Ambiente & Veleni

Plastica compostabile – Dopo le rivelazioni sugli impianti inadeguati, i dati confermano che c’è un problema (anche di legge): si ricicla solo il 51,9% del venduto

CARRELLI DI PLASTICA - Il consorzio nazionale Biorepackha pubblicato il bilancio del primo anno di attività. Con un effetto paradossale: pur rispettando la normativa vigente in materia (il che viene sottolineato con grande soddisfazione), è evidente che nel Paese c'è un buco enorme nella filiera. Lo stesso problema che era stato denunciato dall'inchiesta di Greenpeace pubblicata dal Fatto.it. E che era stata bollata da Biorepack come "frutto di un’indagine parziale e superficiale"

Biorepack presenta i dati sul riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile: nel 2021 si tratta di 38.400 tonnellate di imballaggi. Significa il 51,9% degli imballaggi immessi sul mercato nello stesso periodo, ossia 74mila tonnellate. Ma questi numeri non smentiscono affatto quelli rivelati una decina di giorni fa dall’inchiesta dell’Unità investigativa di Greenpeace, pubblicata in esclusiva su ilfattoquotidiano.it nell’ambito della campagna Carrelli di plastica. Eppure, attraverso spazi acquistati su alcuni dei più importanti quotidiani nazionali, Assobioplastiche e Biorepack avevano accusato Greenpeace di aver divulgato informazioni “frutto di un’indagine parziale e superficiale”.

L’inchiesta di Greenpeace – Ricordando che, al contrario di ciò che avviene in molti Paesi europei, in Italia la plastica compostabile va conferita nell’umido, Greenpeace ha spiegato che il 63% dell’organico viene trattato nei 66 siti dove il cuore del processo è la digestione anaerobica (un 56% nei 43 impianti integrati sparsi sul territorio nazionale e il restante 7% in altri 23 siti di digestione anaerobica). Questi impianti, però, per una serie di ragioni raccontate nel dettaglio dagli operatori di alcuni impianti e da esperti del settore difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile. Il resto viene portato in siti di compostaggio dove, però, non è detto che queste plastiche restino il tempo necessario a degradarsi. “È difficile quantificare quanti siano, in Italia, gli impianti in grado di trattare efficacemente le plastiche compostabili, sicuramente meno della metà” aveva raccontato Luca Mariotto, direttore di Utilitalia, la Federazione che riunisce le aziende operanti nei servizi pubblici della gestione di rifiuti, acqua, ambiente, energia elettrica e gas. Per queste ragioni, hanno testimoniato diversi interlocutori, ciò che non può essere degradato in questi impianti, finisce in inceneritori o discariche. Un racconto contestato da Biorepack.

I dati di Biorepack – Nella sua prima Assemblea generale, però, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile ha presentato i risultati conseguiti in Italia nel 2021. Dati contenuti nella relazione illustrata dal presidente, Marco Versari, che ha commentato: “Va salutato con soddisfazione il fatto che il dato sulla quantità di imballaggi riciclati rispetto all’immesso al consumo sia già oggi superiore rispetto all’obiettivo minimo di legge previsto per il 2025 (pari al 50%) e assai vicino a quel 55% fissato per il 2030”. Dunque, come spiegato da Greenpeace che definisce quella del compostabile una “truffa di Stato”, effettivamente la legge italiana consente che fino al 2025 la metà degli imballaggi in plastica compostabile immessi al consumo non vengano riciclati e che fino al 2030 questa percentuale possa salire di appena 5 punti percentuali, arrivando al 55%. Tutto a norma, dunque. I Comuni serviti dal consorzio, spiega inoltre Biorepack, sono 3.706: si parla di 36 milioni di cittadini, ossia il 61% della popolazione italiana.

L’illegalità nel settore – Biorepack pone anche l’accento sulle attività di contrasto all’illegalità nel settore: “Si pensi, ad esempio, alla commercializzazione di imballaggi in bioplastica compostabile mancanti delle caratteristiche tecniche e ambientali richieste dalla legge o all’uso di false dichiarazioni o certificazioni ambientali”. E si fanno gli esempi di recenti sequestri a Roma e Napoli. Oltre ad arrecare danni economici alla filiera, ricorda il consorzio, “sia in termini di concorrenza sleale e di aggravio di costi industriali, i fenomeni illeciti producono un chiaro impatto negativo sull’ambiente”. Da sottolineare, però, che questi fenomeni che, bene inteso, vanno combattuti, si aggiungono ai problemi di degradabilità raccontati nell’inchiesta e che riguardano anche i prodotti compostabili perfettamente a norma. Anche quelli, hanno raccontato gli esperti, possono arrecare danni. Perché lo smaltimento a fine vita di questi materiali può compromettere quello dei rifiuti organici, nel quale l’Italia rappresenta un’eccellenza e perché la plastica compostabile può creare problemi anche quanto finisce nella filiera della plastica tradizionale. “Può influire negativamente su qualità e purezza del prodotto finale” ha spiegato Fead, l’organo di rappresentanza dell’industria privata di gestione dei rifiuti e delle risorse nell’Unione Europea. Una criticità in aumento perché sempre maggiore non è solo la percentuale di plastica compostabile che si acquista, ma anche quella che i cittadini gettano nel bidone della plastica.