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“In prima linea con il Gruppo Wagner”, il racconto della guerra tra i mercenari in trincea. “Il nemico è come noi”

Pubblichiamo un estratto del libro “Il Fronte Russo, la guerra in Ucraina raccontata dall’inviato tra i soldati di Putin” (Rizzoli) del giornalista Luca Steinmann. È stato quasi l’unico testimone occidentale dietro le linee nemiche: un inviato tra i soldati di Putin che però pubblica su media occidentali, quel mondo che si è schierato compatto dalla parte dell’Ucraina. Per diversi mesi ha seguito le truppe nella loro avanzata. In questo libro racconta le storie reali di uomini, donne, bambini, soldati, volontari, rifugiati, insieme alle pressioni subite durante i controlli, descrivendo con precisione il volto feroce di una guerra tragica e fratricida. Il capitolo di cui pubblichiamo un estratto si intitola “In prima linea con il Gruppo Wagner”.

Il primo incontro avviene nella regione di Lugansk, di fronte a un negozio di alimentari in un villaggio non lontano da Popasnaja, dove i soldati di ritorno dai campi di battaglia si fermano a bere e a collegarsi a internet per chiamare a casa. E dove io e Izabella abbiamo atteso per giorni. Avevamo parlato con loro via Telegram ed eravamo d’accordo che ci avrebbero ricontattati quando saremmo potuti partire insieme per il fronte. Nel frattempo, dovevamo tenerci pronti. Finalmente mi arriva un messaggio da un numero sconosciuto. «Sono Roman, un musicista. Tra venti minuti sarò da voi.»

Roman arriva a bordo di un’auto blindata. Ha gli occhi azzurri, un fisico statuario, muscoloso, è alto quasi due metri. Ha la testa rasata, con il simbolo di Batman tatuato sopra l’orecchio sinistro. Sulla divisa verde non porta mostrine, solo una piccola toppa attaccata sul petto con una W di colore rosso: l’effigie del Gruppo Wagner.

Oltre al russo parla un po’ di inglese e di arabo, che ha imparato in Siria, in Libia e in Sudan, dove è stato a lungo a combattere. Prima di diventare soldato ha studiato giurisprudenza all’università di Mosca, per poi frequentare l’accademia militare. La sua attuale professione è il contractor. Mercenario, direbbero alcuni.

Da una piccola base nelle campagne a ridosso delle prime linee coordina le attività degli altri soldati della Wagner che combattono intorno ad Artyomovsk, cittadina nel nord della provincia di Donetsk al confine con quella di Lugansk. «Non facciamo riferimento al ministero della Difesa russo, io mi coordino con i miei due capi, che a loro volta parlano con il Cremlino» mi spiega.

Fin dalle prime parole mi è chiaro che i Wagner non vogliono essere confusi con le forze armate regolari russe. Sono un esercito ben distinto, con un centro di comando separato. E rivendicano una preparazione militare superiore.

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Io e Izabella passeremo qualche giorno con loro. I territori che controllano sono sterminati, dai dintorni di Popasnaja fino alle spopolate steppe nei pressi di Artyomovsk, nel Donetsk. Qui l’esercito regolare russo, le milizie e i ceceni non si vedono. «Ci siamo sono noi» spiega Roman mentre ci guida lungo le strade sterrate tra le campagne, diretti verso i combattimenti. «Ci hanno assegnato due compiti: il primo è assaltare Artyomovsk, il secondo è costruire una linea di difesa per respingere la controffensiva ucraina. Loro stanno attaccando su molti fronti, ma qui devono vedersela con noi.»

Nonostante abbia meno di quarant’anni, Roman è un veterano. Questa guerra, però, è diversa da tutte quelle a cui ha preso parte. «Combattiamo contro un nemico che è come noi, ci assomiglia fisicamente e parla la nostra stessa lingua. È ben equipaggiato, addestrato e motivato. Nulla a che vedere con i gruppi armati arabi di Siria e Libia o con gli africani contro cui ho combattuto a Bangui.» Parla in tono distaccato, professionale, senza rabbia né imprecazioni. Per lui gli ucraini non sono gli ukrop, come spesso li definiscono dispregiativamente i soldati dell’esercito regolare russo. Lui li chiama con più sobrietà «il nemico».

Nei prati intorno a noi, sotto il tiepido sole di fine ottobre, i Wagner preparano nuove trincee difensive con ruspe e scavatrici. I loro carri armati sono parcheggiati qua e là tra le frasche, tutti con i cannoni puntati nella stessa direzione. «Trista, tridtsat, tri!» Dopo il solito urlo parte il fuoco destinato a colpire Artyomovsk. Di ritorno, arrivano i colpi ucraini che atterrano nell’erba o sfrecciano sopra le nostre teste.

