Lavoro & Precari

Contratti precari, stop al regalo ai consulenti ma il governo riduce ancora le tutele: l’azienda potrà imporre la causale al lavoratore

“Ora il re è nudo: è caduta anche la maschera del meccanismo di pseudo tutela previsto dal testo precedente”. Il giuslavorista Enzo Martino commenta così la nuova bozza del decreto Lavoro atteso in consiglio dei ministri il Primo maggio. Sui contratti a termine il governo ha corretto il tiro, ma dal punto di vista delle garanzie contro l’abuso del precariato il risultato è se possibile ancora peggiore. Salta infatti il riferimento al ruolo delle commissioni di certificazione, comprese quelle gestite dai consulenti del lavoro: le causali legate a “esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva” potranno essere semplicemente “individuate dalle parti“, cioè impresa e lavoratore. “Come se non si sapesse chi ha il coltello dalla parte del manico”, attacca Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del Partito Democratico. Mentre per la deputata e vicepresidente del M5S Alessandra Todde il testo “elimina le garanzie minime a tutela della dignità del lavoro”. In aggiunta, notano entrambe, il provvedimento è anche uno schiaffo agli stagionali del turismo perché alza da 10mila a 15mila euro la soglia di utilizzo dei voucher nei settori dei congressi, delle fiere, degli eventi, degli stabilimenti termali e dei parchi divertimento.

Le novità sui contratti a termine sono all’articolo 23, che riscrive la disciplina prevista dal decreto Dignità per restringere le ipotesi in cui sono consentite deroghe alle assunzioni stabili che in base alla normativa europea dovrebbero essere la regola. Le prime bozze prevedevano come nuova causale “esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti” ma previa “certificazione delle stesse presso una delle commissioni” ad hoc, quelle gestite da Direzioni provinciali del lavoro, enti bilaterali, università o consigli provinciali dei consulenti del lavoro.

Un’opzione che si sarebbe probabilmente tradotta in una compravendita di “bollini di qualità” sulle causali senza alcuna verifica della “reale connessione tra il singolo contratto a termine stipulato o il singolo rinnovo e le specifiche esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttiva che legittimano l’apposizione del termine”, come ha previsto nei giorni scorsi il coordinatore scientifico di Adapt Michele Tiraboschi. Ma la firma presso sedi in teoria “protette” avrebbe comunque evitato alle aziende da eventuali contestazioni giudiziarie successive da parte del lavoratore con una causale fittizia. Alla fine ragioni di opportunità hanno evidentemente suggerito che fosse meglio evitare di attribuire un nuovo e lucroso compito ai consulenti del lavoro all’interno di un decreto firmato anche dalla ministra Marina Calderone, che fa parte della categoria e fino alla nomina nel governo ne ha presieduto il Consiglio nazionale dell’Ordine. Così quella parte, nella bozza datata 28 aprile, è scomparsa.

Il problema è che non è stata sostituita dalla previsione di altre salvaguardie per il lavoratore, che si ritroverà solo al momento della firma dell’accordo con cui l’azienda stabilirà di fatto a propria discrezione i motivi per cui non intende stabilizzarlo. Almeno fino al 31 dicembre 2024, data ultima per approfittare di questa possibilità. Improbabile, ovviamente, che chi ha bisogno di un contratto e uno stipendio si rifiuti di accettare le proposte della parte forte. “Viene meno l’ipocrisia di una certificazione solo formale”, commenta Martino. “Ma a questo punto avrebbero fatto meglio a togliere le causali del tutto. Anche perché per un giudice sarà facile sindacare la veridicità di una causale apposta in questo modo”.

Quanto alle altre causali, resta confermato che dopo i primi 12 mesi le aziende potranno prorogare un rapporto di lavoro precario per sostituire altri lavoratori oppure nei casi previsti dai contratti collettivi. Su questo resta immutata la disciplina attuale, che a partire dal decreto Sostegni bis del 2021 coinvolge anche i sindacati più rappresentativi nell’individuazione delle causali. E viene anche eliminata l’ambiguità delle precedenti bozze che sembrava aprire la strada, a livello aziendale, alle sigle minori. Il giuslavorista Martino ha comunque contestato fin dall’inizio questa scelta perché, al livello della contrattazione aziendale, è frequente che le rappresentanze sindacali interne accettino prolungamenti dei contratti a termine a fronte di alcune stabilizzazioni o sotto minaccia di tagli in caso di rifiuto.