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Israele-Palestina, abbiamo fatto finta di non vedere e ora rischiamo una guerra mondiale a pezzi. Serve tornare a usare la diplomazia

Ospitiamo un intervento di Erasmo Palazzotto, già parlamentare, vicepresidente della commissione Esteri e presidente della commissione d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, e di Arturo Scotto, deputato del Partito democratico.

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Dal 7 ottobre 2023 è cambiato tutto in Israele e Palestina. È una data che segnerà per sempre la storia del Medioriente. Non siamo davanti ad una delle tante drammatiche crisi che hanno scandito la storia recente di un conflitto secolare, ma davanti ad una sua terribile evoluzione. Per la prima volta viene meno l’asimmetria del conflitto israelo-palestinese, anche se non sul piano della forza militare, ma sulla dimensione dei crimini commessi e sul numero delle vittime civili.

Quello di Hamas è un atto di terrorismo senza precedenti per la sua dimensione e per la sua brutalità sulla popolazione civile che lo rende a tutti gli effetti un crimine di contro l’umanità. Non c’è alcuna comprensione possibile, nessuna violenza subita dal popolo palestinese e nessun sopruso commesso dall’esercito israeliano in questi anni può giustificare un gesto di questa natura. Ed è bene ribadirlo con la stessa chiarezza con cui in questi anni molti di noi hanno denunciato le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele ed il regime di Apartheid, come scrivono i rapporti delle Nazioni Unite, a cui è stato sottoposto il popolo palestinese.

Quello di Hamas è un gesto che avrà conseguenze drammatiche in primo luogo per i palestinesi ed in particolare per Gaza che già in queste ore è sottoposta ad un bombardamento senza precedenti con 2 milioni di persone intrappolate senza cibo, acqua e luce.

Per questo oggi è necessario esprimere solidarietà e vicinanza al popolo Israeliano tanto quanto a quello Palestinese entrambi vittime di questa spirale di odio e violenza. Dobbiamo ricordarci che Hamas non è Gaza e soprattutto non è la Palestina né i Palestinesi.

La scomparsa della prospettiva palestinese dall’agenda internazionale ha un peso enorme: la crisi di credibilità della leadership dell’Anp dopo gli accordi di Oslo è andata di pari passo con la riduzione del campo della pace in tutto il Medio Oriente.

E i vuoti come sempre si riempiono.

Ma d’altra parte se siamo arrivati fino a qui è perchè in questi anni abbiamo fatto finta di non vedere, abbiamo pensato che potesse essere uno status quo sostenibile la condizione di vita di milioni di Palestinesi, abbiamo ritenuto che non fosse un problema la radicalizzazione che investiva la società israeliana e quella palestinese in maniera simmetrica.

Oggi Gaza è governata da un regime che ci ha dimostrato di non avere alcuna remora ad utilizzare il proprio popolo come vittima sacrificale di un disegno politico ben preciso; e Israele ha un governo nazionalista e di estrema destra – mai così tanto isolato nel contesto internazionale – che ha come obbiettivo dichiarato quello di arrivare ad una soluzione finale del conflitto che prevede la cancellazione della Palestina e della legittima aspirazione del suo popolo ad avere uno stato.

Davvero pensiamo che queste posizioni possano portare ad un processo di pace e alla realizzazione dell’obiettivo di due popoli, due stati?

Davvero riteniamo che aver trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto affidata ad Hamas non avesse conseguenze drammatiche, che il timore reverenziale della comunità internazionale di richiamare il Governo di Israele alle proprie responsabilità su quello che accade quotidianamente in Cisgiordania ai danni di cittadini e cittadine palestinesi non avrebbe scatenato altra violenza?

Eccoci qui dunque davanti all’escalation di un conflitto che non avrà vincitori né vinti, perché semplicemente non ci può essere un vincitore in quella che ormai assume sempre di più la natura di una guerra civile. Gaza esiste, i palestinesi esistono ed esisteranno anche dopo le rappresaglie dell’esercito israeliano e fino a quando non avremo la forza ed il coraggio di affermare che senza giustizia per un popolo non ci sarà mai pace e Hamas, la Jihad Islamica, o qualsiasi altra cosa verrà dopo, sarà sempre più forte.

Coloro che oggi invocano l’uso della forza illimitata e fuori dal diritto internazionale cosa pensano che accadrà tra qualche mese e dopo migliaia di morti? Rischiamo di assistere a una spirale infinita. L’ingiustizia è il terreno su cui Hamas ha costruito la sua forza militare e politica ed è alla radice di quella forza che bisogna colpire offrendo ai Palestinesi la speranza di una pace giusta senza aspettare altre 10.000 vittime per intervenire.

Serve una politica estera capace di leggere la complessità del contesto in cui questa escalation si inserisce, serve una conferenza di pace che metta sul tavolo le ragioni del conflitto e che per la prima volta dopo tanti anni offra la speranza di una soluzione giusta anche per i Palestinesi.

Anche perché il conflitto rischia oggi di espandersi oltre i confini di Israele e Palestina, assumendo una dimensione regionale che si innesta in uno scenario geopolitico già molto instabile a causa della guerra in Ucraina e che si innerva nelle contraddizioni aperte delle società europee.

Una nuova guerra mondiale a pezzi.

Abbiamo bisogno di ritrovare la bussola della politica, usare gli strumenti della diplomazia e del negoziato – che includa anche l’ipotesi di una forza di interposizione a protezione dei civili sul modello di Unifil in Libano – per scongiurare questo rischio astenendosi dalla tentazione di risolvere ogni crisi del nostro tempo solo con l’uso della forza.

Serve un rinnovamento e un rilancio dell’autorità nazionale palestinese, serve ricostruire un ponte di dialogo con quella larga parte della società israeliana che vuole bonificare i giacimenti d’odio e liberarsi del lungo ciclo di guerra e terrorismo. Due popoli, due stati testardamente, nell’ora più buia di una terra disperata.