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Tutti i dubbi degli Usa sull’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk: dall’ultima torsione del capitalismo alla libertà di espressione

L'uomo più ricco del mondo controllerà uno dei più potenti strumenti di comunicazione globali. Così l'America riflette sui cambiamenti del capitalismo americano e altri si chiedono come cambierà la libertà di espressione su Twitter. E anche alla Casa Bianca non sembrano felicissimi

“È un accordo pericoloso per la nostra democrazia”. Così la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, reagisce all’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk. Si moltiplicano negli Stati Uniti le prese di posizione nei confronti dell’operazione, e la gran parte di queste sono negative. Preoccupa soprattutto una cosa: l’uomo più ricco del mondo controllerà uno dei più potenti strumenti di comunicazione globali. Alcuni riflettono sui cambiamenti del capitalismo americano. Altri si chiedono cosa cambierà della libertà di espressione su Twitter. Anche alla Casa Bianca non sembrano felicissimi. “Non importa chi possieda Twitter, il presidente è da sempre preoccupato per il vasto potere delle piattaforme di social media”, spiega la portavoce di Joe Biden, Jen Psaki.

Twitter ha, negli Stati Uniti, circa 77 milioni di utenti (a livello globale, sono 217 milioni). La piattaforma è quindi uno dei più larghi e inclusivi mezzi di comunicazione a disposizione degli americani. Su Twitter ci sono i politici e le celebrità, da Barack Obama a Justin Bieber (c’era anche, attivissimo, Donald Trump, prima di essere bloccato per messaggi considerati come incitamento alla violenza). Ma su Twitter c’è anche un’immensa massa di persone che qui attinge le sue informazioni, si scambia opinioni, discute. Se altrove, per esempio in Italia, la piattaforma resta uno strumento limitato a certe fasce di popolazione, negli Stati Uniti il suo utilizzo è molto più popolare e diffuso. Lo ha del resto riconosciuto lo stesso Musk, che annunciando l’acquisto ha scritto: “Twitter è la nostra piazza digitale, dove questioni vitali per il futuro dell’umanità sono discusse”. Musk lo ha scritto tra l’altro proprio su Twitter, dove ha un immenso seguito, 85 milioni di followers, e dove si scatena con i suoi commenti, le sue tirate, i suoi progetti e idee.

Il primo tema di dibattito, e di preoccupazione, è quindi questo. Twitter può essere governato come una qualsiasi public company, il cui board pensa essenzialmente a massimizzare i guadagni degli azionisti? La risposta che molti danno, ovviamente, è no. In quanto immensa “piazza digitale”, Twitter ha un valore pubblico che altre aziende non hanno. Non è infatti in gioco soltanto il futuro dei dipendenti Twitter, o gli investimenti pubblicitari di chi sceglie Twitter per le proprie strategie di comunicazione. In gioco ci sono gli interessi di milioni di utenti che attraverso Twitter si informano, comunicano, esercitano il loro diritto di cittadinanza. “Il board avrebbe dovuto considerare l’interesse di stakeholders come i dipendenti e gli utenti Twitter nel valutare il valore di lungo termine dell’azienda”, ha detto al New York Times Lenore Palladino, che insegna economia alla University of Massachusetts, Amherst.

Il fatto è che la dottrina legale statunitense negli ultimi decenni si è trasformata e ha finito per privilegiare quello che è definito “primato degli azionisti”: in altre parole, l’unico obbligo che un board ha è quello nei confronti degli azionisti, dei loro interessi, del loro portafoglio. In questa direzione sembra essersi mosso lo stesso board of directors di Twitter, se si guarda a quanto annunciato da Bret Taylor, chairman della società. “Ci siamo focalizzati sul valore, certezza e finanziamenti” presenti nell’offerta di Musk, ha spiegato Taylor, aggiungendo che l’operazione assicurerà “un sostanziale premio in cash”. Nessun riferimento ai milioni di utenti per cui Twitter è la “piazza digitale”. Nessun riferimento al valore pubblico e “sociale” della piattaforma. Il futuro appare anzi incerto, a detta degli stessi dirigenti della società. “Una volta che l’affare è chiuso, non sappiamo in che direzione la piattaforma andrà”, ha detto ai dipendenti Parag Agrawal, chairman di Twitter.

