambini dei coloni israeliani? Non hanno scelto loro di nascere su un territorio occupato in violazione del diritto internazionale, diventando bersaglio dei terroristi di Hamas, di venire al mondo in una trincea invece che in una culla. E i terroristi di Hamas, che tali sono se li racconta l’Occidente, diventano partigiani appena cambi canale e paese, agli occhi degli espropriati della terra, dell’acqua, del diritto a una vita dignitosa.

Al vostro gioco truccato delle parti non giochiamo perché sappiamo che le parti non sono quelle. Gli israeliani contro i palestinesi, i russi contro gli ucraini. Sappiamo che gli obiettivi di Netanyahu e di Hamas, di Zelensky e di Putin non coincidono affatto con quelli dei loro popoli. Sappiamo che gli schieramenti che si fronteggiano in ogni guerra sono gli oligarchi da un lato – che si servono degli eserciti così come dei terroristi, dei mercenari, delle milizie paramilitari simpatizzanti per il nazismo – e i poveri cristi mandati al macello dall’altro, macellai contro macellati. E ogni guerra finisce allo stesso modo. Finisce che i popoli la perdono anche quando i loro governi la vincono.

Fuori dalla storia la guerra che miete vittime tra i civili e tra i militari, vittime due volte. I soldati dei paesi vincitori, come quelli dei paesi vinti, muoiono o tornano a casa feriti nel corpo e nell’anima, spesso inadatti alla vita che avevano. Le case dei paesi vincitori, come quelle dei paesi vinti – i ponti, gli ospedali, le fabbriche, le stazioni, le scuole – vengono distrutte, le famiglie terrorizzate e divise, le terre bruciate e chi vive di questo – andando a scuola, coltivando la terra, lavorando in una fabbrica – si ritrova senza la vita che aveva da vivere, con tutto da rifare, le notti popolate da incubi e i giorni tormentati dal rimorso, dal rancore e dal terrore della vendetta.

Fuori la guerra dalla storia perché i popoli non si difendono con le armi e la violenza ma con il diritto, assicurando a ciascuno un’esistenza libera e dignitosa.