Cronaca

“Dormo in strada, ho bisogno dei documenti per avere un lavoro”: i racconti dei richiedenti asilo nel limbo di via Cagni a Milano

A. R. e M. non dicono i loro nomi perché non vogliono essere identificati. Non mostrano i loro volti perché hanno paura di essere rimpatriati. Parlano a ilfattoquotidiano.it dalla sede del Naga, associazione non profit che offre assistenza sanitaria e legale a persone straniere. Non hanno un documento, né una casa, né un lavoro. Eppure vivono a Milano, vogliono restarci, e provano a mettersi in regola da mesi. Come loro, sono migliaia le persone che cercano di presentare una richiesta di asilo in Italia. Milano è una delle città in cui le istanze sono più numerose.

Lo scorso 21 marzo davanti alla questura di via Cagni erano all’incirca mille ad aspettare nel giardino di fianco agli uffici. La fila era più lunga del solito perché erano in vigore nuove modalità di accesso: entravano 240 persone ogni 15 giorni, di martedì, anziché 120 persone a settimana di lunedì. La questura ha annunciato però un cambio di rotta, chiesto da politica e parte delle associazioni: la prenotazione diventerà telematica sul portale Prenotafacile della Polizia di Stato.

Il 4 aprile non ci saranno nuovi ingressi, gli uffici smaltiranno solo gli appuntamenti previsti quel giorno. Dall’indomani, per gli stranieri richiedenti protezione internazionale a Milano in possesso di un certificato di identità sarà possibile registrarsi via web in autonomia. Chi non ha documenti, potrà prenotarsi online dall’11 aprile con associazioni accreditate dalla prefettura. Questa registrazione corrisponde a quella fatta fisicamente in via Cagni, servirà cioè a fissare una data per la compilazione del modello C3, modulo con cui si chiede formalmente la protezione internazionale. Il grosso cambiamento è che dalla registrazione online si riconoscerà la volontà di richiedere asilo, quindi il richiedente sarà inespellibile. Una corsia preferenziale sarà riservata a over 60 e donne incinte, gli unici a potersi presentare in ogni momento e di persona, presso la struttura Avsi di viale Monza finora destinata a chi era in fuga dall’Ucraina.

Per Anita Pirovano, presidente del Municipio 9, dove si trova la caserma Annarumma, quella della prenotazione digitale è una piccola vittoria. “Non cediamo a facili entusiasmi – dice Pirovano a ilfattoquotidiano.it – ma finalmente si è individuata la modalità che rende esigibile un diritto riconosciuto dall’ordinamento nazionale e internazionale senza che le persone si debbano assembrare all’addiaccio, in una condizione incerta, precaria e poco dignitosa sia per chi la viveva, sia per chi la vedeva sia per chi ci lavorava”. Secondo Cesare Mariani del direttivo del Naga, la svolta annunciata dalla questura va monitorata. “È un passaggio che elimina trattamenti disumani e degradanti, ma temiamo che il diritto riconosciuto sia solo quello. Non ci sono tracce di aumento delle risorse né di semplificazione della procedura. Cercheremo di lavorare per ottenere il riconoscimento di altri diritti a chi avrà quell’appuntamento e di tempi certi nell’elaborazione delle pratiche”.

Pochi giorni fa, il tribunale di Milano si è espresso sul caso di un egiziano di 30 anni che non riusciva ad accedere in via Cagni. Il giudice ha riconosciuto che la questura non aveva rispettato i tempi previsti dalla legge per accogliere la richiesta di protezione internazionale, pari a un massimo di 13 giorni, e ha decretato che l’uomo fosse ricevuto entro tre giorni. “L’ultimo appuntamento preso a fine marzo come Naga per la richiesta asilo, passaggio successivo al C3, era a febbraio 2024: in questo modo non si possono immaginare grandi progressi” – racconta Mariani a ilfattoquotidiano.it.

Il 21 marzo, la gestione degli ingressi era stata leggermente modificata. Nelle prime ore del giorno, le forze dell’ordine avevano selezionato le persone e le avevano messe in fila. Poco dopo, a piccoli gruppi in base alla nazionalità, le avevano fatte entrare subito nel cortile della caserma Annarumma, dove avevano aspettato l’alba dentro a un tendone riscaldato. Ad avere la precedenza il 21 marzo erano minori, donne incinte e persone fragili. Un passo avanti rispetto alle settimane precedenti, in cui anche i bambini rimanevano al freddo tutta la notte nonostante le basse temperature. Ma i criteri di selezione restavano poco chiari. E i migranti hanno ancora addosso i segni di quella sera. Almeno in cinque sono stati schiacciati negli scontri con la polizia. Un giovane di 26 anni è finito in pronto soccorso in codice giallo per una lesione alla testa e un uomo di 44 anni ha riportato un trauma da caduta dopo essersi incagliato fra le transenne che circondano l’ingresso della caserma.