Ha scritto Robert Reich, ex segretario al lavoro di Bill Clinton e tra i critici di questa operazione: “In America siamo passati da un capitalismo degli stakeholder, dei soggetti interessati, in cui lavoratori e comunità avevano un potere nelle scelte delle corporations, a un capitalismo degli shareholder, degli azionisti, in cui l’unico obiettivo delle corporation è massimizzare l’entità dei ricavi”. Il processo non è ovviamente nuovo, ma è cresciuto e si è consolidato negli ultimi decenni. Fino a fine Anni settanta, Opa ostili come quella di Musk su Twitter erano rare e limitate da una serie di regolamentazioni. La deregulation dei mercati, a partire dagli Anni ottanta, ha lasciato libero corso ad acquisizioni di aziende in difficoltà, alla loro ristrutturazione (con taglio di costi e di forza lavoro) e quindi alla loro ricollocazione sul mercato, con immensi guadagni per i cosiddetti raiders, i promotori di operazioni di questo tipo. Twitter non è, ovviamente, un’azienda in difficoltà (per fine 2023, prevede anzi di raggiungere 315 milioni di utenti) e Elon Musk ha detto di volerla rilanciare. L’operazione però, secondo i critici, ricorda proprio i raiders degli Anni ottanta: attenzione esclusiva agli aspetti finanziari, nessuna preoccupazione per il valore umano e sociale dell’azienda.

Collegata ai temi più finanziari e di capitalismo democratico, c’è poi l’altra questione che preoccupa molti: quella del free speech, della libertà di espressione. Elon Musk si è sempre dichiarato alfiere di una pressoché totale libertà di espressione. Nel passato ha anche criticato Twitter per la scelta di mettere al bando quegli account che vengono meno alle regole di conversazione della community. Alla TED Conference che si è tenuta a Vancouver a inizio aprile, Musk ha detto che “è molto importante che ci sia un’arena inclusiva per il free speech… è importante che le persone sentano di poter parlare liberamente entro i confini della legge”. Non sempre, quando chiamato in causa in prima persona, Musk ha rispettato questo impegno. Il padrone di Tesla è personalità esplosiva e capricciosa, ha spesso usato Twitter per insultare i suoi avversari (solo la settimana scorsa ha ridicolizzato Bill Gates per la sua “pancia da birra”, dopo che Gates aveva detto di aver scommesso contro l’aumento delle azioni di Tesla) e non si è fatto problemi a bloccare gli account critici nei suoi confronti. Celebre è il processo che l’ha opposto a un operatore sociale inglese che aveva partecipato al salvataggio di una squadra di giovani calciatori tailandesi, bloccati in una grotta, e che Musk ha definito “pedo guy”.

Il timore è dunque quello di cosa avverrà alla libertà di espressione, una volta che Elon Musk sarà in totale controllo. Sarà possibile criticare operazioni in cui Musk stesso è coinvolto, o che mettano in discussione il potere delle Big Tech? “Spero che i miei peggiori critici restino su Twitter, perché questa è la vera libertà di espressione”, ha detto Musk lunedì, dopo l’annuncio dell’acquisizione. Ma non c’è, per l’appunto, alcuna garanzia che questo avverrà. Negli Stati Uniti è il Primo Emendamento che protegge la libertà di espressione, ma questo vale anzitutto e soprattutto per i soggetti pubblici. Non c’è nulla che obblighi Musk, privato cittadino che controlla un’azienda di comunicazione, a mantenere totalmente aperti i canali di quella comunicazione. C’è poi un’altra ragione di preoccupazione. Musk ha detto di “non aver comprato Twitter per farci i soldi”. La dichiarazione appare lodevole, ma potrebbe avere conseguenze impreviste. Se il fine aziendale fosse quello del profitto, Musk avrebbe tutto l’interesse ad aumentare i membri della comunità, tenendo fuori dalla piattaforma elementi di disturbo, estremismi, controversie che allontanano altri utenti e investimenti pubblicitari.

E invece, per l’appunto, non sembra così. Il rischio che alcuni paventano – in questo senso va letto il giudizio preoccupato della NAACP, la “National Association for the Advancement of Colored People” – è che Musk voglia ridare voce e visibilità a quel mondo di destra radicale, eversiva, razzista, golpista che Twitter aveva bannato dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio, e che potrebbe essere ora reintegrata. Il pensiero di tutti, ovviamente, va proprio a Donald Trump, bandito l’8 gennaio 2021. L’ex presidente fa saper di “non voler tornare su Twitter” e di stare benissimo su Truth, il social da lui creato. Ma alcuni fanno notare che Truth è per il momento un completo fallimento, funestato da problemi tecnici di ogni genere e usato a malapena dallo stesso Trump, che ci ha postato uno striminzito messaggio ai fan: “Get Ready!”, state pronti. L’ex presidente, soprattutto in vista di una possibile ricandidatura alle Presidenziali 2024, potrebbe dunque essere tentato da un ritorno sulla piattaforma che lo lanciò nel 2016 e che Elon Musk dice di voler riaprire al “libero discorso di tutti”.