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Parigi, centinaia di persone in piazza contro la violenza della polizia: “Macron vuole impedirci di protestare. Così non è più democrazia”

Édouard stringe un cartello scritto a pennarello. È piccolo, spiegazzato e nella piazza dell’Hotel de Ville a Parigi, in mezzo alle oltre 4.500 persone venute a manifestare contro le violenze della polizia, a malapena si riesce a vedere. Lui però, che di lavoro fa il funzionario e ha 30 anni, non si muove di un centimetro. In una mano tiene stretto la zaino, con l’altra alza il foglio che ha scritto in una pausa dal lavoro in ufficio. Dice: “Avresti potuto essere tu”. E poi, più in piccolo: “Avrebbero potuto essere tua figlia, la tua mamma o il tuo fidanzato”. Lo tiene in alto, mentre intorno sventolano bandiere e si intonano i cori. “Io c’ero a Saint-Soline”, dice. “C’ero sabato scorso insieme alle 30mila persone andate a manifestare contro i bacini idrici e la privatizzazione dell’acqua. Siamo ancora sotto choc per l’escalation della violenza. Non eravamo lì per scontrarci con la polizia, ma per manifestare pacificamente per la tutela dell’ambiente. E ora ci sono due persone che lottano tra la vita e la morte. Non sono io, ma avrebbe potuto succedere a chiunque”. Anche per questo quella piazza a Parigi straborda di persone: per Serge, in coma da giorni e con poche speranze di salvarsi. Per il compagno appena uscito dal coma. Per gli oltre 200 feriti di cui parlano pochissimi media. Ma anche per gli audio diffusi dai giornali che dimostrano come i soccorsi siano stati ritardati. E per un governo che continua a negare le violenze mentre dispiega decine e decine di agenti a ogni manifestazione. “Macron vuole screditarci e farci passare per terroristi”, dice ancora Édouard. “E’ la strategia del governo, spaventare le persone così che smettano di contestare. Ma non credo stia funzionando perché i giovani non ne possono davvero più”. La prova è il numero di adesioni alla protesta: centinaia di persone solo a Parigi per un presidio non autorizzato e organizzato meno di 24 ore prima, solo con il passaparola nelle chat dello sciopero generale o quelle eredità dei gilet gialli. Almeno 90 poi, sono stati i presidi in tutta la Francia. Chi ha visto l’inizio degli scioperi, dice che la mobilitazione avrebbe potuto essere ancora più grande: “L’umore e la paura si fanno sentire, non puoi prendere sempre manganellate”, è il commento che ripetono più spesso. Eppure, a 48 ore dal decimo sciopero generale e a quasi tre mesi dall’inizio delle proteste, la piazza si è riempita di nuovo. E, segnale da non sottovalutare, lo ha fatto in modo trasversale: ci sono i giovani, i militanti più radicali, ma anche i sindacalisti, i pensionati e i politici d’opposizione.

Non c’è un palco da cui parlare perché, se fosse stato per le autorità, lì non avrebbe potuto esserci nessuno. C’è, però, un microfono che si passano gli esponenti di alcune delle associazioni più attive in queste settimane. C’è un portavoce di Soulevèment de la terre, il gruppo che il ministro dell’Interno Darmanin ha chiesto di dissolvere dopo i fatti di Saint-Soline. Poi gli attivisti per il clima Alternatiba, l’associazione Attac, il Reseau pour la grève generale, il collettivo dei Sans Papiers e quello contro le repressioni nei licei. Quando prendono la parola ricordano tutti uno dei loro che è rimasto ferito durante le proteste: chi ha perso un occhio, chi è stato colpito a una gamba e non cammina, chi dopo essere finito in ospedale non se la sente più di tornare ai cortei. Parlano anche alcuni parlamentari dei Verdi francesi e de la France Insoumise: i politici di opposizione intervengono dopo i militanti e ne difendono il racconto. “Noi, gli eletti, c’eravamo e possiamo dire che è stata la polizia la prima ad attaccare. E non il contrario. Siamo tutti psicologicamente traumatizzati per quello che è successo”. E ancora: “Il responsabile di queste violenze siede al governo e deve dimettersi. E non dimentichiamo che queste violenze sono commesse da anni, nei quartieri popolari, ma anche contro i gilet gialli”.

