Mafie

41-bis, le arringhe dei mafiosi ai dem in visita a Cospito: “È una condanna a morte”, “Siamo inguaiati”, “Rinnovato con motivi fotocopia”

I quattro parlamentari Pd hanno riferito di aver scambiato con i boss solo poche frasi di circostanza: secondo la relazione del Gom, invece, lo scambio con il camorrista Di Maio durò vari minuti ed ebbe a oggetto proprio il regime di carcere duro. Riconoscendo Orlando, si legge, l'uomo dei Casalesi gli disse: "Ora siamo inguaiati". Un modo, scrivono gli agenti, per dire "che prima, nel periodo in cui era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio"

Ora siamo inguaiati“. Così Francesco Di Maio, uomo di punta del clan dei Casalesi, “salutava” l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, uno dei quattro parlamentari Pd che il 12 gennaio visitarono il carcere di Sassari per verificare le condizioni di Alfredo Cospito. A raccontarlo è la relazione di servizio firmata quel giorno dal Gom (il Gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria e trasmessa al ministero della Giustizia: proprio quel documento riservato il cui contenuto è stato rivelato dal sottosegretario Andrea Delmastro (FdI) al suo compagno di partito Giovanni Donzelli, che a sua volta l’ha usato per attaccare i colleghi dem nell’Aula della Camera, innescando un caso politico lungo giorni. Nell’atto, riportato da Repubblica, si legge che Di Maio “salutava la delegazione e riconosceva l’onorevole Orlando quale ex ministro della Giustizia”. E in quel momento esclamava: “Ora siamo inguaiati”. Una frase che l’operatore del Gom, sulla base del tono e delle circostanze, interpreta così: “Probabilmente intendeva dire che prima, nel periodo in cui Orlando era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio”.

La condizione di Cospito – Ma com’è finito Orlando a conversare con un camorrista al 41-bis? La relazione conferma quanto rivelato per la prima volta dal Fatto: per poter parlare con lui, Cospito pose una condizione ben precisa ai politici in visita, cioè di confrontarsi prima con i suoi compagni di reparto mafiosi. Alle 11:25 della mattina, annota la penitenziaria, la delegazione composta da Orlando, Walter Verini, Debora Serracchiani e Silvio Lai è davanti alla cella numero 24, quella di Cospito. Il quale si affaccia al cancello. “Io non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti, solo dopo avrò qualcosa da dire”, afferma. E i quattro parlamentari dem, rappresentanti delle istituzioni, si adeguano alla richiesta: “A tale frase la delegazione si affacciava alla camera di pernottamento numero 25 ove è allocato il detenuto al 41-bis Francesco Di Maio”, si legge.

L’arringa del camorrista – E qui spunta un’importante differenza rispetto alla versione fornita dai politici. Secondo i quattro esponenti dem, lo scambio coi mafiosi si limitò a poche frasi di circostanza (“Chiedevamo “da quant’è che è qui?” e loro rispondevano “trent’anni”, “venti”, “dieci”, cose del genere”, aveva ricostruito Verini). La relazione del Gom, invece, riferisce che Di Maio parlò con loro per vari minuti, e che l’oggetto della conversazione fu proprio il regime di carcere duro: “Riferiva alla delegazione che il regime del 41-bis equivale alla condanna a morte in quanto non c’è la possibilità di difendersi, essendo giudicati dal Tribunale di Sorveglianza di Roma e non da quello del posto ove si è detenuti, che a suo dire conosce i detenuti. Vero è che non è uno stinco di santo“, dice il camorrista nel resoconto degli agenti, “ma lui faceva parte di un’associazione vent’anni fa, mentre ora non c’è più nulla. L’unico modo per uscire dal 41-bis è collaborare con la giustizia, ma lui non ha più nulla da dire e quindi non può collaborare”. Parole che assumono un peso notevole se si pensa che lo stesso giorno – secondo quanto rivelato da Donzelli in Aula – Cospito e Di Maio conversavano di una strategiapoliticacomune durante l’ora d’aria: “Dev’essere una lotta contro il regime, noi al 41-bis siamo tutti uguali”, “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”.

“Cartabia? Non è dei nostri” – Ma i parlamentari dem non si limitano ad ascoltare il punto di vista del camorrista. Mentre lui sta ancora parlando, una parte della delegazione – riferiscono ancora gli agenti – si sposta davanti alle camere 22 e 21, dove sono reclusi gli uomini di Cosa nostra Pino Cammarata e Pietro Rampulla. Cammarata, al 41-bis da 22 anni, si lamenta delle “motivazioni fotocopia” con cui il carcere duro gli viene rinnovato, e dice di avere difficoltà ad essere curato adeguatamente, soprattutto per le visite esterne che richiedono molto tempo. Rampulla, invece – l’uomo che confezionò l’ordigno della strage di Capaci – si limita a specificare di essere al carcere duro da trent’anni. A quel punto Orlando, Verini, Serracchiani e Lai tornano da Cospito, alla cella 24. Ma l’anarchico continua a fare resistenza: “Esordisce dicendo che non è molto predisposto a parlare”, si legge, perché – dice ai quattro – il decreto che lo ha messo al 41-bis è stato firmato da “un’appartenente allo stesso partito politico”. In realtà è un errore: l’ex ministra Marta Cartabia non è iscritta al Pd. E i parlamentari sembrano quasi giustificarsi: “La delegazione spiega che la ministra della Giustizia è la giurista ex presidente della Corte costituzionale e che non appartiene ad alcun partito politico in quanto al governo come tecnica“. A quel punto, riferisce il Gom, “il detenuto prende atto e ammette di aver “toppato” e quindi inizia a parlare”.

La nota del Pd – In serata, una nota dell’ufficio stampa di Orlando ha precisato che “all’inizio dell’incontro della delegazione Pd con Cospito nel carcere di Sassari, al suo invito a parlare con gli altri detenuti i deputati hanno detto con fermezza che erano andati lì a verificare le sue condizioni di salute dopo circa ottanta giorni di sciopero della fame, informazioni poi oggetto di un lungo colloquio con il medico della struttura penitenziaria, e l’adeguatezza della struttura al regime del 41-bis, sottolineando come per loro, quindi, Cospito sarebbe potuto anche rimanere in silenzio. La visita è poi proseguita con gli altri detenuti del carcere, sia quelli sottoposti al regime del 41-bis che quelli comuni”. Anche il senatore Verini, parlando al Fatto, aveva detto che l’approccio ai mafiosi non era stato un modo di “obbedire” a Cospito, ma un comportamento che i dem avrebbero tenuto in ogni caso.

“Quanto alle annotazioni della polizia penitenziaria relative al commento di uno dei detenuti il quale avrebbe riconosciuto Orlando esclamando “ora siamo inguaiati”, diversamente da quanto viene annotato nella relazione tali parole sono state interpretate dalla delegazione Pd come un fastidio per il fatto che si creasse una eccessiva attenzione sul 41-bis di Bancali con possibili restrizioni”, prosegue la nota stampa. “Inoltre si precisa che il deputato Orlando, come più volte ricordato, aveva già preso posizione pubblicamente, in seguito ad un appello di giuristi e intellettuali diffuso dagli organi di stampa, e precedentemente alla visita di Sassari sul caso di Cospito, non ricorrendo in quella giornata ai social e non mutando opinione dopo la stessa visita”, conclude.