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Von der Leyen, 4 giorni di missione nei Balcani: la ricerca di un allineamento su Mosca e le rassicurazioni alla Bosnia

L’intenzione dell’Europa è quella di far andare avanti il processo di adesione degli Stati della regione, nonostante il quadro politico dall’ultima riunione sia persino peggiorato, a causa del conflitto tra Ucraina e Russia. Mosca e la sua influenza sono certamente uno dei fattori che più ha inciso nella scelta di compiere questo viaggio, insieme alle spinte secessionistiche di alcuni Paesi, come la Bosnia, che rischiano di minare la coesione di un’intera regione

Un viaggio di 1486 chilometri in soli 4 giorni. È una vera e propria maratona quella che attende la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che sarà in visita nei sei Paesi dei Balcani occidentali dal 26 al 29 ottobre. L’obiettivo di questo viaggio è chiaro: “Portare un messaggio di solidarietà e impegno ai Paesi balcanici e di volontà di cooperare con la regione nel suo complesso”, ha dichiarato il portavoce-capo, Eric Mamer. L’intenzione dell’Europa è quella di far andare avanti il processo di adesione degli Stati della regione, nonostante il quadro politico dall’ultima riunione – quella di Kranj, che risale a poco più di un anno fa – sia persino peggiorato, a causa del conflitto tra Ucraina e Russia. Mosca e la sua influenza sono certamente uno dei fattori che più ha inciso nella scelta di compiere questo viaggio, insieme alle spinte secessionistiche di alcuni Paesi, come la Bosnia, che rischiano di minare la coesione di un’intera regione. “È un preciso messaggio di unione nella sua politica estera da parte di Bruxelles, che cerca di tenere insieme quella Comunità politica europea, inaugurata lo scorso mese, a cui chiede anche di avere la stessa linea politica su alcuni dossier, come quello delle sanzioni alla Russia”, evidenzia a ilfattoquotidiano.it Giorgio Fruscione, ricercatore di Ispi che segue l’area dei Balcani.

Il caso della Bosnia – Tra le tappe certamente più attese del viaggio c’è quella di Sarajevo, dove la presidente sarà il prossimo 28 ottobre. La Bosnia non ha finora mai ricevuto lo status di candidato all’ingresso nell’Unione, come anche Kosovo e Georgia, e non ha mostrato alcun segno di miglioramento nelle 19 priorità-chiave indicate dalla Commissione europea che toccano tutti i settori, dall’economia alla giustizia sino al pieno funzionamento delle istituzioni federali. Le elezioni di inizio mese hanno consegnato un quadro politico incerto tra la vittoria dei riformisti, che hanno ottenuto due seggi su tre nell’Ufficio di presidenza centrale, e la riconferma di Milorad Dodik alla guida della Repubblica Srpska, la parte filoserba del Paese che guarda più a Belgrado che a Sarajevo, che però è stata contestata. Eppure, due settimane fa l’esecutivo comunitario ha raccomandato al Consiglio di concedere a Sarajevo lo status di Paese candidato, un passo in avanti significativo che sopirebbe quel senso di ingiustizia che molti in Bosnia-Erzegovina hanno provato dopo che l’Unione lo ha concesso all’Ucraina. “Come dice il primo ministro albanese Edi Rama, lo status è la fine dell’inizio: è un messaggio simbolico, un modo per sottolineare il sostegno alla Bosnia-Erzegovina, ma è anche un modo per la Commissione di mostrare di avere una missione geopolitica, l’obiettivo che si era data già nel 2019. Le criticità si conoscono ma il fatto che l’Ue voglia essere più assertiva nella regione non è un aspetto negativo”, rimarca Fruscione.

