Diritti

Arezzo, no alla dicitura “genitore” sulla carta di identità: sentenza opposta a quella di Roma dopo il ricorso di due donne

Le due donne di Anghieri, nell’Aretino, sono sposate dal 2021 e hanno avuto una coppia di gemelli, nati in seguito a un percorso di procreazione medicalmente assistita in una clinica in Spagna. Per la sezione civile del tribunale "c'è uno spazio vuoto da colmare a livello normativo"

Il tribunale di Roma, solo qualche giorno fa, aveva dato l’ok alla dicitura generica di ‘genitore’ sulla carta di identità della propria figlia, accogliendo il ricordo di due mamme – una biologica, l’altra adottiva – oggi un altro tribunale ad Arezzo emette una decisione opposta: la mamma è una soltanto. Il tribunale civile di Arezzo ha respinto il ricorso di due donne che chiedevano di essere entrambe riconosciute madri dei loro due gemelli. Le due donne di Anghieri, nell’Aretino, sono sposate dal 2021 e hanno avuto una coppia di gemelli, nati in seguito a un percorso di procreazione medicalmente assistita in una clinica in Spagna.

Alla nascita della coppia dei gemellini, l’ufficiale di Stato civile del Comune di residenza della coppia si è opposto alla rettifica dell’atto di nascita con l’integrazione del cognome della madre intenzionale accanto a quello della madre partoriente. In altre parole, il comune di residenza ha iscritto all’Anagrafe i due gemellini come figli di una sola madre. Pur nella comprensione umana del caso e del “concreto rapporto genitoriale non solo intenzionale ed affettivo ma anche biologico tra i minori ed entrambe le ricorrenti”, scrivono i giudici di Arezzo, “l’esigenza di tutela dell’interesse dei minori, allo stato della legislazione vigente, non può legittimare il tribunale a sostituire le proprie valutazioni con quelle spettanti esclusivamente al legislatore“. Per la sezione civile del tribunale aretino, tutta formata da donne, “c’è uno spazio vuoto da colmare a livello normativo che orienti le decisioni della magistratura rispetto a quanto di nuovo avviene nella società sul delicato tema della genitorialità”. Come, appunto, il caso di coppie dello stesso sesso che formano famiglie, hanno figli con fecondazione medicalmente assistita all’estero e chiedono in patria il riconoscimento di uno status che la legge italiana non ammette.