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Anna Sorokin, “la più celebre truffatrice d’America” è uscita di prigione: “Ora organizza cene di lusso per vip e influencer”

E come ha avvisato il mondo di questa nuova circostanza? Alla rivista specializzata Eater è arrivata per errore (per errore?) una mail dell’agente di Anna. Chiedeva servizi di catering, forniture di alcolici e cadeaux per gli ospiti

Abbiamo lasciato Inventing Anna alla nona puntata della serie Netfix. C’è un seguito? Per ora nella realtà. Sì, perché Anna Sorokin, quella vera, è uscita dalla prigione. E’ agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. E dato che le è impedito di allontanarsi dalla sua abitazione, allora si sta organizzando. “Scriverò un libro, realizzerò un podcast”. Ma intanto sta organizzando succulente cenette con i suoi ospiti: tra i divieti, non c’è quello di ospitare qualcuno nella sua abitazione: “Non posso uscire, la gente verrà da me”. Ovviamente, per tornare a farsi benvolere da qualcuno, annuncia anche qualche vaga forma di beneficienza. E allora ripercorriamola in breve, l’esistenza di quella che i media hanno definito “la più celebre truffatrice d’America”. Una storia così particolare da diventare prima un lungo articolo sul New York Magazine, “Come Anna ha ingannato i festaioli di New York”, e poi una miniserie televisiva. Tutti la conoscevano come Anna Delvey, che ovviamente è un nome falso, un raggiro, come tutta la sua esistenza recitata.

Con quel nome, e soprattutto fingendosi ricchissima, Anna riesce a imbucarsi alle feste dell’alta società newyorkese. Riesce così a farsi prestare 275 mila dollari, allestire mostre, scroccare vacanze fino a disporre dell’uso, persino disporre di un aereo privato. Le sue credenziali, le sue abilità? Nessuna: soltanto fingersi super ricca, un’ereditiera con un patrimonio di 67 milioni di dollari. Dice di essere tedesca. In realtà è russa, nata a Domodedovo, una città satellite abitata dalla classe operaia. Ma lei millanta ricchezze opulente, una volta arrivata nella Grande Mela. Evidentemente in certi ambienti basta e avanza per qualificare una persona.
Le va bene dal 2013 al 2017. Poi viene scoperta, processata e nel 2019 finisce in cella. Ora è tornata in libertà, anche se con un braccialetto alla caviglia ben diverso dai ricchi monili che sfoggiava per la sua sceneggiata. Perché i giudici le hanno concesso di andare ai domiciliari? “Con i diritti tv – spiega – sono riuscita a risarcire le mie vittime”.

E come ha avvisato il mondo di questa nuova circostanza? Alla rivista specializzata Eater è arrivata per errore (per errore?) una mail dell’agente di Anna. Chiedeva servizi di catering, forniture di alcolici e cadeaux per gli ospiti. E allora vai con le interviste. Alla rivista Bon Appetit illustra quali sono i piatti che vorebbe servire e quali sono i fornitori cui ambisce: “Le Coucou per la bouillabaisse, Shuko e Sasabune per l’omakase, verdura a km zero da Misfits Market”. Sono i nomi di grido della gastronomia di New York.

Per tutta l’intervista, lei scivola come un’anguilla. Chi saranno i suoi ospiti? “Celebrity e influencer, pezzi grossi del no profit e attivisti”. Ha già contattato qualcuno? “Non mi sbilancio”. E come si vede rispetto al suo passato? “Come se quel che è stato pubblicato fosse una mia caricatura. Spetta agli altri giudicare se è vero o no, ma mi piace credere che non sia stata davvero mostrata la persona che sono”. Una frase che non significa (quasi) nulla, riassunto delle sue conversazioni abilmente pilotate dalla sua pr. Ma poi, con questa gente, che cosa vorrebbe realizzare Anna? Spiega che vuol raccogliere fondi per una campagna di riforme della giustizia e del sistema di immigrazione. E soprattutto che cercherà di “tornare in società”. Con quali esisti è difficile prevederlo. D’altronde, chi comprerebbe un’auto usata da questa donna?