Mondo

La partita doppia del presidente tunisino Saied: retate contro i migranti e “rifiuto di ingerenza negli affari interni”

Se l’esplosione della crisi migratoria delle ultime settimane a Lampedusa allarma Roma e Bruxelles, dall’altro lato del Mediterraneo sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno. Quasi a titolo espositivo, negli ultimi giorni la Tunisia ha avviato una massiccia retata non solo contro le reti di trafficanti di esseri umani e gli organizzatori dell’immigrazione clandestina nel Paese, ma anche contro gli immigrati stessi, in un clima di violenza e caos generale. D’altra parte, però, il governo tunisino rimane ambiguo sulla propria posizione con l’Unione europea, con la quale ha sottoscritto lo scorso luglio un memorandum d’intesa, fortemente voluto dalla premier italiana Giorgia Meloni, per un “partenariato strategico e globale” sulla “migrazione irregolare” e sullo sviluppo economico, cercando di superare la crisi dei migranti alle frontiere tunisine. La Tunisia, allettata infatti dalla prospettiva di aiuti economici alternativi a quelli congelati dal Fondo monetario internazionale, ha cercato fin da subito di onorare la propria parte, senza però mostrare alcun riguardo verso le vittime stesse dell’immigrazione clandestina. Saied ha quindi fin da subito sottolineato che la Tunisia “non sarà un terreno di reinsediamento per i migranti irregolari”, lasciando presagire un aumento delle violenze verso gli immigrati subsahariani e un’esplosione della crisi migratoria in tutto il Mediterraneo.

Fonti umanitarie, tra cui Human Rights Watch, affermano infatti che, da luglio, almeno duemila immigrati subsahariani sono stati espulsi o trasferiti con la forza dalle autorità tunisine nelle regioni desertiche al confine con Libia e Algeria. Almeno 27 persone sono morte e altre 73 risultano ad oggi ancora disperse. Il 10 agosto Tripoli e Tunisi hanno deciso di condividere la responsabilità di fornire rifugio ai migranti e centinaia di persone sono state rimandate nei famigerati centri di detenzione libici, noti per le loro terribili condizioni e gli episodi di violenza. Il 16 settembre il ministero degli Interni tunisino ha diffuso un comunicato in cui conferma che “nei giorni di 15 e 16 settembre 2023, sia nella città di Sfax che nell’isola di Kerkenna (di fatto gli avamporti di Lampedusa, ndr), è stata condotta una campagna di sicurezza su larga scala, che ha visto la partecipazione delle forze di sicurezza, delle forze armate e della Guardia Nazionale, ed è stato ripristinato il normale funzionamento delle strutture pubbliche che erano state sospese”. Nella sola giornata di domenica le forze di sicurezza di Sfax hanno evacuato più di 500 migranti subsahariani dalla piazza di Bab Al-Jebli, dove risiedevano da quando sono stati cacciati dalle loro case durante gli scontri di luglio. Il ministero dell’Interno tunisino conferma infine che la campagna di sicurezza “è stata ben accolta dai residenti della regione”. La retata arriva poche ore dopo un incontro tra il presidente Kais Saied con il ministro degli Interni Kamel Feki, in cui si è discusso “riguardo l’inaccettabile afflusso di migranti illegali nella città di Sfax e nell’isola di Kerkenna”. Secondo quanto riporta il quotidiano online Arabi Jadid, l’evacuazione è avvenuta due giorni dopo che alla Mezzaluna Rossa tunisina è stato impedito di distribuire cibo e acqua alle centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo nella città. Sempre secondo il quotidiano arabo, che cita Romdhan Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, i migranti sono stati semplicemente “dispersi in piccoli gruppi verso le zone rurali e altre città”. Nessuna soluzione reale al problema.

In Tunisia la situazione migratoria è radicalmente cambiata nel febbraio di quest’anno, quando il presidente Kais Saied in un discorso aveva affermato che il paese arabo è a “rischio sostituzione etnica” e che bisogna “porre fine rapidamente al fenomeno migratorio, soprattutto perché gli immigrati incontrollati provenienti dall’Africa sub-sahariana” sono responsabili di “violenza, crimini e pratiche inaccettabili”. Il discorso “incendiario” del presidente Kais Saied ha quindi provocato tensioni razziali e attacchi xenofobi e, di fatto, aperto a soluzioni illegali per la risoluzione del fenomeno migratorio. Mentre gruppi per i diritti umani e organismi regionali e internazionali hanno fortemente criticato le dichiarazioni di Saied, le stesse hanno avuto un ampio consenso tra ampie fasce della popolazione locale. Importante poi ricordare che il testo del protocollo d’intesa Tunisia-Ue non garantisce diritti o protezione ai migranti subsahariani che vivono in Tunisia. L’ufficio del Mediatore Ue ha quindi chiesto alla Commissione europea come intende monitorare i diritti delle persone interessate e quale valutazione è stata fatta dell’impatto sui diritti prima della firma del memorandum d’intesa con la Tunisia. Come sottolinea David Diaz-Jogeix, direttore senior dei programmi di Article19, un gruppo di difesa dei diritti umani, “c’è una crescente dicotomia che emerge tra il ‘dire’ e il ‘fare’ nelle relazioni dell’Europa con il Nord Africa”. “Mentre l’Ue parla dei suoi valori, per il Nord Africa si tratta solo di fermare l’immigrazione. In sostanza, attraverso gli aiuti e gli accordi energetici, l’Ue sta dando ai leader della regione il permesso di fare ciò che vogliono. Trattandoli in questo modo, l’Ue sta dando legittimità ai loro leader e normalizzando la loro amministrazione”.

Kais Saied va oltre e addirittura definisce ogni critica alla sua amministrazione come “un’ingerenza interna agli affari di uno Stato sovrano”. Lo scorso 14 settembre la Tunisia ha infatti impedito ad una delegazione del Parlamento Europeo di entrare nel suo territorio spiegando, in una dichiarazione del ministero degli Esteri all’agenzia di stampa tunisina, che tra i membri della delegazione parlamentare ci sono deputati noti per le loro “posizioni ostili nei confronti della Tunisia” e per le loro “dichiarazioni faziose e non oggettive sulla Tunisia, sulle scelte del suo popolo e sulle sue istituzioni”, dichiarandoli quindi “non benvenuti sul territorio tunisino”. Tra gli scopi della visita c’era anche quello di “fare il punto sull’accordo migratorio firmato a metà luglio tra l’Unione Europea e la Tunisia”. Secondo la fonte ministeriale tunisina, però, i membri della delegazione devono essere “concordati preventivamente” per una “composizione che include deputati più obiettivi” per “portare avanti un dialogo costruttivo con il Parlamento europeo sulla base del rispetto reciproco”, ribadendo però il “totale rifiuto di qualsiasi ingerenza nei suoi affari interni”.

Twitter: youssef_siher