L’ambiguità della Serbia – Il contesto geopolitico attuale, poi, rischia di portare la regione ad essere attratta da potenze straniere, interessate ad avere un riferimento nell’area: tra questi c’è sicuramente la Cina, che ha investito massicciamente nelle infrastrutture dei Balcani, come dimostra il caso dei primi 41 chilometri dell’autostrada tra il porto montenegrino di Antivari e Boljare, un progetto di circa 160 chilometri che vuole collegare il Mar Adriatico con le città al confine con la Serbia. Questo pezzo di strada rappresenta ad oggi uno dei tratti autostradali più costosi al mondo: oltre 20 milioni di euro ogni mille metri, più di dieci volte il costo medio europeo, per un totale di 809 milioni di euro, pari a un quinto del debito pubblico montengrino di 4,33 miliardi di euro. Podgorica ha iniziato a pagare il suo debito, sventando così la possibilità che Pechino potesse acquisire una parte del territorio nazionale, verosimilmente un porto sul Mediterraneo. E poi c’è Mosca, che nella penisola ha un riferimento prezioso nel presidente serbo Aleksandar Vucic, che lo scorso aprile ha ottenuto il suo secondo mandato. Belgrado è l’unica ad aver compiuto dei passi indietro sull’allineamento agli standard comunitari in merito al rispetto dello Stato di diritto, ma il problema è soprattutto la politica estera e di sicurezza dell’Unione: la presidente Von der Leyen, che sarà nella capitale serba sempre il 28 ottobre, chiederà a Vucic di uscire da quella ambigua posizione di neutralità tra i partner economici occidentali e lo storico alleato russo.

“Ciò che fanno gli altri Paesi, come la Russia, nella regione non è nuovo, è frutto di un’opera consolidata degli ultimi anni. Se su Mosca è difficile trovare un accordo, per quanto riguarda il resto ci sono delle possibilità, come dimostra l’allineamento sui visti”, sottolinea Fruscione. Belgrado ha ripreso a chiedere il visto a Paesi terzi, come Tunisia e Burundi, come ha reso noto Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae): un cambio di passo rispetto al passato, quando la Serbia concedeva liberamente ai cittadini extra-comunitari, ai cui Paesi non è stato riconosciuto un regime di esenzione dai visti da parte dell’Unione europea, di arrivare nel Paese e poi dirigersi in Europa attraverso la rotta balcanica. “Buoni segnali si vedono anche sul caso del Kosovo: dopo essere stata a lungo messa in dubbio, si è capito che effettivamente c’è stata una proposta da parte di Emmanuel Macron e Olaf Scholz per quanto riguarda la diatriba con Belgrado”, sostiene Fruscione. Infatti, secondo quanto sostiene Vucic, il piano prevede l’adesione di Pristina alle Nazioni Unite senza l’opposizione dei serbi mentre Belgrado dovrebbe ottenere aiuti finanziari e una corsia preferenziale per l’adesione all’Ue. Il piano non è stato ufficializzato ma sembra che questa possa essere la base per una normalizzazione dei rapporti, che prevede anche il reciproco riconoscimento entro un periodo di tempo di dieci anni. “Lo status per la Bosnia, la proposta franco-tedesca per il Kosovo e l’allineamento di Belgrado al regime dei visti europei sono tutti elementi non direttamente collegabili al viaggio di Von der Leyen ma comunque segnali che qualcosa sta cambiando: il viaggio della presidente non viene per caso e può essere l’inizio di qualcosa di diverso”, evidenzia il ricercatore Ispi. A questo va aggiunto anche un altro elemento: il prossimo incontro tra Bruxelles e i Paesi dell’area sarà il prossimo 6 dicembre a Tirana, in Albania: è il primo incontro di questo tipo che non si svolge in una capitale di un grande Paese europeo ma in quella di uno che aspira ad esserlo. “La scelta non è per niente casuale, la geopolitica europea si basa anche su questo: è un gesto simbolico per il Paese e l’intera area. Evidenzia come l’Unione stia portando avanti una missione geopolitica che va oltre le semplici premesse”, rimarca Fruscione. Le basi per il buon esito di quell’incontro, però, sono in gran parte riposte in quei 1486 chilometri che Von der Leyen è pronta a percorrere.