Cronaca

Naufragio Crotone, il racconto dei migranti: “Le condizioni del mare peggioravano, ma gli scafisti non volevano chiamare i soccorsi”

Nei verbali dei migranti sopravvissuti al naufragio di domenica mattina a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, c'è il racconto dell'intero viaggio organizzato dagli scafisti ammassando circa duecento persone sulla barca salpata dalla Turchia e diretta lungo le coste calabresi. Sulla base delle informazioni rese dai migranti sono stati arrestate 3 persone

La gente che soffocava, i cellulari inibiti, le soste nel mare agitato per paura dei controlli e il rifiuto degli scafisti di chiamare i soccorsi nonostante le condizioni stessero peggiorando. Nei verbali dei migranti sopravvissuti al naufragio di domenica mattina a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, c’è il racconto dell’intero viaggio organizzato dagli scafisti ammassando circa duecento persone sulla barca salpata dalla Turchia e diretta lungo le coste calabresi. Sulla base delle informazioni rese dai migranti sono stati arrestate tre persone, ritenute gli organizzatori del viaggio.

“Ci hanno detto di prepararci a scendere” – “Circa quattro ore prima dell’urto della barca è sceso nella stiva uno dei due pakistani e ci ha detto che dopo tre ore saremmo arrivati a destinazione. Lui si è ripresentato un’ora prima dello schianto dicendoci di prendere i bagagli e prepararci a scendere che eravamo quasi arrivati”, spiega un sopravvissuto. “All’improvviso il motore ha iniziato a fare fumo, c’era tanto fumo e puzza di olio bruciato”. Inizia così il racconto di uno dei superstiti del naufragio di domenica all’alba: “La gente nella stiva iniziava a soffocare e a salire su – racconta ancora – Ho fatto in tempo ad afferrare mio nipote e a salire in coperta dopo di che la barca si è spezzata e l’acqua ha iniziato a entrare. Quando sono salito senza più riscendere sotto c’erano circa 120 persone tra donne e bambini”. A quel punto, gli investigatori gli chiedono cosa hanno fatto gli scafisti. Ecco la risposta: “Ho visto che il siriano e due turchi hanno gonfiato un gommone e sono scappati. Non ho visto cosa ha fatto il turco con il tatuaggio sullo zigomo perché ho pensato di mettere in salvo mio nipote”.

Lo stop: “Pensavano ci fosse la polizia” – “Le condizioni del mare erano peggiorate tanto che (gli scafisti, ndr) ci hanno permesso di lasciare la stiva e salire in coperta. Erano le 4 o le 5, ho potuto scorgere che dalla costa quelle che sembravano delle segnalazioni luminose e i quattro (scafisti, ndr) pensando che fossero poliziotti hanno fermato la navigazione cercando di cambiare rotta e modificare il punto di approdo”, spiega un altro superstite agli investigatori che lo hanno messo a verbale. “Ho sentito i quattro chiamare qualcuno forse per farsi venire a prendere – continua il superstite – la barca interrompeva nuovamente la navigazione suscitando ulteriormente i malumori e le lamentele di noi migranti, ormai stremati. I bambini piangevano”.

“Avevamo paura, chiedevamo di chiamare i soccorsi” – “Gli accordi erano che ci avrebbero fatto sbarcare in sicurezza sulla terraferma in Italia e per tale necessità avrebbero atteso il giorno 26 febbraio, in quanto essendo domenica e le previsioni erano di mare mosso, sarebbe stato improbabile incontrare controlli di motovedette italiane”, spiega un altro migrante sottolineando che quando l’imbarcazione è” stata fermata noi migranti ci siamo lamentati con loro perché impauriti dalle condizioni del mare volevamo che venissero già chiamati i soccorsi, ma i quattro scafisti “per tranquillizzarci ci hanno inizialmente mostrato l’iPad raffigurante la rotta e la distanza dalla nostra posizione fino alla terraferma, specificandoci che volevano fare trascorrere quelle ore per poterci sbarcare nel cuore della notte per eludere i controlli di polizia”. A questo punto, aggiunge il sopravvissuto, “ricordo di avere visionato il mio telefono ed erano le 21 del 25 febbraio. Ho anche compreso che quando i 4 parlavano tra loro avevano anche intenzione di volere riportare l’imbarcazione in Turchia. Abbiamo ripreso la navigazione e dopo circa 7 ore siamo arrivati vicino la costa. Neanche in questa occasione nessuno, sebbene glielo avessimo richiesto, ha chiamato i soccorsi”.

L’urto e il caos – Durante la navigazione “gli scafisti disponevano di un telefono satellitare ad apparecchio che sembrava tipo Jammer per inibire le onde radio telefoniche. Era attivo perché nessuno dei cellulari di noi imbarcati aveva segnale telefonico”, ha raccontato un altro superstite. Un altro migrante ha ripercorso gli attimi del naufragio: “La barca ha urtato contro qualcosa e ha iniziato a imbarcare acqua ed inclinarsi su un fianco. Ho visto che tre dei membri dell’equipaggio hanno buttato in mate un tender e sono saliti allontanandosi mentre ho perso di vista i due pakistani, perché per salvarmi mi sono subito tuffato in mare aggrappandomi ad un salvagente”. L’uomo ha quindi spiegato: “Nel momento in cui mi sono tuffato ci trovavamo a circa 200 metri dalla riva. Arrivato quasi a riva, ormai privo di forza, mi sono sentito prendere il braccio da un poliziotto che mi ha soccorso e portato in salvo sulla spiaggia. Una volta a terra il mio amico Yosuf mi ha riferito di avere visto due degli scafisti scappare verso il bosco”. Poi ha raccontato che a organizzare il viaggio è stato “un cittadino di nazionalità afgana e di nome Haji. Io l’ho sempre contattato tramite l’applicazione network WhatsApp sull’utenza della quale non vi posso riferire il numero poiché nel naufragio il mio cellulare è caduto in acqua”. Anche lui ha pagato la somma di 8mila euro al trafficante.