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Decreto baby gang, Tajani boccia lo stop ai cellulari: “Non risolutivo, se lo fanno prestare”. E scarica Salvini sul carcere per i minorenni

Lo stop all’uso del cellulare per i minori condannati finito nella bozza che approderà in Consiglio dei ministri non piace anche dentro la maggioranza. Il decreto baby gang in dirittura d’arrivo, ultimo risposta repressiva del governo Meloni ai fatti di cronaca e applaudito da Matteo Salvini, viene stroncato nella sua parte più controversa dall’altro vice-premier, Antonio Tajani. Che dice quasi un’ovvietà, essendo apparsa palese la difficoltà di applicazione della norma già a una prima lettura del testo, ma che evidentemente non lo è per chi lo ha partorito.

“Lo stop ai cellulari? Non è una questione risolutiva. Certamente per un giovane è un segnale forte ma non è che si risolve perché poi, magari, se lo fanno prestare dal fratello o trovano il modo di usarlo”, ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier bocciando la misura contenuta nel decreto per contrastare le baby gang. “È uno strumento aggiuntivo – ha detto ancora – Io penso sempre che l’aspetto fondamentale sia la rieducazione in carcere, per questo è giusto che gli istituti di detenzione minorile ci puntino ancor più degli altri”. Il giudizio del segretario di Fi assomiglia molto a quello affidato dall’ex procuratore minorile di Napoli, Giandomenico Lepore, a Il Fatto Quotidiano: “Non servono misure di polizia. Sono quelle cose di cui ci si riempie la bocca per apparire molto severi, ma all’atto pratico difficili da applicare. Bisogna cambiare il carcere”.

Tajani è poi stato interpellato direttamente sulla parole di Salvini, riguardo ai minorenni che meritano il carcere se si macchiano di reati gravi. “Un 14enne che uccide, rapina o spaccia deve pagare come paga un 50enne”, aveva detto il numero uno della Lega. “Non possiamo che considerare un 14enne che gira armato un criminale – risponde Tajani – Detto questo, ci sono le carceri minorili che devono lavorare per la rieducazione. Non dobbiamo mai rinunciare alla possibilità di far sì che questi giovani si allontanino dal mondo del crimine”.

È “ovvio”, ha specificato il vicepremier forzista, che “un giovane criminale debba pagare per le sue colpe perché è già nell’età della ragione”. Ma “deve essere sempre, nell’ambito dell’esecuzione della pena, considerato un soggetto che può redimersi”. I giovani negli istituti di detenzione minorile devono “essere oggetto di particolare attenzione anche da un punto di vista formativo”, ha aggiunto il vicepremier perché “un giovane criminale è un criminale ma non è detto che debba esserlo per tutta la vita”. Fermo restando che se a 14 anni hai “la pistola carica e vuoi ammazzare o hai ammazzato devi essere trattato come un altro assassino – ha quindi ribadito – Il problema è la rieducazione dal giorno dopo la condanna”.

Nella bozza lasciata filtrare alla vigilia del Consiglio dei ministri si prevede che il questore possa convocare anche i ragazzi tra i 14 e i 17 anni per un avviso orale e se il soggetto al quale è stato notificato l’avviso risulta condannato, anche con sentenza non definitiva, per delitti contro la persona, il patrimonio ovvero inerenti ad armi o droga, il questore può proporre al tribunale il divieto di utilizzare “piattaforme o servizi informatici e telematici specificamente indicati nonché il divieto di possedere telefoni cellulari”. Un’idea quantomeno illusoria se non irrealizzabile, che il governo vorrebbe approvare per provare a mettere un freno al fenomeno delle baby gang e contrastare il disagio giovanile. O almeno una parte dell’esecutivo, visto che se la Lega sta cercando di intestarsi il provvedimento, la terza gamba della maggioranza, attraverso le parole del suo numero uno, ha smontato la misura più “pop” contenuta nel decreto.