Scienza

I frammenti di gusci giganti raccontano la storia degli uccelli elefanti del Madagascar

Si tratta degli Aepyornithidae Aepyornis, specie estinta della quale si conosce ben poco. A gettare nuova luce  sul percorso evolutivo di questi leggendari animali uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, condotto dagli scienziati della Curtin University di Bentley, in Australia, e dell’Università del Colorado Boulder

Non potevano volare, ma raggiungevano dimensioni impressionanti, deponevano uova circa 160 volte più grandi rispetto a quelle delle galline, e probabilmente avrebbero potuto contrastare un elefante in una competizione. Sebbene possa sembrare la descrizione di animali mitologici, queste caratteristiche sono associate alla famiglia degli uccelli elefanti, scientificamente noti come Aepyornithidae Aepyornis, una specie estinta vissuta nel Madagascar della quale si conosce ben poco. A gettare nuova luce sul percorso evolutivo di questi leggendari animali, uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, condotto dagli scienziati della Curtin University di Bentley, in Australia, e dell’Università del Colorado Boulder.

Il gruppo di ricerca, guidato da Alicia Grealy e Gifford Miller, ha analizzato oltre 960 frammenti di gusci d’uovo di uccelli elefante, prelevati da 291 siti malgasci. Per la prima volta, gli scienziati hanno esaminato anche reperti provenienti dalla regione settentrionale dell’isola. Le gigantesche e misteriose uova, deposte tra 6.190 e 1.290 anni fa, riportano gli studiosi, potevano pesare da tra 0,86 a 10,47 chilogrammi. Gli Aepyornithidae, erano infatti notoriamente associati a dimensioni molto variabili, tanto che il loro peso spaziava da un minimo di 41 a massimo di circa mille chilogrammi. A questa famiglia appartiene probabilmente la specie descritta da Marco Polo nel “Milione”, in cui l’esploratore racconta delle sensazionali caratteristiche dell’“uccello grifone”, un animale simile all’aquila, ma “di grandezza smisurata”.

Privi della capacità di volo, questi animali, spiegano gli esperti, si sono estinti intorno al XVII secolo, in concomitanza dell’arrivo dell’uomo sull’isola. Sebbene le motivazioni alla base della loro scomparsa siano ancora sconosciute, si ipotizza che le attività umane abbiano giocato un ruolo fondamentale. La carenza di documentazione scheletrica ha costretto gli scienziati a interpretare le prove fossili in modo finora piuttosto vago. Si sa infatti ancora molto poco sulla distribuzione e sull’ecologia di questi curiosi e bizzarri uccelli, imparentati con i kiwi, o atterigi, i tipici uccelli neozelandesi inadatti al volo.

Il team ha analizzato i frammenti delle uova giganti, valutandone lo spessore ed estraendo campioni di DNA per effettuare analisi genetiche. Grazie a questo approccio, gli scienziati sono stati in grado di ricostruire alcuni degli aspetti legati alla distribuzione e all’evoluzione degli Aepyornis. Questi uccelli estinti sono attualmente suddivisi in quattro specie distinte, ma il lavoro solleva la possibilità di un lignaggio precedentemente sconosciuto del quale non si conoscono reperti ossei.

Gli esami genetici indicano inoltre che gli uccelli elefanti della regione meridionale dell’isola erano caratterizzati da una bassa diversità genetica, con meno specie rispetto a quanto ipotizzato sulla base della documentazione fossile. “Le misurazioni – scrivono gli autori – rivelano tre morfotipi, distinti sulla base dello spessore associato alle uova. Usando regressioni filogenetiche abbiamo stimato che le uova più sottili erano state deposte da esemplari più piccoli, mentre i frammenti più spessi derivavano da animali più grandi”.

Questo lavoro, commentano gli esperti, approfondisce per la prima volta alcuni aspetti della distribuzione, dell’ecologia e dell’evoluzione degli Aepyornis. Il lavoro, concludono gli scienziati, dimostra inoltre che i gusci d’uovo fossili possono preservare informazioni importanti sulle specie estinte.

Nella foto: Un uovo di uccello elefante ricostruito da frammenti in un mercato di Toliara (Madagascar). Foto del coautore Gifford Miller, 2006