Gli interventi sono scanditi dai cori. Ci sono quelli per lo sciopero generale, ma soprattutto si grida “Acab”, l’acronimo inglese usato contro la polizia (letteralmente “All cops are bastards”). Ma anche “siamo tutti antifascisti” (rigorosamente in italiano). In tanti tengono stretti cartelli con le storie di quello che hanno vissuto loro o i loro amici: “Luis, 16 anni, in custodia cautelare per 24 ore”, è uno delle decine. E poi: “Lola, 22 anni, arrestata mentre tornava a casa dopo un corteo”. Tra la folla ci sono anche Viviane e Fréderique, mamma e papà 60enni. “Eccoci, siamo quelli che Macron definisce militanti dell’ultra sinistra”, dice lei che fa la funzionaria per una collettività territoriale. “Ma quale ultra sinistra… sembriamo dei pericolosi radicali? Siamo solo due genitori. Anzi, prima di tutto, due cittadini e chiediamo di poterci esprimere senza il rischio di essere picchiati. E’ un nostro diritto, lo prevede anche la Costituzione. E invece il potere usa una violenza che è anormale: non c’è protezione, c’è provocazione dei manifestanti. Sono due forze disuguali che si oppongono sullo stesso campo”. Il marito, educatore in pensione, annuisce: “Loro pensano a proteggere i beni, che sia un bacino idrico o una vetrina. Mai le persone. Quando eravamo in corteo l’altro giorno per lo sciopero, abbiamo dovuto rifugiarci nelle vie laterali al percorso ufficiale a causa dei lacrimogeni. Nessuno sa perché sono stati lanciati sui manifestanti pacifici. E ad aspettarci nella strada che abbiamo imboccato c’erano dieci agenti in tenuta anti-sommossa. E’ davvero spaventoso”.

Poco distante c’è Uria, 58 anni e insegnante di francese: “Io mi chiedo dove sia finita la democrazia. Così non può più definirsi tale. Vediamo certe immagini, assistiamo a scene violentissime. E il governo nega. Ma la violenza sociale che viene praticata contro i giovani è terribile, che poi non si stupiscano se loro rispondono con la violenza. E invece cercano di screditare tutti coloro che pongono delle domande, che contestano il loro racconto. Io non sono una che va in strada per spaccare tutto, ma solo per chiedere di rispettare i miei diritti”. Lou, 60 anni, racconta di come sono cambiate le cose da quando c’è stato il movimento dei gilet gialli e, ancora prima, quello delle cosiddette “nuit debout” (notti in piedi): “Abbiamo visto piano piano crescere la violenza nei confronti di chi voleva prendere la parola. Ora si è raggiunto un livello che non è più accettabile”.

Mentre parlano, la manifestazione si scioglie. Un gruppo di ragazzi si arrampica sull’installazione a cinque cerchi in vista dei giochi olimpici e attacca due striscioni: “Per Serge e gli altri. Lacrime, rabbia e rivoluzione”, dice il primo. Il secondo è azzurro e blu: “Siamo come l’acqua, non ci fermerete”. Suonano i tamburi e dalla piazza si staccano gruppi di persone: si spostano verso il quartiere del Marais prima e poi de la Bastille per fare cortei selvaggi. Le decine di camionette che aspettavano ai perimetri de l’Hotel de Ville partono a sirene spiegate per cercare di raggiungere i manifestanti. Loro però, si muovono a gruppi di cinque, massimo dieci e diventano introvabili. Dopo poco arrivano anche gli agenti in moto, la contestatissima Brav-M, che era impegnata a Saint-Soline e al centro delle polemiche degli ultimi giorni (oltre 100mila persone hanno firmato la petizione che ne chiede la dissoluzione). La sproporzione di numeri, tra gli agenti mobilitati e chi si è disperso nelle strade del centro, è evidente. Ad un certo punto, un gruppetto viene stanato in una delle vie laterali e partono i lanci di lacrimogeni. Il fumo oscura tutta la visuale e in tanti riescono far disperdere le proprie tracce. Dopo quasi due ore, sembra tornare la calma. Inizia a piovigginare e il fumo dei lacrimogeni piano piano si abbassa. Le decine di camionette di agenti con le luci blu bloccano le strade in attesa di un segnale per rientrare. Guillaume, studente di 25 anni, passa da quelle parti con un gruppo di amici: ridono e scherzano, rientrano dopo una birra in un bar. Ha un cono stradale in mano. Dall’altra parte della strada qualcuno grida: “Acab”. Lui prende il suo cono a mo’ di megafono e fa lo stesso. Neanche il tempo di scoppiare a ridere e arrivano cinque agenti in tenuta antisommossa da dietro l’angolo: lo fermano, lo fanno girare e alzare le braccia posandole contro la vetrina di un ristorante mentre tutti i clienti osservano sotto choc. Lo identificano. Chiedono dov’è stato, con chi era, perché. Lo perquisiscono: giacca, tasche, pantaloni. Poi, dopo dieci minuti abbondanti, lo lasciano andare. Ynaée e Elise osservano impietrite: “Eccolo lo Stato totalitario. Bella città in cui vivere”. Gli agenti se ne vanno, gli amici circondano Guillaume: “Ohi, tutto a posto?”. Lui ha cambiato espressione: “Ma sì, volevamo solo farmi paura”.