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Mario Paciolla, battersi per la verità riguarda il futuro di tutti noi

Battersi per la verità sulla morte di Mario Paciolla riguarda il futuro di tutti noi. Riguarda la possibilità stessa di abitare un mondo migliore, nel quale la volontà del più forte non sia l’unica legge. Il mondo migliore per il quale Mario ha speso la sua vita.

Perché questo incipit non appaia una iperbole retorica devo subito chiarire la convinzione dalla quale muovo nel proporre questa riflessione: non credo che Mario si sia suicidato. Sono convinto che Mario sia stato ucciso e che della verità sulla sua morte debba farsi pienamente carico l’Onu. I fatti disponibili su cui ragionare sono noti a coloro che a partire dal luglio del 2020 hanno cercato di capire cosa fosse successo.

Il 15 luglio del 2020 Mario si sarebbe tolto la vita impiccandosi e di questo la famiglia è stata informata da personale Onu. Mario stava collaborando con la missione Onu incaricata di monitorare il processo di pace colombiano. Mario sarebbe tornato in Italia cinque giorni dopo, il 20 luglio, e aveva già fatto sapere alla mamma, Anna, cosa avrebbe voluto mangiare. L’abitazione colombiana di Mario è stata ripulita immediatamente dopo la sua morte da personale Onu e diversi oggetti sono scomparsi. Dal 2019 Mario aveva cominciato a manifestare forti preoccupazioni proprio per il lavoro che stava facendo per le Nazioni Unite, per quello che aveva visto e documentato, per le tensioni che ciò stava provocando all’interno della missione medesima e tra la missione e il governo colombiano. Non si sentiva più sicuro Mario. Aveva la sensazione di essersi cacciato in un brutto guaio, al punto da cancellare dal web foto e scritti. Io non so cosa sia successo tra il novembre 2019 e il 15 luglio 2020, ma immagino che siano stati mesi tormentati.

Ad ogni modo, per Mario la via di fuga era evidentemente rappresentata dal ritorno in Italia, niente di più. Niente che facesse pensare che Mario per lasciarsi alle spalle preoccupazioni e dispiaceri potesse farla finita con la vita. La Procura di Roma, competente per una vicenda del genere, ha aperto una inchiesta per valutare l’ipotesi di omicidio e ha dovuto scontare immediate difficoltà nell’ottenere collaborazione con le autorità colombiane e con l’Onu. La Procura di Roma ha proposto recentemente l’archiviazione della indagine per insufficienza di prove. La famiglia ha fatto opposizione, il Gip deciderà se assecondare la richiesta della Procura o se ordinare nuove indagini. Non è stata ancora fissata udienza.

Convinto come sono che Mario sia stato ucciso, penso che Mario e la sua famiglia meritino ogni sforzo, come merita ogni vittima di violenza. Ma in questo caso c’è qualcosa di più, come anticipavo in premessa. In gioco qui c’è anche la credibilità stessa delle Nazioni Unite, cioè di quella organizzazione mondiale che più di ogni altra incarna il sogno di un mondo dove la guerra sia stata abolita, dove la guerra sia dichiarata illegale, dove i conflitti trovino necessariamente ed efficacemente una soluzione negoziata sulla base del diritto internazionale. Un sogno che alla luce di quanto accade e di quanto accaduto dal 1945 ad oggi può sembrare puerile, un sogno da “anime belle”, buono soltanto per ingenui e imbecilli.

Un sogno che nessuno pare abbia più nemmeno la voglia di fare, se è vero, come stabilisce il Censis nella sua ultima fotografia dell’Italia, che 8 italiani su 10 non hanno più nessuna intenzione di fare sacrifici per tentare di migliorare le cose. Si salvi chi può, insomma. E chi può di solito è il più forte. Eppure, mi permetto di dire, questo sogno è stato il sogno di Mario, il sogno per il quale ha vissuto e per il quale è stato ucciso. Un sogno corrotto anche da chi incista e perverte pure l’Onu cercando di farne soltanto l’ennesima agenzia di potere. Un po’ come accade in Italia nel rapporto mortifero tra Istituzioni repubblicane, che dovrebbero servire ad abolire il dispotismo fascista, e mafiosi, che invece di dispotismo sono campioni. Mi sono convinto che questo sogno fosse proprio il sogno di Mario, avendo letto che era arrivato a collaborare con l’Onu in Colombia dopo aver fatto parte delle Pbi: le Peace Brigades International – ovvero quanto di più radicalmente utopico io conosca sul fronte della gestione nonviolenta del conflitto.

Le Pbi fanno una cosa semplice, ma potentissima: la scorta civile e internazionale di soggetti a rischio della vita per le battaglie che fanno nei loro Paesi. Con la loro presenza fisica, insomma, alzano il prezzo della violenza rendendola (cercando di renderla) sconveniente: chi intendesse ammazzare uno di questi attivisti dovrebbe mettere in conto di ammazzare anche questi scomodi e invadenti accompagnatori internazionali. In Italia qualcosa di simile viene fatto da Operazione Colomba. Mario era stato in Colombia con le Pbi. Mario era un testimone di quel sogno.

In questi mesi, anche a causa della invasione russa dell’Ucraina, ci stiamo chiedendo cosa si possa fare per dare ancora una speranza alla pace, cioè ad un mondo che ripudi la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ecco, sicuramente una cosa da fare è salvare l’Onu dalla sua definitiva decadenza. Per questo credo che debba farsi pienamente carico della verità sulla morte di Mario: la giustizia per Mario è giusta anche per l’Onu di cui il mondo ha bisogno. Chi sa parli, non è troppo tardi.