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Papa Francesco come Elon Musk: tra le poche voci a chiedere un cessate il fuoco in Ucraina

Papa Francesco si mette di traverso. Su una linea opposta alla politica di incontrollata escalation militare in Ucraina, perseguita dal segretario della Nato Stoltenberg, dal presidente della Commissione europea Von der Leyen, dal presidente del Consiglio Draghi e dalla futura premier Meloni. Il suo appello, lanciato domenica, non è un supplica morale e nemmeno un’offerta di mediazione che nessuno gli ha chiesto. È una proposta di iniziativa politica alternativa a quella seguita attualmente dall’Occidente e che sta portando direttamente alla folle eventualità di un incidente nucleare.

Francesco ha messo le carte sul tavolo. Ha chiesto a Putin di fermare l’aggressione. Ha chiesto a Zelensky di “essere aperto a serie proposte di pace”. Ha chiesto ai leader mondiali di muoversi per fermare la guerra. Ha chiesto che si “giunga subito ad un cessate-il-fuoco”. Ha sottolineato tre condizioni per la pace: sovranità e integrità territoriale di ogni nazione, diritti delle minoranze, legittime preoccupazioni. Non sono espressioni retoriche, sono richieste concrete: lavorare per una tregua immediata, garantire i diritti della minoranza russofona del Donbass (in termini italiani significa garantire uno statuto di autonomia tipo Alto Adige), tenere conto degli interessi di sicurezza della Russia (“legittime preoccupazioni” che valgono per gli Stati Uniti alle loro frontiere e valgono egualmente per la Russia o altre potenze).

Nelle settimane scorse, incontrando in Kazakistan i confratelli gesuiti, il Papa ha ribadito il contesto generale in cui è sorto il conflitto. “Non è un film di cowboy dove ci sono i buoni e i cattivi”, non è una guerra tra Ucraina e Russia, è una guerra a dimensione mondiale. E poteva essere evitata. Assistiamo a “imperialismi in conflitto”. Non c’era nessun bisogno che la Nato andasse ad “abbaiare alle porte della Russia”. Sono dati di fatto che non coincidono con la narrativa ufficiale imposta ossessivamente da Kyiv, Bruxelles e Washington. Ma restano dati di fatto. Un grande realista come Henry Kissinger ha evidenziato che nei decenni trascorsi la politica dell’Occidente nei confronti della Russia è stata sbagliata e che l’Ucraina non doveva essere un “avamposto” occidentale contro la Russia.

In questi mesi l’Occidente ha sostenuto l’Ucraina con armamenti, collaborazione preziosa di intelligence, aiuti finanziari e umanitari. Aiutata dall’Occidente, l’Ucraina – con i suoi soldati forti, coraggiosi e determinati – ha raggiunto tre obiettivi: Putin è stato sconfitto nel suo disegno di prendere Kyiv, è stato sconfitto nel suo disegno di far collassare il Paese e provocare un cambio di regime, infine sta perdendo territori conquistati. Si pone la domanda quali siano gli obiettivi per cui continuare la guerra. “Liberare” la Crimea che non è stata mai ucraina? Spezzare le reni alla Russia? Provocare la caduta di Putin (il che, come tutti sanno, non porterebbe ad una primavera democratica) e gettare la Russia nelle braccia della Cina?

Il clima bellicista che circola in certe capitali è tutto fuorché razionale. Ursula von der Leyen che grida “gloria all’Ucraina”, la premier estone Kaja Kallas che si fa fotografare mentre si esercita con un missile anti-tank Javelin trasmettono l’immagine di un’eccitazione militaresca del tutto incosciente di fronte all’estrema gravità della situazione. Ogni guerra è un affare di costi e benefici. L’Europa sta entrando in una grave crisi economica. Crisi energetica e recessione battono alle porte. In Italia l’inflazione corre verso il 10 per cento, si staglia la prospettiva di oltre centomila aziende a rischio chiusura e l’eventualità di centinaia di migliaia di disoccupati. Per raggiungere quale traguardo?

L’Occidente non può limitarsi a fare da portabagagli della politica di Kyiv. Molti ambienti economici cominciano a porsi domande. Il supermiliardario uomo d’affari Elon Musk, che pure ha messo a disposizione dell’Ucraina il suo sistema di interconnessione satellitare Starlink per contrastare i russi, ha postato su Twitter (107 milioni di follower) un piano di pace: 1. Rifare le elezioni nelle regioni annesse dalla Russia sotto la supervisione dell’Onu e lasciare decidere il popolo; 2. Riconoscere la Crimea come parte della Russia visto che lo è dal 1783 (a parte l’errore compiuto da Kruscev); 3. Assicurare il rifornimento idrico della Crimea; 4. Neutralità dell’Ucraina. (Su 2.7 milioni di risposte il 41% ha risposto positivamente, il 59 negativamente. Insultato dal governo ucraino, il miliardario ha ribadito: in Crimea e nel Donbass la popolazione voti dove vuole stare).

Musk non è un ingenuo. Ha un orecchio attento a ciò che accade nella comunità imprenditoriale statunitense e internazionale. In Italia tempo fa Carlo De Benedetti disse in tv che continuare la guerra non era nell’interesse dell’Europa. Francesco non è solo nell’avanzare l’esigenza di un cessate-il-fuoco.

In area vaticana il presidente dell’Accademia pontificia delle scienze sociali Stefano Zamagni ha pubblicato un piano pace articolato: 1. Neutralità dell’Ucraina e suo ingresso nell’Ue; 2. Garanzie internazionali per la sovranità e l’integrità dell’Ucraina; 3. La Russia conserva il controllo de facto della Crimea e una soluzione definitiva è affidata alle parti; 4. Autonomia delle regioni di Lugansk e Donetsk nell’ambito dell’Ucraina; 5. Accesso garantito ai porti del Mar Nero per Ucraina e Russia; 6. Rimozione graduale delle sanzioni occidentali alla Russia; 7. Creazione di un fondo di ricostruzione per l’Ucraina a cui partecipa la Russia.

In questa situazione la decisione di Zelensky di firmare un decreto per “vietare negoziati con Mosca” finché alla guida c’è Vladimir Putin, evidenzia l’intenzione di forzare la mano all’Europa. Il suo consigliere Mikhailo Podolyak ha replicato a Elon Musk con un suo “piano di pace”, che prevede il ritiro delle Russia da tutti i territori, Crimea inclusa, e soprattutto smilitarizzazione e denuclearizzazione della Russia. Un programma di vendetta che non sembra funzionale agli interessi dell’Europa.