Politica

Salvini inveisce contro l’Europa, Meloni sfila con Von der Leyen a Lampedusa: che teatrino

di Paolo Di Falco

Congiunture internazionali improvvise, missioni navali buttate lì per sostituire la retorica del “rimpatriamo tutti e affondiamo le navi” e infine sfilate che servono solamente a rimarcare la distanza che c’è tra governo e cittadini. Questo il teatrino messo in scena nelle ultime ore dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, abituato ormai a trattare tutto come fosse una piccola parte della sua serie personale pensata su modello Ferragnez.

Così, mentre l’alleato leghista dal palco di Pontida inveisce contro l’Europa brutta e cattiva, la Premier sfila con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in una Lampedusa linda e pulita per le telecamere. Come recita il copione messo in scena già a Caivano, la visita di qualche ora prende avvio con il corteo di auto infinite, seguono i soliti agenti di polizia che fanno da cordone tra lei e il resto dei cittadini e, infine, rapida conferenza stampa.

L’unica differenza rispetto a Caivano? Questa volta manca la folla festante riunita ad hoc nelle chat di partito. Per il resto tutto uguale: c’è la promessa di pugno duro contro i trafficanti di uomini che, un tempo, la stessa aveva promesso di “ricercare lungo tutto il globo terraqueo” e c’è la solita misura spot varata dal Consiglio dei Ministri. La conclusione è già scritta: tra qualche settimana si parlerà già di altro mentre Lampedusa e i lampedusani saranno lasciati da soli a farsi carico dell’accoglienza italiana.

D’altronde la “serietà” del governo si è fermata ai soliti slogan ridicoli alimentati con una buona dose di mezza verità in modo da risultare più credibili agli occhi della gente. Il bluff evidente, paradigma dell’impegno messo in campo dall’esecutivo, è rappresentato dal rilancio dell’operazione Eunavfor Med, ribattezzata Sophia dal nome di una bimba nata a bordo di una delle sue navi. La missione è nata nel 2015 con l’obiettivo di contrastare il contrabbando e la tratta di esseri umani. Tre le fasi: raccogliere informazioni sui trafficanti, dirottare e sequestrare le imbarcazioni usate per tali scopi intervenendo direttamente in acque libiche (previo via libera da parte dei libici e dal Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite) e, infine, la neutralizzazione delle strutture logistiche usate dai trafficanti.

C’è da sottolineare come nel corso degli anni a queste tre attività se ne siano affiancate altre come l’addestramento della guardia costiera libica. Se negli anni l’operazione ha permesso di arrestare 143 persone, di disabilitare oltre 550 imbarcazioni e di addestrare 477 uomini della guardia costiera libica, dall’altra parte è stata un’inchiesta di Politico ad evidenziare i limiti della stessa. Stando a mail e note dei suoi responsabili, la missione alla fine si è svolta solamente in acque internazionali e non in acque libiche, luogo dove difatti agiscono i trafficanti. E’ emerso, tra le altre cose, che i funzionari europei fecero finta di non sapere della collaborazione della guardia costiera libica con gli stessi trafficanti.

Fatto sta che la missione, rinnovata nel 2017, fu soppressa nel 2018 dall’attuale Vicepremier leghista Matteo Salvini. Ma, in questo scenario, cosa vorrebbe dire nel concreto “resuscitarla”? Innanzitutto ci vorrebbe un accordo tra i 27 esecutivi europei, cosa quasi impossibile da raggiungere soprattutto in vista delle prossime elezioni europee. Cosa più importante, che non può essere data per scontata, è il fattore tempo: trovato un accordo, servirebbero almeno sei mesi per rimettere in piedi la flotta del 2015. In sostanza la missione sarebbe pronta per l’inverno quando, probabilmente, l’emergenza sbarchi sarà già conclusa.

Ma c’è di più: tutto questo non basterebbe ugualmente a fermare gli sbarchi ed è impossibile che la Premier non lo sappia. Come dicevamo prima, il grande limite dell’operazione Sophia consisteva nella sua navigazione in acque internazionali. Lo stesso limite che contribuì a trasformarla in una missione di salvataggio. Oggi come allora, difatti, manca l’autorizzazione da parte dei diretti interessati all’ingresso in acque libiche e tunisine. La grande operazione vagheggiata dalla Premier quindi si andrebbe a tradurre in un nulla di fatto. Però, che importa? Come soluzione suonava bene, è questo quello che conta.