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Per muoversi lungo le prime linee ci si sposta a bordo di carri armati o jeep crivellate di proiettili. Per le strade fangose non si incontra nessuno, se non bestiame fuggito dalle fattorie abbandonate, branchi di cinghiali e villaggi distrutti e disabitati: Zajcevo, Vesëlaja Dolina, Klinove e Ivangrad, i contractor sono migliaia. Vivono sottoterra, in cunicoli fortificati che han- no strappato al controllo degli ucraini. Non solo trincee scavate nel fango, bensì veri e propri labirinti sotterranei dotati di corrente elettrica, per quanto umidi e bui. Stanno tutti insieme, in grosse stanze stipate di brandine, di fianco alle quali appoggiano zaini e kalashnikov.

Solo ai comandanti spettano stanze singole. Per esempio, al comandante Batya, che in russo significa «padre», trentaquattro anni, che dorme in un angusto ripostiglio con dentro un letto e un tavolo su cui ci sono un pc, delle pistole e una teiera. Qui riceve i suoi combattenti per dare loro gli ordini o sempli- cemente per scambiare qualche chiacchiera. Sono quasi tutti ex soldati dell’esercito regolare russo, passati ora nel settore privato.

Vlad, che parla volentieri con noi, ha venticinque anni, è biondo, piuttosto basso ma muscoloso. Dopo essersi laureato a Mosca è entrato nelle forze speciali russe, che nel 2017 lo hanno mandato a combattere in Siria. «Lì ho visto per la prima volta il Gruppo Wagner» racconta, mentre nel buio beve una tazza di tè. «Sono rimasto subito affascinato dalla loro disciplina e dalla loro attrezzatura professionale. Così ho deciso: volevo diventare un musicista.»

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Durante queste conversazioni sotterranee, capita non di rado di venire interrotti da altri combattenti che irrompono dopo aver aperto il fuoco in superficie. Il processo è sempre più o meno lo stesso. Non lontano dai nascondigli, i fanti della Wagner caricano i mortai o i tubi dei missili, e poi si tappano le orecchie.

«Trista, tridtsat, tri!». Il colpo parte in direzione di Artyomovsk. Ripetono più volte l’operazione e corrono sottoterra per ripararsi dal fuoco di ritorno. A volte ci restano qualche minuto, altre delle ore. Questi bombardamenti vengono effettuati due o tre chilometri più indietro rispetto alle prime linee ucraine. Avanzando di qualche migliaio di metri, invece, la guerra si combatte di trincea in trincea, con il nemico che si muove a poche decine di metri di fronte o intorno a te. È uno spietato gioco al massacro in cui entrambi gli eserciti provano ad attaccare. Wagner e ucraini si rincorrono per le trincee, poi attendono per un po’ nascosti, si prendono di mira, sparano e tornano a inseguirsi per ammazzarsi. Noi rimaniamo in posizione più arretrata, dove i medici militari corrono in soccorso dei feriti. Mentre i combattimenti sono in corso, ci spostiamo a testa bassa tra le trincee, insieme ai musicisti che caricano i lanciarazzi, se li appoggiano sulla spalla, corrono fuori dalla trincea, sparano e poi si ributtano dentro. I morti e i feriti della Wagner vengono portati via, i cadaveri ucraini sono invece ammassati a gruppetti nelle fosse o nelle radure.

La steppa intorno ad Artyomovsk non è fatta solo di pianure, ma anche di fitte foreste che a fine ottobre diventano di un giallo, rosso e arancio molto intenso. Quando le prime linee dei Wagner sono tra i boschi, non le si può raggiungere con i carri armati, bisogna farlo a piedi, camminando tra gli alberi. Nei momenti di tregua riusciamo a raggiungere le postazioni scavate tra cespugli e radici, da cui si vedono direttamente i territori controllati dagli ucraini. Non riusciamo a vederli né a distinguere dove siano esattamente le loro trincee, ma i Wagner ci assicurano: sono lì. Ogni tanto sparano qualche raffica di kalashnikov, senza avere un obiettivo preciso e senza ricevere alcun fuoco di ritorno. Serve solo per ricordare agli ucraini la loro presenza.

Da alcune trincee si scorgono in lontananza i primi tetti di Artyomovsk, ma essendo accovacciati tra la vegetazione è difficile inquadrare la città con la telecamera. Vlad, che ci accompagna, mi propone di correre insieme fuori dal nascondiglio, riprendere per qualche secondo e poi ributtarci di sotto. «È molto pericoloso, però se vuoi lo facciamo.» Lo ringrazio, ma declino. Non me ne farei nulla di uno scorcio di Artyomovsk, se non riuscissi a portare a casa la pelle.