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Netanyahu a Roma, l’interprete che si è rifiutata di tradurre il premier nel suo intervento in sinagoga: “Gesto in solidarietà con le proteste”

“Il mio è stato un gesto simbolico, non potevo accettare. Sono solidale con chi da nove settimane protesta in Israele contro un governo, quello di destra di Benjamin Netanyahu, che mette a rischio la democrazia“. A rivendicarlo, ai microfoni del Fattoquotidiano.it, è Olga Dalia Padoa, traduttrice contattata dall’ambasciata israeliana a Roma, che si è rifiutata di fare da interprete al primo ministro israeliano, nel suo intervento in programma alla sinagoga di Roma.

“Dopo una riflessione lunga e tormentata ho deciso di rifiutare. Non solo non condivido le opinioni politiche del premier, ma penso anche che la sua leadership sia estremamente pericolosa”, aveva spiegato, rendendo nota la sua decisione attraverso i propri profili social. Ora, al Fatto, spiega: “Queste proteste sono molte eterogenee, ne prendono parte anche persone di destra, ma che vedono il rischio che la nostra democrazia possa venire distrutta. Questo esecutivo sta agendo sulla paura delle persone. In Israele non è semplice, ma il governo nel nome della sicurezza sta cercando di passare sopra i diritti civili e umani, allo stesso stato di diritto. E questo non è tollerabile, non deve passare”, avverte.
Dalia Padoa ricorda come nella sua scelta di rifiutare l’offerta dell’ambasciata israeliana siano stati decisivi i suoi figli: “Perché tradurre una persona che sta arrecando dei danni?, mi hanno detto. Ho cercato di convincerli che si trattava soltanto di lavoro, ma non hanno voluto sentire ragioni”, precisa. “Non si collabora con chi porta avanti principi fascisti e liberticidi’, hanno insistito. E questo gesto mi ha stupita: di solito sembrano avere poca speranza nel futuro della specie umana. A volte tutti siamo un po’ tutti rassegnati al fatto che non abbiamo potere sulle cose. Invece ho sentito che era un segnale importante da dare. E i miei figli sono stati felici: altrimenti forse mi avrebbero tolto il saluto“, spiega con ironia.
Ora, precisa, non teme conseguenze lavorative: “Noi traduttori non siamo delle figure neutre. Ognuno poi è responsabile delle proprie decisioni”. Al contrario, in Israele, “questa scelta ha fatto un po’ di scalpore“, ha continuato. Ma precisa di essersi confrontata con altri colleghi e conoscenti e di aver raccolto ‘sostegno e vicinanza‘, anche in Israele: “Lì ho abitato durante i miei studi all’università, è un luogo che mi sta molto a cuore. Credo che questo gesto abbia portato qualcosa di positivo. Queste proteste sono il segno di un risveglio dell’opinione pubblica israeliana. Non sentirsi rappresentati da un governo che sta oltrepassando certi limiti”. Oggi intanto Netanyahu è atteso a Roma da Giorgia Meloni: “Di certo c’è una consonanza tra i loro due governi di destra…”, spiega. “Lui minimizza le proteste e bolla i manifestanti come ‘anarchici’? Quello che noi possiamo fare è far sentire la nostra voce”.
In merito alla questione palestinese, di fronte all’aumento delle tensioni e il rischio concreto con il nuovo esecutivo che si moltiplichino gli insediamenti di coloni nei territori palestinesi, l’interprete spiega: “Cercare un dialogo è vitale, altrimenti la spirale di violenza non può che continuare”. Lanciando un appello: “Nelle mie visite ho sempre sentito il desiderio di andare oltre, una stanchezza rispetto a questa spirale di sangue e violenza. Speriamo si aprano strade di pace