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Mario Azittà, l’uomo che ha insegnato lo sci di fondo in Italia: “Quando iniziai non esistevano le piste. Per gli atleti ero un padre di famiglia”

MAESTRI DI SPORT | La rubrica de ilfattoquotidiano.it con le interviste ai tecnici che hanno primeggiato nella loro disciplina. In questa puntata parla lo storico direttore agonistico delle squadre nazionali dello sci di fondo: "Alle mie prime Olimpiadi nel 1976 non vincemmo nulla e i tifosi italiani erano inferociti. Mi presi sputi in faccia. A Lillehammer nel 1994 sconfiggemmo i norvegesi e fu un trionfo"

Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“La mia passione per lo sci è nata nel dopoguerra. Partecipavo a gare amatoriali cittadine, provinciali, al massimo regionali. Allora esisteva il Campionato Milanese di Sci che era molto rinomato e aveva all’Odeon la sede e il luogo di premiazione. Ma fu negli anni Settanta, a seguito di un pesante lutto in famiglia, che mi sono buttato a capofitto nello sport, spinto soprattutto dagli amici più cari”. Dopo aver guidato per molti anni il Comitato Alpi Centrali, Mario Azittà è stato lo storico direttore agonistico delle squadre nazionali dello sci di fondo dal 1974 al 1992, quando venne sostituito dal suo allievo Alessandro Vanoi. Manterrà poi per alcuni anni la carica di supervisore del fondo italiano. Diplomato geometra, Azittà è milanese di Porta Magenta. Il 26 ottobre prossimo compirà la bellezza di 95 anni, vive ancora a Milano con la moglie. Qualche acciacco fisico, ma una voce e una voglia di vivere ancora giovanili.

Ha cambiato lo sci di fondo nel nostro Paese.
“Fui nominato direttore tecnico della Nazionale di sci di fondo, salto e combinata nordica (e negli ultimi tempi anche del biathlon) dopo l’assemblea di San Pellegrino dove succedetti a quello che considero il mio maestro, Vittorio Strumolo”

Classe 1908, Strumolo aveva anche una società che gestiva il Vigorelli, al tempo importante sia per il ciclismo su pista che per gli incontri di boxe.
“Devo tanto a Vittorio, fu merito suo il mio inserimento nel Comitato Alpi Centrali. Con lui poi non ho avuto molti rapporti, anche perché se ne è andato via da Milano per ritirarsi al mare al sud Italia”

Cosa le ha insegnato?
“Mi ha fatto capire che in Italia non esistevano le piste da fondo e durante la mia direzione è stato il primo problema che ho affrontato sia nelle Alpi che negli Appennini”

È stato tutto così semplice?
“Alle mie prime Olimpiadi, quelle del 1976 in Tirolo, la squadra non andava, non vincemmo nessuna medaglia e i tifosi italiani erano inferociti. Mi presi sputi in faccia”

Le cose sarebbero andate meglio. Il ricordo più bello?
“Alle Olimpiadi di Lillehammer nel 1994 con la staffetta maschile sconfiggemmo i padroni di casa norvegesi e fu un trionfo. Loro erano i favoriti, ma vincemmo allo sprint dopo una gara bellissima. Silvio Fauner superò il norvegese proprio sul traguardo. Il pubblico di casa era numerosissimo e ammutolì, poi iniziò a battere le mani dimostrando una grande sportività. Quando sono qui in casa, con le magagne di un 95enne, ancora penso a quell’istante. Ho concluso la mia carriera in quel momento, ho pensato che sarebbe stato meglio finire in gloria piuttosto di aspettare un calcio nel sedere come spesso accade ai commissari tecnici. Mi sono dedicato maggiormente alla famiglia, alla casa, all’agricoltura”.

Le è mancato?
“Direi di no, ero saturo. Ma le gare in tv le guardo ancora e quando posso vado in federazione a dare un saluto al personale, le ragazzine di allora oggi sono diventate nonne”

Oggi come è messo lo sci di fondo?
“A livello amatoriale molto bene, perché in giro ci sono tante manifestazioni. A non arrivare sono i risultati agonistici della squadra maggiore. Non lo so il perché, bisogna sempre essere dentro alle cose per poter comprenderne i motivi e parlare con cognizione di causa. Forse semplicemente non è venuto fuori l’atleta giusto”

Oltre alla vittoria nella 4×10 km maschile di sci di fondo con Maurilio De Zolt, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner, a Lillehammer Manuela Di Centa ottenne due ori, due argenti e un bronzo.
“Quella Olimpiade fu la più grande soddisfazione della mia carriera. Un’apoteosi. Scegliemmo di stare tutti insieme in alcune villette accanto allo stadio, 800 metri in altura, non nel villaggio olimpico che era più distante dal luogo delle gare, allenandoci così con la neve della gara. Mi ero portato il cuoco dall’Italia per mangiare all’italiana. Ho cercato di fare tutto il possibile, c’era un bel gruppo affiatato anche con lo staff tecnico e andò tutto per il meglio”

I norvegesi furono sportivi ma la notte della vittoria successe qualcosa…
“Qualche tifoso norvegese rubò dal nostro balcone la bandiera italiana”

Come avvenivano le convocazioni degli azzurri?
“La selezione veniva fatta osservando le gare nazionali e quelle di Coppa Europa. Veniva formata una squadra allargata per poi scegliere i migliori, soprattutto quelli più adatti alle diverse tipologie di gare. Perché uno può fare bene la 50 km, ma male la staffetta dove ogni atleta deve correrne 10”

Chi è stato il suo atleta preferito?
“Maurilio De Zolt, un ragazzo fatto alla sua maniera. Un cadorino che non disdegnava il bicchiere di vino. È stato il più grande che ho avuto, quello che ha vinto di più. Con lui avevo un rapporto splendido, anche se non era semplice gestirlo perché lui faceva sempre quello che voleva. Ma io ho avuto rapporti buoni con tutti, come fossi un padre di famiglia che non voleva mai essere dispotico. De Zolt ha dato popolarità al nostro sport. Quella generazione è stata fantastica, alla partenza erano tutti col sorriso perché sapevano di essere forti”

Vede ancora i suoi ragazzi?
“Quando ancora guidavo l’auto andavo spesso a trovarli, magari per un pranzo al ristorante. Ora è tutto più difficile. Sono passati molti anni… e troppo velocemente”

Un’altra gara che le è rimasta nel cuore?
“Albarello vinse la 15 km ai campionati del mondo in Germania, sci nordico a tecnica classica. Noi dello staff lo abbiamo affiancato per due km per incoraggiarlo e alla fine vinse di poco”

Parliamo anche di un pioniere come Franco Nones?
“È stato un grande atleta che ha vinto in un periodo in cui l’Italia non conosceva lo sci di fondo. Fu meravigliosa la sua gara del 1968, allora esisteva solo la tecnica classica. Tipo simpaticissimo con cui è bello parlare di sport”

E le donne?
“Un tempo in federazione non le volevano. Poi il presidente Gattai mi propose di allargare la squadra alle donne. Per poter far bene tutto, delegai il compito al mio amico Camillo Onesti con cui sempre ci siamo scambiati idee”