Scienza

Alzheimer, la ricerca tra biomarcatori e anticorpi monoclonali. Lo scenario di 139 milioni di malati

La sfida per contrastare e chissà un giorno curare o prevenire l’Alzheimer è ancora aperta, ma la ricerca scientifica prosegue senza sosta e nel corso del tempo gli scienziati hanno fatto progressi nella comprensione della malattia e nell’individuazione di nuovi approcci. Oggi è la Giornata mondiale della lotta contro l’Alzheimer e arriva la notizia che entro due anni saranno disponibili anche in Italia i nuovi farmaci per combattere la malattia che comporta un progressivo decadimento delle funzioni cognitive ed è stato approvato un anticorpo monoclonale.

Lo scenario viene prospettato da Raffaele Lodi, presidente della Rete Irccs delle Neuroscienze e della Neuroriabilitazione (Rin) del ministero della Salute: “Non tutti i pazienti potranno utilizzarli”, precisa l’esperto, trattandosi di terapie che “aggrediscono la malattia nella sua forma più iniziale, paucisintomatica o addirittura presintomatica”. Ecco perché la Rin “in questi anni ha lavorato per condividere e applicare quotidianamente i migliori protocolli clinici neuropsicologici di diagnostica strumentale e di laboratorio“, così da “caratterizzare al meglio i pazienti e individuare quindi nelle fasi più precoci dell’Alzheimer, su tutto il territorio nazionale, coloro i quali beneficeranno maggiormente dei nuovi presidi terapeutici”.

Biomarcatori per la diagnosi precoce – L’Alzheimer fa registrare numeri altissimi e in crescita, sottolinea Lodi, considerando che l’incidenza della patologia è legata all’età e l’Italia è il Paese più vecchio del mondo insieme al Giappone. L’impegno della Rin, con l’Istituto virtuale nazionale (Ivn) demenze coordinato da Fabrizio Tagliavini, past-president del network – ricorda una nota – è stato evidenziato nelle scorse settimane anche dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che in occasione di un incontro promosso dal gruppo interparlamentare presieduto da Beatrice Lorenzin e Annarita Patriarca aveva parlato di “ruolo importante del network nella ricerca sull’Alzheimer mirato alla comprensione dei meccanismi della malattia, finalizzati allo sviluppo di trattamenti efficaci e, anche, al miglioramento della qualità della vita dei pazienti grazie al progresso della ricerca”. Tagliavini, che guida le attività dei 19 Irccs dell’Ivn demenze, volte all’armonizzazione delle procedure e dei protocolli di studio per offrire ai pazienti gli stessi standard e le stesse opportunità su tutto il territorio nazionale, rimarca che il lavoro dell’istituto è focalizzato sui biomarcatori per la diagnosi precoce, proprio in previsione dei trattamenti farmacologici ‘disease modifying’ che saranno disponibili nel prossimo futuro.

Gli anticorpi monoclonali – Ci sono poi gli anticorpi monoclonali. “Avevamo chiuso il 2022 con un po’ di amaro in bocca per malati, famiglie e addetti ai lavori legato al fatto che il primo farmaco che aveva dimostrato una qualche efficacia nel modificare l’andamento naturale della malattia approvato negli Usa (Aducanumab*) non era stato poi approvato in Europa (e quindi in nessuno dei Paesi Eu) a causa di una serie di motivazioni peraltro per lo più condivisibili – osserva Paolo M. Rossini, direttore Dipartimento Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma – come la scarsa efficacia clinica, gli effetti collaterali relativamente frequenti e talvolta allarmanti, gli elevati costi diretti e indiretti (inclusi quelli organizzativi per l’erogazione ospedaliera ed il monitoraggio degli effetti collaterali)”.

Il 2023 “si è aperto con l’approvazione da parte dell’Fda di un altro anticorpo monoclonale contro la beta-amiloide (come Aducanumab) il cui percorso approvativo è ora all’attenzione delle autorità dell’Ente europeo per il farmaco. La molecola si chiama Lecanumab*; in questo caso l’efficacia sembra maggiore, gli effetti indesiderati molto minori, mentre permangono irrisolti i problemi relativi ad i costi diretti ed indiretti”, prosegue Rossini.

Lo scenario con 139 milioni di malati – L’importanza dei progressi di questa malattia così grave e ancora senza terapia è data anche dallo scenario impressionante che si prospetta. Nei prossimi 25 anni le persone affette da demenze nel mondo potrebbero passare da 55 milioni a 139 milioni; i costi legati alla malattia fare un balzo dagli 1,3 mila miliardi di dollari del 2019 a oltre 2,8 del 2030 secondo i dati del World Alzheimer Report 2023 realizzato da Alzheimer’s Disease International. Il trend delle demenze sembra inarrestabile: “L’Oms stima che, nel 2020, 1 miliardo di persone aveva più di 60 anni e che questa categoria raddoppierà fino a 2,1 miliardi entro il 2050, due terzi dei quali vivrà in Paesi a basso e medio reddito. Il numero di persone con più di 80 anni è atteso che triplichi durante lo stesso periodo arrivando a 426 mila persone”, si legge nel rapporto. Per questo, “è essenziale agire adesso per assicurare che queste persone possano vivere più sane possibile per un tempo più lungo possibile”.

Si inserisce in questo contesto lo slogan di quest’anno della giornata mondiale dell’Alzheimer: “Non è mai troppo presto, non è mai troppo tardi”. Nel rapporto viene declinato ponendo l’attenzione alla riduzione del rischio, sulla base di ricerche recenti che stimano che fino 40% dei casi di demenza potrebbe essere prevenute o ritardate affrontando 12 fattori di rischio. “Ritardare l’insorgenza della demenza o rallentarne la progressione dopo la diagnosi sono obiettivi essenziali quando si tratta di gestire il peso della malattia a livello sociale e individuale, per non parlare del valore incommensurabile di qualche anno in più di vita in buona salute per le persone e i loro cari”.