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Javier Sotomayor e il salto da record di 30 anni fa a Salamanca: una vita dedicata a quel primato tuttora imbattuto

La canotta bianca con i lati verdi e il numero 76 sul petto. La collanina dorata. I minuti di preparazione e la rincorsa, con i balzi e quel salto senza far cadere l’asta posta in orizzontale. Un centimetro più in alto di una porta da calcio. Salamanca, 27 luglio 1993: 2.45 metri. Il record del mondo. Firmato Javier Sotomayor. Trent’anni dopo, rivedere quelle immagini mette ancora i brividi. Anche perché nessuno, dopo di lui, è mai riuscito a fare meglio. Quel pomeriggio, in Spagna, l’atleta cubano raggiunse un primato storico, superando il suo stesso record mondiale, realizzato cinque anni prima sempre a Salamanca: 2.43. La stessa vetta toccata ai Mondiali di Budapest del 1989, quando ‘Soto’ griffò il record del mondo indoor, anch’esso tuttora imbattuto. Un mito dell’atletica leggera, Sotomayor, considerato il più grande saltatore in alto di tutti i tempi. Con una carriera ultraventennale, legata indissolubilmente alla sua Cuba e al mito della Rivoluzione, che non ha mai rinnegato. E con uno dei quattro figli che sembra percorrere le sue orme in Spagna: campione nazionale under 18 e un futuro da olimpionico già scritto. Anche se non si sa se per i colori iberici o dell’isola caraibica.

Nato a Limonar, nella provincia di Matanzas, il 13 ottobre 1967, Javier Sotomayor fu avvicinato allo sport da uno zio che regalò ai suoi genitori un cronometro. A ogni commissione il piccolo ‘Soto’ cercava di abbassare il tempo impiegato. La grande predisposizione per lo sport era già evidente, ma la scelta del salto in alto avvenne a dieci anni, quando stupì un reclutatore di talenti cubani saltando di netto l’asta. Eppure l’aspirazione di Sotomayor era quella di diventare un corridore come il suo idolo, il connazionale Alberto Juantorena, mito cubano dopo la doppia impresa ai Giochi olimpici di Montreal 1976. A 14 anni il primo salto oltre i due metri, poi gli studi ai massimi livelli sportivi all’Avana. Di lì un’ascesa fulminea, prima a livello nazionale, poi mondiale, grazie al suo primo allenatore, José Godoy Sánchez, che chiamava “Il maestro”. Fu lui, morto nel 1990, l’artefice della trasformazione in campione. Sotomayor giurò tra le lacrime che gli avrebbe dedicato un oro olimpico. E così fu, solo due anni dopo a Barcellona. Con un nuovo allenatore, Guillermo de la Torre, con cui inizialmente il rapporto non fu facile. Ma poi i due si intesero e la carriera di ‘Soto’ prese il volo.

Ben 21 i salti sopra i 2.40 metri. Un oro e un argento olimpici, due ori mondiali outdoor e quattro indoor, tre ai Giochi panamericani, senza contare i 12 campionati cubani di atletica. Sotomayor, 1.94 di altezza, ha gareggiato in tre Olimpiadi. E in altre due non ha potuto, a malincuore, a causa dei boicottaggi tra blocchi dell’Est e dell’Ovest (Los Angeles 1984, in risposta al rifiuto occidentale di partecipare a Mosca 1980, e Seul 1988). In trent’anni, da quel 27 luglio 1993 a Salamanca, nessuno è riuscito davvero a impensierire Sotomayor, orgogliosissimo di detenere il primato ogni giorno di più. Ad avvicinarsi è stato il qatariota Mutaz Essa Barshim – che a Tokyo 2020 ha condiviso con l’italiano Gianmarco Tamberi l’oro dopo i 2.37 metri – con 2.43 metri nel 2014. Ben due centimetri sotto. Prima del ritiro, avvenuto nel 2001, anche una contestata positività alla cocaina durante un test antidoping, cui seguì una sanzione poi dimezzata da parte della Federazione internazionale di atletica leggera.

Oggi Javier Sotomayor, 55 anni, vive tra Guadalajara (a nord di Madrid) e L’Avana. Il figlio Jaxier, campione di Spagna under 18 pur avendo solo 16 anni, è tra i papabili per le Olimpiadi tra il 2028 e il 2032. In Spagna il padre, che forse accetterebbe di perdere il record solo dal figlio – anche se crede fortemente che non avverrà – allena anche una ragazza spagnola. E a Cuba? La fedeltà al socialismo e il perenne ringraziamento a Fidel, per cui lo sport era un chiodo fisso, non bastano per ovviare ai problemi, soprattutto economici, come spesso dichiarato dallo stesso campione cubano, ricordando l’embargo e le sanzioni dell’era Trump-Biden che hanno inasprito i guai nell’isola. All’Avana ‘Soto’, che lavora con la Federazione di atletica leggera, gestisce il locale 2.45 – nome evocativo – nel quartiere di Miramar, dove spesso vengono ospitati concerti dei principali gruppi musicali cubani, come gli Havana d’Primera. E proprio la musica è un’altra delle grandi passioni del ‘Re dei cieli’, che dedica il suo tempo libero al gruppo Salsa Mayor, di cui è stato fondatore.