Calcio

Juventus, tutto quello che sappiamo (finora) dell’inchiesta: chi è coinvolto, accuse e rischi. E quei rilievi di Deloitte all’ultimo bilancio

I pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni - coordinati dall'aggiunto Marco Gianoglio - hanno chiuso l'inchiesta sui presunti falsi in bilancio del club bianconero nello scorso triennio. Dalla "manovra stipendi" alle plusvalenze fino alla lite con la Consob : ecco cosa si sa finora dell'indagine

Oltre un anno di indagini e adesso la procura di Torino tira le somme contestando nuovi reati. La Juventus è sotto accusa. I pm Ciro Santoriello e Mario Bendoni – coordinati dall’aggiunto Marco Gianoglio – hanno chiuso l’inchiesta sui presunti falsi in bilancio del club bianconero nello scorso triennio. Manovre, sostengono gli inquirenti, che avrebbero coinvolto non solo il Consiglio d’amministrazione, ma anche dirigenti apicali, collegio sindacale e revisore legale. Una parte degli accertamenti era già diventata nota quando furono effettuate le perquisizioni, poi negli scorsi mesi gli investigatori e i pubblici ministeri hanno anche ascoltato numerosi testimoni, compresi diversi giocatori bianconeri, nessuno dei quali risulta indagato. In procura sono sfilati Paulo Dybala, Federico Bernardeschi, Giorgio Chiellini, Leonardo Bonucci, Cuadrado e Alex Sandro. Era stato convocato, attraverso una rogatoria, anche Cristiano Ronaldo, ma l’ex stella della Juve non si è presentato negli uffici dei magistrati. Adesso, mentre l’assemblea degli azionisti si appresta ad approvare il nuovo bilancio e dopo il no del giudice per le indagini preliminari alle misure cautelari richieste dalla procura, la decisione di notificare la chiusura delle indagini. Allo stato, ecco cosa sappiamo dell’inchiesta.

Chi è coinvolto?
Tra i 15 indagati (più la società per responsabilità amministrativa) figurano, già da mesi, il presidente Andrea Agnelli, il vice-presidente Pavel Nedved, l’ex direttore sportivo Fabio Paratici, l’avvocato Cesare Gabasio, gli ex dirigenti Marco Re, Stefano Bertola e Stefano Cerrato. Alla chiusura delle indagini, i magistrati hanno avanzato contestazioni anche all’amministratore delegato Maurizio Arrivabene nonché ai componenti del Consiglio d’amministrazione, al collegio sindacale e al revisore legale.

Quali reati sono contestati?
Al termine degli accertamenti della Guardia di Finanza, la procura di Torino ipotizza, a vario titolo, i reati di falso nelle comunicazioni sociali per le società quotate, false comunicazioni al mercato, ostacolo alle autorità di vigilanza, aggiotaggio informativo e dichiarazione fraudolenta, derivante dall’uso di fatture per operazioni inesistenti con la conseguente indebita detrazione di Iva. Sotto la lente degli investigatori sono finite, finora, tre annualità: 2018, 2019 e 2020.

Le cifre contestate
Nell’esercizio 2018, sulla base delle valutazioni del consulente dell’accusa, la Juventus avrebbe indicato una “minor perdita di esercizio, pari a 38.896.000 di euro anziché di 84.506.000″ e avrebbe indicato un “patrimonio netto positivo, pari a 31.243.000 di euro anziché negativo, pari a 13.367.000″. Nell’esercizio successivo, invece, “risulta essere stata indicata una minor perdita, pari a 89.682.000 anziché pari a 236.732.000″ e un “patrimonio netto positivo pari a 239.204.000 anziché pari a 47.543.000”. Quanto al bilancio approvato il 29 ottobre 2021, riferito all’esercizio 2020, infine la minor perdita di esercizio sarebbe stata di circa 13 milioni di euro (209.514.000 invece di 222.477.000) e il patrimonio netto positivo pari a 28.827.000 sarebbe in realtà stato “negativo” per 175.791.000 milioni di euro. Nell’avviso di conclusione indagini, i magistrati sottolineano come sia stata nascosta l’erosione del capitale sociale e l’attività in Borsa sia proseguita “indebitamente” pur “in presenza di un patrimonio netto negativo”.

