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La lezione spagnola per i progressisti italiani. Da poveri e disoccupati il voto forte a sinistra. Partiti Ztl? No, stesse preferenze in città e periferie

Qual è il segreto del (quasi) successo della sinistra spagnola? Come hanno fatto i socialisti e i partiti alla loro sinistra a compiere la remontada sorprendente che ha sfilato la sedia del governo alla destra moderata e a quella meno moderata ribaltando un risultato che sembrava segnato? Come sono riusciti, il premier uscente Pedro Sànchez e la principale alleata Yolanda Diaz – la sua ministra del Lavoro e leader di Sumar -, a non farsi consumare dal logorio degli anni di governo e del potere? Il risultato della sinistra spagnola sorprende ancora di più se vista dall’Italia, dove da una dozzina d’anni si è abituati ad alleanze spurie, rincorse al centro e soprattutto parecchie débacle elettorali, anche quando la vittoria sembrava in tasca. Qualche risposta sulla formula magica arriva dall’analisi delle Politiche spagnole che suggerisce alcune differenze rispetto alla conformazione e alla distribuzione del voto del centrosinistra in Italia.

Per esempio: non pare esserci la “sindrome della Ztl“, cioè la ridotta nei centri urbani che da parecchi anni è il rebus da risolvere per i leader del fronte progressista. Da una parte non c’è una differenza di comportamento degli elettori che vivono in città rispetto a quelli che vivono in periferia o nei centri più piccoli. Dall’altra in particolare il Partito socialista è mediamente più forte nelle fasce di popolazione con redditi più bassi e più debole in quelle che hanno redditi più alti. Niente Parioli, niente Brera, niente centro storico: i socialisti vanno forte dove ci si aspetta che vadano forte. A suggerirlo sono una serie di analisi di dati dei giornali spagnoli e istituti di sondaggio. Va precisato, in premessa, che la composizione del voto in Spagna è più complessa rispetto all’Italia per la presenza di partiti regionali molto forti nei rispettivi territori. Ma è giusto sottolineare alcune tendenze.

Saltano all’occhio, per cominciare, alcune tabelle elaborate da Eldiario.es che ha sovrapposto le mappe elettorali con quelle statistiche (dal reddito all’età, dal livello di studio al tasso di disoccupazione). Qui si vede che il Psoe ha una tendenza di preferenza più alta rispetto al suo dato generale (31,7 per cento) tra le fasce di abitanti più povere tra le quali sfiora il 37 per cento. raggiunge il 37 per cento circa nella fascia dei Comuni mediamente più poveri. La performance “scade” gradualmente quando si arriva alle fasce di popolazione più ricche. Questo dato si può intersecare con un altro che riguarda il tasso di disoccupazione e che conferma questo trend. Il Partito socialista è più forte nelle aree in cui i senza lavoro sono oltre il 19 per cento (e qui i socialisti toccano il 34 per cento) e più debole nei territori in cui il tasso di disoccupazione scende sotto al 12. A queste due chiavi di lettura economiche se ne aggiunge una demografica: il Partito socialista conquista sostanzialmente le stesse percentuali sia nei piccoli paesini sia nelle grandi città: 31,2 per cento nei Comuni sotto i mille abitanti, 32,6 in quelli fino a 10mila residenti, 31,9 tra 10 e 50mila, 31,5 tra 50 e 100mila abitanti, 32,7 tra 100mila e 250mila residenti e 30,3 nelle città con oltre 250mila abitanti.

Questi dati sembrano confermati anche dal Centro per le ricerche sociologiche, un istituto pubblico che dipende dal governo, secondo il quale Psoe e Sumar sono i partiti più votati da professori e intellettuali, sì, ma anche da tecnici, pensionati e disoccupati. Il Partito Popolare è appoggiato in maggioranza da autonomi, agricoltori, imprenditori. Vox va forte in particolare tra militari e poliziotti. Secondo il Cis, tra l’altro, gli spagnoli si sono presentati alle urne molto più preoccupati dalla crisi economica, dal carovita, dalla disoccupazione e da sanità e accesso alla casa che non dall’immigrazione o dall’ordine pubblico, chiaramente parole chiave della destra.

Una terza analisi è firmata dal sito di RTve, la radiotelevisione pubblica spagnola. In questo caso sono stati incrociati i voti dei 4 partiti principali – Pp, Psoe, Vox e Sumar – negli oltre 760 Comuni con più di 10mila abitanti. In questo caso viene evidenziato che un altro elettorato di riferimento dei socialisti è quello dei pensionati: il partito cresce nei Comuni con una media più alta di over 65. Qui serve ricordare che uno dei temi centrali della campagna elettorale è stato proprio quello delle pensioni che il governo Sànchez ha aumentato.

Un quadro molto meno organico emerge dall’analisi dell’elettorato di Sumar, il nuovo soggetto politico della sinistra che riunisce una dozzina di partiti più o meno grandi tra cui Podemos. La coalizione guidata da Yolanda Diaz sembra somigliare un po’ di più alle forze progressiste italiane, attirando quello che di solito viene definito “il ceto medio riflessivo”. Per esempio va più forte nelle grandi città e meno dei paesini, ha un nocciolo più solido tra le fasce più abbienti e meno tra quelle più povere, ha meno presa nelle zone in cui la disoccupazione è più alta, prende più voti nei Comuni in cui gli abitanti hanno titoli di studi più alti.

Quanto agli altri partiti una possibile caratterizzazione del voto a favore dei Popolari è che sono preferiti in particolari nelle città e nelle regioni più ricche (ad eccezione della Catalogna e dei Paesi Baschi che tradizionalmente hanno un solido elettorato di sinistra). Vox, invece, va più forte tra i giovanissimi e va a calare con l’aumentare dell’età media. Meno sorprendente è che il partito di estrema destra venga spinto soprattutto nelle zone in cui è più numerosa la popolazione straniera. E’ anche l’unico dei partiti analizzati ad avere più sostegno nelle località con maggiore proporzione di uomini.