Politica

Da Tabacci a Calenda al “partito dei sindaci”. Lo scisma M5S rianima la galassia centrista, pronta alle sportellate per un pugno di voti

La scissione di Di Maio rianima le spinte centriste cristallizzate in una galassia di sigle dal variegato seguito e potenziale. Da Azione a "Coraggio Italia", "Vinciamo Italia" fino a "Italia al centro". La variabile Renzi, poi Tabacci e Mastella. Gelmini, Brunetta e Carfagna pronti a nella mischia. Con le incognite delle legge elettorale e lo spartiacque dei "draghiani"

Al centro! Al centro! La scissione di Luigi Di Maio dal M5S per formare Insieme per il futuro (ma è un nome provvisorio che non sarà quello della nascitura forza politica) ha fatto ringalluzzire centristi di ogni genere e grado. Magari anche con qualche preoccupazione, perché il nuovo soggetto dimaiano, lavorando per la cosiddetta “area Draghi”, in quello spazio politico si collocherà e magari ruberà voti agli altri. Insomma, tutti al centro appassionatamente, a fare a sportellate per un pugno di voti. “Più culi che poltrone”, dicevano i vecchi marpioni democristiani quando i posti scarseggiavano. Secondo Clemente Mastella, però, quello spazio vale almeno il 10% dell’elettorato. E comunque la creatura dimaiana ha ridato fiato, energie e terreno politico a tutto un universo che sembrava già ripiegato su se stesso. Più realista sembra essere Bruno Tabacci, che si appresta a prestare il simbolo del suo Centro Democratico in Senato al ministro degli Esteri, secondo cui “di centro si potrà parlare solo se si farà una legge proporzionale con le preferenze”.

Vediamola, dunque, questa galassia centrista che in Parlamento dal 2018 in avanti è andata gonfiandosi grazie ai 414 cambi di casacca che hanno coinvolto 280 tra deputati e senatori. La sigla che nell’ultimo paio d’anni ha visto più turbolenze è quella di Giovanni Toti, Gaetano Quagliariello e il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Giusto un anno fa, infatti, nasceva “Coraggio Italia” con 23 deputati e 7 senatori, che rappresentava l’unione di tre componenti: Cambiamo di Toti, Idea di Quagliariello e i civici di Brugnaro. Le cose tra i primi due e il terzo della compagnia però non sono andate bene fin da subito, tanto che a febbraio scorso è arrivato il divorzio col governatore ligure e l’ex ministro che hanno dato vita a Italia al centro (che ora conta 8 senatori e 4 deputati), mentre Brugnaro si è tenuto quel che restava di Coraggio Italia. In questo bailamme, il sindaco di Venezia ha poi perso ancora pezzi e la sua componente si è sfasciata definitivamente con l’uscita della deputata Simona Vietina, mentre l’ex capogruppo a Montecitorio, Marco Marin ha fondato nei giorni scorsi “Vinciamo Italia” con 7 parlamentari. Insomma, sono finiti divisi in tre. Dal punto di vista politico, Toti, Quagliariello e Marin vorrebbero stare ancorati al centrodestra, rappresentare il centro della coalizione, mentre Brugnaro preferisce tenersi le mani libere e dialogare con tutti. E infatti si dice che in queste ore diversi siano stati i colloqui con Di Maio. Da segnalare che “Italia al centro” non è andata male in queste amministrative: 9% a Genova, 5,2% a L’Aquila, 9% a Catanzaro con due liste.

Dall’area più travagliata a quella più in salute, ovvero Azione di Carlo Calenda, che i sondaggi accreditano intorno al 5-6%, ma l’ex ministro alle Politiche non fa mistero di puntare almeno all’8%. Nata nel novembre 2019 come opposizione al Conte II e dopo l’addio di Calenda al Pd, è dunque la formazione che al momento gode di maggiore salute elettorale. Forse è per questo che il suo leader tratta gli altri in maniera sprezzante e non teme la corsa solitaria. Se i sondaggi dovessero dargli ragione, una discreta truppa parlamentare nella prossima legislatura sarebbe assicurata. Ora a Montecitorio insieme a + Europa e Radicali sono in 7, mentre a Palazzo Madama si contano 4 senatori.

Altro protagonista è Matteo Renzi che, se ancora con i suoi 30 deputati e 15 senatori ha un grande potere nell’attuale Parlamento, a livello di sondaggi non riesce a schiodarsi dal 2-3%. E con quei numeri sarà difficile per lui dare le carte anche nella prossima legislatura. Il perimetro della sua azione politica, però, è necessariamente il centro, con la differenza rispetto agli altri delle geometrie variabili: può allearsi in maniera intercambiabile con Letta o con Berlusconi. Come abbiamo visto alle amministrative, per esempio a Genova, dove Italia Viva ha sostenuto il sindaco Marco Bucci. Mentre in altre realtà ha contribuito alla vittoria del centrosinistra. Alle Politiche, però, tenere il piede in due staffe sarà possibile solo col proporzionale, mentre con l’attuale sistema elettorale Renzi sarà costretto a scegliere da che parte stare.

Guardando ancora alle truppe ora in Parlamento bisognerà tenere d’occhio Noi con l’Italia di Maurizio Lupi (5 deputati), che però resterà convintamente nel centrodestra, il Centro democratico di Tabacci (altri 5) che guarda a Draghi e Di Maio, dopo esser stato, ricordiamolo, uno dei protagonisti della caccia ai “responsabili” per favorire il Conte-ter, e gli ex grillini di Alternativa, che alla Camera sono in 15.

Ma in quest’area tutto è in movimento. Ad esempio ora avanza una sorta di partito dei sindaci che vede Beppe Sala molto interessato alle mosse di Di Maio, tanto che ormai si parla di un suo ingresso nella nuova formazione degli scissionisti in autunno. Ma Sala non è l’unico: anche Dario Nardella, Sergio Pizzarotti, Giorgio Gori fino allo stesso Brugnaro osservano interessati cosa si muove intorno al ministro degli Esteri. Un universo che potremmo definire “draghiano” non perché Draghi lo incoraggi o se lo intesti, ma perché essi non escludono, anzi alcuni lo sperano apertamente, che l’attuale premier sieda a Palazzo Chigi anche dopo il 2023 (e così vorrebbe anche Calenda). Ipotesi che potrebbe realizzarsi se dalle urne non uscisse un vincitore chiaro, il tutto facilitato da un proporzionale che farebbe tenere a tutti le mani libere.

Della partita “draghiana” anche l’ala governativa di Forza Italia: Mariastella Gelmini, Renato Brunetta, e soprattutto Mara Carfagna prima del voto potrebbero decidere di staccarsi finalmente da Berlusconi e buttarsi nella mischia. Questo però dipenderà da quanto l’attuale Fi andrà alle elezioni facendosi dettare l’agenda da Salvini e Meloni. In tal caso, la scissione sarà quasi inevitabile. Anche perché, oltretutto, sarà difficile che i tre possano esser ricandidati nelle ormai esigue truppe di Silvio.