Le plusvalenze e le altre accuse
Sono diversi i modi attraverso i quali, ad avviso dell’accusa, il club avrebbe alterato i risultati dei tre esercizi. In primis: un “anomalo ricorso” a “operazioni di scambio dei diritti delle prestazioni sportive” di un “elevato numero di atleti”, un modus operandi definito “distonico” dalla procuratrice Anna Maria Loreto. Le operazioni, ad avviso dei finanzieri e dei magistrati, sarebbero state “concluse a valori stabiliti dalle parti in modo arbitrario” e vengono ritenute “fittizie”. Sul punto, spiega la procura, a supporto dell’accusa ci sono delle intercettazioni telefoniche, che presumibilmente (nell’ipotesi degli inquirenti) proverebbero che i valori sono stati volontariamente artefatti per generare un ricavo di natura meramente finanziaria. Il tutto, sempre secondo l’accusa, con l’obiettivo di generare plusvalenze, pari a 155 milioni di euro, utili a ‘imbellettare’ il bilancio. La dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti riguarda invece “alcuni” indagati e nasce dal convincimento dell’accusa che la Juventus “abbia corrisposto” a vari procuratori e agenzie “somme per prestazioni che non hanno trovato riscontro” e quindi “considerate inesistenti” con “contestuale danno all’Erario per indebita detrazione di Iva”, pari a 409.452 euro. Le “importanti differenze” tra i risultati di bilancio “così come approvati” e quelli che, secondo la procura supportata dalle analisi del suo consulente tecnico, “avrebbero dovuto essere oggetto di approvazione” hanno invece portato alla contestazione dell’aggiotaggio informativo, perché la Juventus è quotata nel mercato telematico azionario (Euronext Milan).

Focus: la manovra stipendi
Vengono poi contestate due “manovre stipendi”, una relativa alla stagione 2019/20 e una relativa al 2020/21. Per quanto riguarda il 2019/20, anno dello stop al campionato per il Covid, secondo la procura ci sono “concreti elementi” – tra gli altri Tuttosport cita un sms di Chiellini ai compagni per rassicurarli- per ritenere che i calciatori abbiano rinunciato a una sola mensilità e non quattro come invece comunicato dalla Juventus nel marzo 2020: “Le restanti tre mensilità, in ipotesi di accusa, non sarebbero state oggetto di rinuncia, bensì di differimento ad esercizi successivi”. La seconda manovra stipendi, invece, ruota attorno ai contratti depositati in Lega (loyalty bonus): prevedevano una riduzione dello stipendio nel periodo marzo-giugno 2021 e la “contestuale integrazione” nel caso di “permanenza” nel club “a una certa data”. Ma durante le perquisizioni effettuate negli scorsi mesi, fanno notare i magistrati, sono emerse “scritture private contenenti l’impegno incondizionato della società al pagamento degli stipendi oggetti di riduzione, anche in caso di trasferimento del calciatore”. Questi accordi, sottolinea l’accusa, hanno avuto “ripercussioni” sul bilancio approvato il 29 ottobre 2021 per un “importo che allo stato viene stimato in 27,5 milioni di euro”. Non solo: le risposte sul punto fornite dalla società alla Consob, l’autorità pubblica che vigila sulle società quotate in Borsa, avanzate lo scorso aprile hanno portato a formulare l’ipotesi di ostacolo all’esercizio delle autorità di pubblica vigilanza. Sostanzialmente, la Juventus avrebbe fornito anche alla Consob comunicazioni non veritiere sullo stato dei conti.

