Mafie

Cosa Nostra cercò di corrompere Scopelliti, poi ne decise l’eliminazione. Ma si rivelò deleteria

Scriveva così Giovanni Falcone il 17 agosto del 1991 sulle pagine de La Stampa a proposito dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto il 9 agosto: “Unico dato certo è l’eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato – e probabilmente lo è – essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere”.

Da allora sono passati trentadue anni e questo appare ancora essere uno dei pochi “dati certi”, visto che per quell’omicidio straordinario non sono stati condannati né esecutori, né mandanti, nonostante diversi processi siano stati celebrati e negli ultimi anni un collaboratore di giustizia, Maurizio Avola, legato al clan Santapaola di Catania, si sia persino auto accusato del delitto, facendo trovare un fucile che sarebbe stato quello adoperato per l’esecuzione. Esiste oggi un’interpretazione prevalente dell’omicidio, che pure non ha consentito sul piano della giustizia penale di definire responsabilità precise e che apparare ragionevolmente fondata, anche se non riesce a soddisfare completamente una serie di punti interrogativi.

L’interpretazione è nota: Cosa Nostra aveva scaricato sull’iter del maxi processo una violenza crescente con evidenti finalità intimidatorie, a mano a mano che il processo camminava per la sua strada e le possibilità di farlo deragliare si assottigliavano. Lo ricorda Falcone in quel medesimo articolo (“il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani è approdato all’ultima istanza del giudizio”): dalla fase delle indagini, fino all’assassinio del giudice Saetta, ammazzato insieme al figlio, Cosa Nostra aveva usato tutti i canali utili per far capire quale valore, anche simbolico, attribuisse al processo istruito dal pool prima coordinato da Chinnici, ammazzato nel 1983, poi da Caponnetto, e composto da Falcone, Borsellino, Guarnotta e Di Lello.

La posta: l’impunità della “cupola” come misura di un potere inossidabile. Cosa Nostra sapendo che a rappresentare la pubblica accusa nell’ultimo e decisivo grado di giudizio, la Cassazione, sarebbe stato proprio il giudice Scopelliti, avrebbe quindi cercato prima di avvicinarlo per corromperlo, poi di spaventarlo, infine avrebbe deciso la sua eliminazione. Con l’obiettivo di terrorizzare ulteriormente quanti avrebbero avuto a che fare con il processo in Cassazione, e in ogni caso di far perdere tempo scommettendo, in subordine, sul decorso dei tempi per la carcerazione preventiva.

Non erano obiettivi di per sé velleitari ed è proprio questo che rende l’interpretazione dell’omicidio ragionevole. In effetti il terrore seminato in chi doveva avere a che fare con il “Maxi” aveva dato i suoi frutti (basti pensare alle difficoltà che si ebbero nel formare il collegio giudicante in primo grado, fino a trovare la disponibilità del dott. Alfonso Giordano) e pure le tattiche dilatorie avrebbero potuto dare qualche frutto, nonostante il decreto legge suggerito da Falcone che già in precedenza aveva stoppato le scarcerazioni per decorrenza termini. E che sia stata la mafia (Cosa Nostra, ‘ndrangheta, “Cosa Unica”) a premere il grilletto lo suggeriscono alcuni fatti, riportati dal giornalista Massimo Bugnone nel podcast sull’omicidio Scopelliti, in particolare “l’ambasceria” della ‘ndrangheta cui preme far sapere alla famiglia Scopelliti, da tutti rispettata a Campo Calabro, che almeno avevano ottenuto che il giudice non fosse ucciso nel territorio di Campo Calabro.

In effetti il commando assassino sparò in località Piale, ancora nel Comune di Villa San Giovanni. Ma tutto ciò non basta. Perché per la mafia l’omicidio Scopelliti si rivelò deleterio e controproducente: la sentenza di Cassazione arrivò veloce e durissima, andando oltre quella di appello (che aveva alleggerito il carico delle condanne) e aderendo sostanzialmente alla sentenza di primo grado (quella emessa da Giordano, con Grasso giudice a latere). E’ come se ci fosse qualcosa di più (non di meno!) nell’omicidio Scopelliti, come se ci fosse una posta in gioco che trascenda l’esito stesso del “Maxi”: la fase storica è già cambiata.

A questo proposito è di interesse quanto dice il collaboratore Avola, secondo il quale la strategia terroristico-stragista di Cosa Nostra (“Cosa Unica”) comincerebbe proprio con l’omicidio Scopelliti e non, come comunemente ritenuto, con l’omicidio di Salvo Lima del 12 marzo ’92. Ci sarebbe almeno un dato oggettivo a sostegno delle parole di Avola: l’omicidio Scopelliti verrà rivendicato dalla sigla “Falange Armata”, della quale oggi sappiamo quanto basta per inserire i delitti rivendicati con questa sigla in un sistema criminale complesso le cui finalità andavano oltre quelle tipiche di una organizzazione mafiosa. Mi pare insomma che la posta in gioco dell’omicidio Scopelliti, trascendendo il “Maxi”, si possa inserire in quello che chiamo il “Terzo dopoguerra italiano”, con il suo fitto strascico di negoziati e assestamenti (spesso traumatici). Tra l’omicidio di Saetta e l’omicidio di Scopelliti infatti non passano soltanto tre anni, passa un mondo: Saetta viene ucciso nel 1988, Scopelliti nel 1991, tra queste due date ci stanno la “caduta del muro di Berlino” e l’ammissione in Parlamento da parte di Giulio Andreotti dell’esistenza di Gladio.

L’omicidio Scopelliti, che non servì a Cosa Nostra, anzi, ricorda un altro delitto che non servì a Cosa Nostra: quello di Paolo Borsellino. E chissà che anche per Scopelliti possano valere le parole che Paolo Borsellino consegnò alla moglie Agnese: “mi uccideranno e forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.