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Biden e l’eccezionale summit coi leader dell’Asia centrale: al centro terre rare e contenimento di Cina e Russia

L’Onu è un organismo sempre più criticato per la sua scarsa incisività, ma le assemblee generali sono spesso occasione per incontri di una certa rilevanza. Non ha fatto eccezione la 78° sessione plenaria. A margine dei lavori del 19 settembre, infatti, il presidente Usa Joe Biden ha partecipato a un summit con tutti e i cinque i leader delle repubbliche dell’Asia Centrale – Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan – primo inquilino della Casa Bianca della storia a prendere parte a un meeting di questo tipo. Se si considera poi che nessun leader americano ha mai visitato la regione durante il suo mandato, si capisce ancora di più la rilevanza della decisione.

Lo stesso Biden non si è risparmiato nei toni, affermando che l’incontro è stato “un momento storico” e che gli Stati Uniti vogliono basare la cooperazione con l’Asia Centrale “sul nostro impegno condiviso per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale”. Questi ultimi punti sono ormai un mantra ricorrente quando leader di un certo peso incontrano i governi regionali – lo stesso Xi Jinping ribadisce con frequenza questi concetti – e rappresentano un evidente monito nei confronti della Russia (che non è stata citata durante l’incontro del 19 settembre) affinché non allarghi le sue mire territoriali anche all’area centro asiatica. Al momento da Mosca non sono arrivati commenti sulla mossa statunitense, ma è chiaro che dal Cremlino si è guardato con una certa irritazione a quanto avvenuto a New York.

La decisione di Biden di incontrare gli omologhi centro asiatici si inserisce in una tendenza che sta vedendo gli Usa cercare di ricominciare a rivestire un ruolo in Asia Centrale, anche e soprattutto alla luce della crescente frustrazione delle cancellerie regionali per le mosse internazionali di Mosca, loro storico alleato di ferro. A marzo il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha fatto tappa in Uzbekistan e Kazakistan – i due paesi dell’area più rilevanti dal punto di vista economico e demografico – visita che ha fatto seguito a quella del suo assistente per la regione, Donald Lu, compiuta invece a novembre 2022.

Venendo a quanto emerso a margine dell’Assemblea delle Nazioni Unite, sul tavolo sono stati messi temi molto ampi, come la sicurezza regionale (l’Asia Centrale confina con l’Afghanistan), la connettività e la lotta al cambiamento climatico. La proposta più significativa emersa è stata quella relativa all’istituzione di un tavolo stabile di dialogo sul fronte minerario, un settore che sta molto a cuore agli Stati Uniti soprattutto relativamente alle terre rare e a tutti quei minerali necessari per portare avanti gli sviluppi tecnologici legati anche alla produzione di energia sostenibile. Stando a dati rilasciati nel 2022 dall’Istituto Geologico statunitense, gli Usa dipendono al 100% dalle importazioni per dodici minerali e per oltre il 50% per altri trentuno di questi elementi. Per ventisei dei cinquanta minerali classificati come “critici” dal governo americano, la Cina è la principale fonte di importazione, facendo del tema una vera e propria questione di sicurezza nazionale.

Ecco quindi spiegata in numeri e peso specifico la decisione di toccare questa tematica così strategica avendo di fronte i leader, tra gli altri, di Kazakistan e Uzbekistan, paesi che a loro volta dispongono di un ingente quantitativo di terre rare come rame, litio e cromo. Proprio per la delicatezza di questa dimensione, Biden è stato molto cauto, sottolineando come si tratti ancora della fase di proposta di un’accresciuta collaborazione in tale ambito. L’amministrazione Usa è infatti consapevole del gioco di bilanciamento a cui si devono prestare le cancellerie centro asiatiche, combattute tra la volontà di aumentare il proprio peso internazionale e ampliare la platea dei propri partner e la necessità di evitare a tutti i costi di arrivare a una rottura netta con la Russia – detentrice di numerose leve, militare e politica su tutte, nella regione – o con la Cina – che in Asia Centrale ha investito decine di miliardi di dollari e che si sta affermando sempre più anche come modello politico, fatto di autoritarismo e spinta economica.

La Casa Bianca sembra aver compreso che un approccio pragmatico alla regione centro asiatica può pagare di più di quello basato sui diritti umani portato avanti nella fase successiva all’indipendenza degli -stan dall’Unione Sovietica, che in passato ha generato più di una tensione. Certo, come sottolineato anche da Human Rights Watch prima del meeting tenuto da Biden, i regimi dell’Asia Centrale (almeno alcuni di essi) sono tra i più repressivi a livello mondiale, e lasciare completamente nell’ombra determinate tematiche rischia di apparire come una fin troppo cinica adesione al principio di real politik. Di contro, un riavvicinamento potrebbe contribuire a limitare il ruolo della Russia e della Cina nell’area. In termini diversi, gli Stati Uniti e le altre democrazie occidentali – tra cui l’Italia è in prima fila – interessate all’Asia Centrale devono percorrere lo stesso filo sottile su cui si muovono le cancellerie regionali schiacciate tra Mosca e Pechino.