I “rilievi” di Deloitte
Le contestazioni mosse dall’autorità pubblica sono state oggetto di un duro scontro con la società che ritiene di aver agito correttamente. Va detto che quello della “manovra stipendi” è un punto sul quale Procura di Torino, Consob e il revisore contabile dei bianconeri Deloitte (al primo anno d’incarico) si trovano d’accordo. Nella relazione sulla revisione contabile del bilancio al 30 giugno 2022, al momento estraneo agli accertamenti, Deloitte definisce “veritiera e corretta” la stesura ma con “rilievi” di criticità proprio per quanto riguarda le manovre stipendi. Premettendo i “particolari profili di complessità e difficoltà interpretative”, la società di revisione sottolinea che gli accordi per l’integrazione dei compensi relativa al 2019/20 “abbiano fatto sorgere (…) una constructive obligation con riferimento ai servizi già prestati” e quindi “avrebbe dovuto essere iscritta una correlata passività nel bilancio al 30 giugno 2020″. Per quanto riguarda la seconda manovra, continua Deloitte, gli accordi per i compensi “da corrispondersi nelle successive stagioni 2021/22 e 2022/23 a titolo di loyalty bonus abbiano fatto sorgere (…) alla data del 30 giugno 2021″ un’altra constructive obligation alla quale sarebbe dovuta seguire un’altra “correlata passività nel bilancio al 30 giugno 2021”. Ne consegue, ad avviso di Deloitte, che la perdita dell’esercizio chiuso al 30 giugno 2022 e il patrimonio netto al 30 giugno 2022 risultano “sovrastimati” rispettivamente di “61 milioni di euro e di 9 milioni di euro”. La perdita del bilancio chiuso al 30 giugno 2021 risulta invece “sottostimata di 38 milioni”. E la Juventus “avrebbe dovuto effettuare la correzione degli errori”.

L’ultimo bilancio: la prossima grana?
Ad avviso della Juventus, le contestazioni di Deloitte – che si basano su “interpretazioni e applicazioni di regole contabili e giudizi” che la società “non condivide” – sono residuali perché gli “eventuali effetti” sarebbero “nulli” sui “flussi di cassa e sull’indebitamento finanziario netto” in tutti gli esercizi, mentre per quanto riguarda il piano economico e patrimoniale “si azzererebbero a livello cumulato” nel quadriennio 2019-2023. Resta un dato di fatto: negli scorsi giorni, la società ha rinviato dal 28 ottobre al 23 novembre l’assemblea degli azionisti chiamata ad approvare il bilancio, oggetto dei rilievi di Deloitte, che si è chiuso con una perdita di 254 milioni di euro. Alla luce di quanto emerso in questi giorni nell’inchiesta penale, l’assemblea dovrà stabilire se dare il via libera al bilancio così come predisposto dal Consiglio di amministrazione o respingerlo, con tutto ciò che implicherebbe un’eventuale rettifica vista la ferma posizione finora tenuta dal club sulla conformità dei conti.

La richiesta di misure cautelari: una vicenda chiusa?
Come spiegato dalla procura, negli scorsi mesi era stata avanzata la richiesta di misure cautelari (compresi gli arresti domiciliari) per alcune figure societarie. Si tratta, a quanto appreso da La Stampa, del presidente Andrea Agnelli, dell’ex direttore sportivo Fabio Paratici e dell’avvocato Claudio Gabasio. Il 12 ottobre il giudice per le indagini preliminari ha respinto le richieste, non ritenendo quindi sussistenti il rischio di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Contro la decisione del gip, la procura ha già avanzato opposizione presso il Tribunale del Riesame. La vicenda, quindi, allo stato non è chiusa ma non incide di per sé sulla consistenza del quadro probatorio che sarà oggetto delle valutazione del giudice per l’udienza preliminare.

Cosa rischiano gli indagati e cosa il club?
Sul fronte dell’inchiesta penale, nei prossimi venti giorni, tutti gli indagati, letti gli atti, avranno la possibilità di rendere dichiarazioni o presentare memorie per chiarire la loro posizione. Dopo spetterà ai magistrati chiedere o meno il rinvio a giudizio. In una nota, la Juventus ha rivendicato di essere “convinta, anche tenuto conto degli approfondimenti di natura legale e contabile” svolti dal club “con l’ausilio dei propri consulenti e dei pareri legali e tecnico-contabili acquisiti dalla Società, di aver operato nel rispetto delle leggi e delle norme”. Per quanto riguarda la giustizia sportiva, alla luce della totale disclosure degli atti, è possibile che la Procura della Federcalcio decida di riaprire il caso che era già stato archiviato senza contestazioni al club e ai suoi tesserati, ammesso che i proscioglimenti in due gradi di giudizio della scorsa primavera non integrino una situazione di “ne bis in idem”. È bene ricordare che le contestazioni penali e quelle sportive, avanzate prima della chiusura delle indagini della Procura di Torino e quindi senza le acquisizioni istruttorie dei magistrati, corrono su binari paralleli.

Twitter: @andtundo