Mafie

“Pestaggi, estorsioni e fatture false. Così uomini vicini alla ‘ndrangheta ripulivano denaro”. Bologna, via al processo Ragnatela

Un nuovo processo di mafia a Bologna. Il dibattimento è iniziato martedì 18 aprile nel tribunale del capoluogo emiliano: su diciassette imputati, a dieci viene contestata l’aggravante del metodo mafioso per fatti avvenuti tra l’Appennino e una città in cui le infiltrazioni scoperchiate dai grandi processi di mafia, come Aemilia, non erano ancora emerse. La vicenda al centro del processo è stata portata alla luce dall’operazione “Ragnatela”, condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia, dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza di Bologna, e parte dalla casa di riposo “Sassocardo” di Porretta Terme, nel cuore dell’Appennino bolognese: un luogo dove sarebbero confluiti interessi criminali, sfruttamento lavorativo, metodi intimidatori, ma anche tutti quei reati economici che sempre più sono al centro del business dei clan.

Un affare ideale – “Un affare ideale” – così lo hanno definito gli inquirenti nell’ordinanza di custodia cautelare che nell’ottobre del 2021 ha portato a numerose misure cautelari – che partiva dalla casa di riposo, secondo l’accusa depredata da due persone, Francesco Zuccalà e Fiore Moliterni, ritenute vicine al clan di ‘ndrangheta Barilari-Foschini di Crotone. Un’acquisizione che parte nel 2015, quando i due arrivano sull’Appennino per subentrare nella proprietà della srl Albergo Residenziale Sassocardo e entrare così in possesso dell’immobile di valore.

È allora che sarebbe partito uno schema che i due – residenti tra Crotone e Milano – avrebbero già replicato sul territorio nazionale: dopo diversi passaggi societari e la creazione di nuove società, Moliterni e Zuccalà portano al fallimento la casa di riposo. Un meccanismo basato, secondo l’ordinanza, sulla “ripulitura di proventi di attività illecite”, attraverso l’omesso versamento dei contributi, l’emissione di fatture false, le intestazioni fittizie. Ma non solo, anche tramite estorsioni ai danni delle dipendenti della Sassocardo, costrette a dimissioni volontarie dalle società che man mano fallivano e venivano sostituite da nuove create ad hoc.

I reati contestati – A comporre quella che secondo l’accusa è l’associazione a delinquere sono i promotori Fiore Moliterni e Francesco Zuccalà e i partecipanti al sodalizio Giandonato Di Cara, Stefania Valea e Mariella Barbetti: sono accusati di estorsione in concorso, ingiusto profitto mediante violenza o minaccia con l’aggravante metodo mafioso per i fatti che riguardano la gestione della casa di riposo. Sono inoltre accusati, insieme ad altri imputati, di aver ricorso a violenze morali contro le lavoratrici per convincerle di accettare le condizioni imposte con minacce di vario genere, dal mancato pagamento delle retribuzioni fino al loro definitivo licenziamento, ostentando forza, denaro e mezzi. Ci sono poi i reati economici: bancarotta fraudolenta, atti fraudolenti per sottrarsi alle imposte, emissione di fatture false, evasione delle imposte. Nell’ordinanza cautelare il giudice aveva escluso l’aggravante mafiosa, ma il pubblico ministero l’ha poi ottenuta nel rinvio a giudizio.

I legami criminali – I collegamenti con il clan Barilari-Foschini non sono gli unici che emergono dal punto di vista dei legami mafiosi: nelle carte ce ne sono altri che portano a persone già coinvolte nel maxiprocesso Aemilia. Nell’ordinanza spunta il nome di Pasquale Battaglia – non indagato né imputato in questo procedimento – condannato in via definitiva a otto anni per associazione mafiosa: prima dell’arresto è stato amministratore di una delle società che avrebbe emesso fatture false per lavori mai eseguiti nella Sassocardo. E c’è anche Luigi Muto, neanche lui imputato in questo processo, condannato a dodici anni per associazione mafiosa, in questo caso legato a una vicenda che, dall’Appennino, porta al centro di Bologna.

Il presunto pestaggio – “L’abbiamo sfondato, gli abbiamo rotto il naso a sangue…”. A parlare al telefono – secondo una delle intercettazioni agli atti del processo – è Omar Mohamed, imprenditore con diversi locali a Bologna. Dall’altro lato del telefono c’è Fiore Moliterni: stanno parlando di Alessandro Gabin, persona che gestiva una società tedesca di leasing di automobili e che nel settembre del 2016 sarebbe stato picchiato nel parco del Dopolavoro Ferroviario, luogo di cultura e socialità a poco più di un chilometro dalla stazione centrale. Un presunto pestaggio che nel processo si è concretizzato in tentata estorsione pluriaggravata dal metodo mafioso, reato contestato a Fiore Moliterni, Francesco Zuccalà, Omar Mohamed e Daniel Cristache Constantin. Un fatto che sarebbe avvenuto dopo che al figlio di Zuccalà viene sequestrata, al confine con la Germania, l’Audi che aveva preso a noleggio da Gabin: a essere coinvolte sarebbero state anche persone non interessate dal progetto criminale principale, ma che si sarebbero mosse solo per fare “giustizia” sul sequestro. Le telefonate riguardano in particolare Moliterni, Muto e Mohamed: quest’ultimo, secondo le carte, avrebbe organizzato l’incontro per “regolare i conti” con Gabin. In merito, nel decreto di rinvio a giudizio, si parla di “coinvolgimento di soggetti quanto meno prossimi ad ambienti mafiosi”.

Le parti civili – Sono diverse le realtà che si sono costituite o si costituiranno parte civile nel processo che ha preso il via a Bologna, a partire dalla maggior parte delle lavoratrici della Sassocardo e alla Funzione Pubblica della Cgil di Bologna. Nella prossima udienza, fissata per il 5 giugno prossimo, a chiedere la costituzione saranno anche l’associazione Libera e il Comune di Alto Reno Terme, la Città Metropolitana di Bologna e la Regione Emilia-Romagna. “Non siamo vicini alle vicende di Aemilia – dichiara l’avvocato dell’ufficio legale di Libera Giuseppe Rizzo -, non abbiamo la contestazione dell’associazione mafiosa ma i metodi sono chiari e sono quelli dello sfruttamento e della prevaricazione”. Aggiunge l’avvocato Salvo Tesoriero, che rappresenta nel processo gli enti territoriali: “Sul territorio bolognese non sono tanti gli accertamenti processuali penali contestati con l’aggravante ‘ndranghetista: nel momento in cui ci sono è indispensabile che le istituzioni tengano alta l’attenzione”.