Scuola

Normale di Pisa, studenti in piazza insieme ai precari di mense e pulizia: “Salari bassi, obbligati a straordinari per stipendi dignitosi”

Manifestazione in piazza dei Cavalieri, davanti alla sede dell'istituto di formazione superiore tra i migliori al mondo. Un'assemblea pubblica in cui si sono alternate le testimonianze dei lavoratori che svolgono le loro mansioni anche in portierati e biblioteche. E da un sondaggio tra di loro emerge che il 92 per cento pensa che la propria paga non sia adeguato

Non c’è eccellenza se c’è sfruttamento” è lo slogan dell’assemblea pubblica organizzata in Piazza dei Cavalieri di fronte alla sede della Scuola Normale Superiore di Pisa. Qui si sono riuniti gli allievi e i lavoratori dell’istituto, una delle università migliori al mondo, per parlare apertamente dei problemi relativi a contratti e salari, cercando di raccogliere le testimonianze e i racconti del personale universitario. Attivo il coinvolgimento della comunità cittadina e tra i partecipanti anche molte associazioni locali come Non una di meno Pisa, Collettivo universitario autonomo, Exploit Pisa, Riscatto Pisa. “Negli ultimi anni, sempre più servizi nella pubblica amministrazione sono stati esternalizzati, cioè appaltati a ditte private esterne”.

“Anche molte Università hanno adottato questa pratica – si legge in una nota del “Gruppo di lavoro sulle esternalizzazioni in università” – appaltando servizi inscindibili dalle attività di didattica e di ricerca: dai servizi di pulizia alla mensa, dal portierato alla biblioteca. A partire da Pisa e dalle due Scuole cosiddette di ‘eccellenza’, un gruppo di studenti e lavoratori ha cominciato un percorso di studio e sensibilizzazione sul tema”. Un’assemblea che ha visto partecipare, insieme ai lavoratori, anche gli allievi dell’università che si ribellano a un sistema che non può essere definito eccellente se al contempo porta sfruttamento: sui cartelloni esposti in piazza si leggono dati, sondaggi ed episodi raccolti tra i dipendenti. “Siamo costretti a un part-time involontario e a basso numero di ore, anche meno di 20 ore settimanali”, è il loro racconto, “ci sono differenze tra le mansioni previste dal mio contratto e quelle che effettivamente svolgo”. E ancora: “I salari sono insufficienti: questo ci obbliga ad accettare ore di supplementare per arrivare a retribuzioni minimamente dignitose”.

Il personale esternalizzato racconta di aver cercato più volte il dialogo con le istituzioni competenti senza aver ricevuto la dovuta attenzione, da qui l’esigenza di un’assemblea pubblica e collettiva. Il confronto con il risultato dei sondaggi diffusi tra i lavoratori e resi pubblici in piazza risulta ancora più grave: il 92,5% pensa che il proprio salario non sia adeguato rispetto al lavoro svolto, mentre il 34,5% spesso sa i propri turni di lavoro il giorno prima “causa imprevisti”.

Non mancano le parole degli allievi a supporto del personale: “Lottare insieme ai lavoratori e lavoratrici significa lottare anche contro il nostro privilegio e vederlo come qualcosa che nasconde lo sfruttamento di altre persone”. È l’intervento di uno degli studenti della Normale: “L’enorme produttività e sforzo del così detto lavoro intellettuale richiesto a noi è possibile soltanto grazie allo sfruttamento di chi lavora nei settori esternalizzati”. E sull’ambiente di lavoro? “Alienante e poco gratificante“, si legge sui cartelli in piazza: “Veniamo trattati come ospiti. Lavoriamo in ‘cantieri’ e ci fanno sentire costantemente esclusi dalla comunità della Scuola” racconta un altro manifestante. “Ci chiedono sempre compiti che vanno oltre le nostre mansioni, ci chiamano galoppini”. Aprire un serio dibattito sul tema del lavoro nelle Università italiane, non sentirsi più invisibili, ottenere una dignità lavorativa, trovare delle soluzioni concrete a un sistema che non tocca solo le scuole di eccellenza ma tutto il Paese: sono le richieste portate avanti da studenti e personale universitario. “Finché ci sarà sfruttamento per noi non sarà eccellenza” dichiara un’altra studentessa della Scuola superiore. “Perché – conclude – finché a ogni persona che vive e lavora nei nostri spazi non è riconosciuta una dignità lavorativa continueremo questa lotta e ci faremo vedere”.