Tecnologia

Il futuro del Web3 visto dalle aziende: l’incontro al MEET con The Innovation Group e Web3 Alliance affronta metaverso e dintorni dal punto di vista delle imprese

Web3 Alliance e The Innovation Group hanno presentato a Milano, nella sede di MEET Digital Culture Center, il loro primo evento “Il futuro del Web3 e del metaverso”, incentrato più sul fare il punto della consapevolezza delle aziende riguardo queste tematiche che sullo spiegare nuovamente di cosa si tratta.

Non solo metaversi
Il problema arriva proprio qui: la consapevolezza su cosa effettivamente sia il Web3. C’è ancora una tale confusione e un tale bombardamento dei media che queste tematiche, per molti, sono ancora parecchio fraintendibili; non c’è sicuramente da stupirsi visto il picco d’interesse su tutto quello che riguarda il mondo della realtà virtuale a causa della pandemia, ma c’è il bisogno di scrollarsi di dosso questa uguaglianza a tutti costi: il Web3 non è solo il metaverso, ma il metaverso è una parte del Web3 che comprende anche NFT, realtà aumentata (anche se presente da parecchi anni), intelligenza artificiale e blockchain.

Il Web3 e le aziende italiane
Proprio sulla consapevolezza delle aziende si basa la ricerca condotta da The Innovation Group e Web3 Alliance, curata da Ezio Viola ed Elena Vaciago, rispettivamente Co-Founder e Associate Research Manager proprio di The Innovation Group, su un campione di 142 aziende italiane di diverse dimensioni e settori. Dai dati raccolti è evidente come ci siano ancora tanti dubbi e incertezze riguardo tutto quello che ruota intorno al concetto di Web3, ma nonostante ciò alcuni dati guardano questo futuro con ottimismo: il 75% delle aziende intervistate è infatti interessata al fenomeno, percentuale che si divide tra un 64% di utenti che la stanno seriamente studiando e un 11% che lo usa frequentemente o ha almeno un progetto pilota in stato di avanzamento. Un’interessante ricerca che, al di là delle speculazioni e delle ipotesi, tocca con mano l’effettivo uso che le imprese hanno intenzione di esplorare grazie ai vari nuovi mondi virtuali che non smettono di espandersi.

Il principale scopo di utilizzo delle aziende non è sicuramente una sorpresa: la brand awarness, che può in qualche modo racchiudere tutti i possibili sotto utilizzi che ne conseguono, dal lancio di nuovi prodotti, alle business opportunities per arrivare all’allargamento della customer base, ma è intrigante vedere come – almeno sulla carta – solo una piccola percentuale punta alla raccolta dati di potenziali clienti. Tutto questo, come al solito e come già è stato più volte ribadito, porta sicuramente ad alcuni dubbi e criticità ed è uno stuzzicante spunto di riflessione confrontare le perplessità delle imprese a quelle dell’utente che ha vissuto il metaverso da un lato non-business fin’ora, scoprendo che i punti d’incontro non sono poi così pochi.

Oltre ai già ben risaputi problemi infrastrutturali e dei costi di accesso, affacciandosi sul lato prettamente aziendale, si può notare come in cima alle preoccupazioni spicchi l’esperienza insoddisfacente come probabile freno all’utilizzo dell’utenza e, quindi, dei potenziali clienti. Discorso già affrontato più e più volte nell’arco degli ultimi anni in ogni conferenza sul Web3, da quella organizzata da Another Reality di alcuni mesi fa, passando a quella più recente del MISOM per poi trovarla anche da Web3 Alliance, ma resta un problema altamente condivisibile e purtroppo, almeno per il momento, è un “cane che si morde la coda”, perché un upgrade grafico, così come un aumento sostanziale dei contenuti porta l’utilizzatore finale a essere in possesso di un device dalla potenza adatta e una connessione di alto livello.

Spostando l’attenzione un gradino più in basso della graduatoria si trovano, quasi a pari merito, quei dubbi che invece riguardano un po’ più le imprese nello specifico come la mancanza di uno standard unico al quale interfacciarsi per avventurarsi nel web3, i problemi legali legati alla privacy e la ancora poca diffusione delle giuste competenze digitali.

Il futuro del Web3
Nonostante il Web3 sia appunto un discorso parecchio ampio che racchiude svariate tecnologie, si finisce sempre a parlare di metaverso ed è un peccato. “Dobbiamo considerare il Metaverso come una risposta a una domanda che ancora non c’è… dobbiamo essere imprenditori visionari, soprattutto noi che operiamo in questo settore, e fornire a tutte le aziende che vorranno far parte di questo nuovo mondo gli strumenti per massimizzare il ritorno sugli investimenti” – ha dichiarato Andrea De Micheli, VP Web3 Alliance e Presidente e Amministratore Delegato di Casta Diva Group.

E’ giusto cominciare a studiare queste nuove tecnologie, seguire l’onda prima che si schianti e lasci indietro determinate imprese rispetto ad altre, ma con la consapevolezza che, nonostante gli enormi investimenti delle multinazionali, siamo ancora a una frase embrionale. I metaversi ancora vuoti sia di attrattiva, che di persone, che di contenuti non sono certo un fulmine a ciel sereno: i numeri (bassi) hanno sempre parlato chiaro.

Una chiacchierata con Elena Schiaffino, Presidente di Web3 Alliance, ci riporta al nocciolo della questione: il web3 non è solo metaverso, ma indubbiamente è una delle implicazioni che genera più attrattiva in clienti e aziende, ma è sbagliato parlare solo di quello e soprattutto concentrarsi solo su quello. La realtà aumentata, che sta cominciando pian piano a vivere di una giusta riscoperta, è accessibile, è alla portata di tutti ed è facile da usare, basta avere uno smartphone. I suoi utilizzi in ambito di arredo, moda ed educativo sono sotto gli occhi di tutti, dal provarsi virtualmente un paio di scarpe, posizionare un divano in salotto per valutarne l’acquisto all’ottenere tutte le informazioni riguardanti un monumento semplicemente inquadrandolo. Per quanto riguarda i problemi di contenuti invece? La risposta è abbastanza ovvia, bisogna imparare da chi nel “metaverso” ci sguazza già da più di 20 anni: i videogiochi.