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Israele, nuovi attentati da parte dell’Isis: un tentativo di rigetto alla normalizzazione

di Claudia De Martino

Dopo una lunga stagione di stabilità interna e pace che perdura fin quasi dal biennio 2015-2016 – ultimo anno degli attacchi al coltello da parte di “lupi solitari” palestinesi – e dopo un periodo di successi diplomatici internazionali costellato da accordi con i paesi arabi della regione (tra cui l’ultimo summit del Negev con i Ministri degli esteri di Bahrein, Marocco, Egitto e Emirati Arabi Uniti per la costruzione di un’architettura regionale di sicurezza), Israele si è ritrovato nuovamente investito da un’ondata di attentati che ha causato 11 morti in una sola settimana.

Gli attacchi terroristici hanno spiazzato la sicurezza e l’opinione pubblica israeliana per due ragioni: la prima è che non erano stati previsti dall’intelligence, che ha sottovalutato l’entità della minaccia, e la seconda è che due su tre sono stati perpetrati in nome dello Stato islamico, una sigla terroristica della jihad internazionale che fino ad ora aveva attecchito poco nella società palestinese, tradizionalmente rappresentata dalle tre grandi formazioni militari della jihad islamica, delle Brigate al-Quds e di quelle Tanzim. Inoltre, due su tre degli attuali attentati sono stati compiuti da cittadini di Israele, con cui già nel maggio del 2021, in occasione dello scoppio dell’ultimo conflitto con la Striscia di Gaza e dell’operazione militare “Guardiani delle Mura”, vi erano state tensioni interetniche, senza però che l’argomento della convivenza civile all’interno di Israele e dell’ampia circolazione di armi nella società arabo-israeliana venisse affrontato dalle autorità statali e di polizia. Adesso, molti israeliani lamentano che quelle avvisaglie siano state trascurate e accusano il governo di essersi impegnato troppo poco sul “fronte interno”.

È possibile che si stia assistendo all’inizio di una terza intifada, che riporti indietro le lancette del tempo ai terribili anni della seconda (2000-2005) in cui persero la vita mille israeliani e tremila palestinesi? In un periodo sensibile dell’anno – compreso tra la commemorazione della Giornata della Terra (il 30 marzo), l’inizio del Ramadan il 2 e la settimana della Pasqua ebraica tra il 15 e il 23 aprile – non è possibile escludere un’escalation di attentati solitari da parte di giovani non affiliati ad alcun partito, tesa a riportare la questione palestinese all’attenzione internazionale, ormai offuscata dalla guerra in Ucraina e marginalizzata dagli Accordi di Abramo (2020). Molti osservatori hanno sottolineato il colpevole silenzio dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) sull’invasione russa.

Tuttavia, molti analisti concordano sul fatto che le condizioni siano sensibilmente diverse oggi, dal momento che gli attentati sono opera di una minoranza frammentata e poco politicizzata, il cui operato non trova l’appoggio né dell’opinione pubblica arabo-israeliana, né dell’Autorità Nazionale Palestinese né di Hamas, interessata a non seminare il caos nuovamente in un momento in cui, lontano dai riflettori dei media, è in atto la ricostruzione della Striscia con la collaborazione di Egitto e Qatar. Quest’ultimo ha infatti appena promesso 360 milioni di dollari di investimenti in benzina e produzione di energia elettrica, oltre a 100 milioni di aiuti alle famiglie bisognose e l’ottenimento di 30 mila permessi di lavoro in Israele. Non è un caso che quest’anno, per le celebrazioni della Giornata della Terra, Hamas abbia annunciato che le manifestazioni si sarebbero tenute al porto di Gaza, lontano dalla barriera difensiva, per evitare tensioni al confine.

Gli interessi di Hamas a una tregua non sono tuttavia l’unico elemento di differenza rispetto al 2002. Nel nuovo governo israeliano di coalizione nazionale siedono due rappresentanti arabi, Esawi Frej, deputato del partito della sinistra sionista Meretz e Ministro per gli affari regionali, e Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am, vice-portavoce della Knesset, che, pur appartenendo a due tradizioni politiche opposte, si sono entrambi premurati di condannare fermamente gli attentati, così come ha fatto anche l’Anp di Mahmoud Abbas.

In definitiva, tutte le voci istituzionali del mondo palestinese si sono espresse a condanna degli attacchi, che hanno ucciso anche una guardia di frontiera drusa, e l’opinione pubblica arabo-israeliana teme che essi possano deragliare un processo di sviluppo e integrazione tra arabi ed ebrei che si è approfondito negli ultimi venti anni e al quale un’ampia maggioranza di palestinesi d’Israele non intende rinunciare. Questa crescente fiducia nel sistema-paese si evince anche dai dati contenuti nell’ultimo rapporto dell’Israeli Democracy Institute (Idi) rispetto a istituzioni chiave come la Corte Suprema (approvata dal 49% degli arabo-israeliani), la figura del presidente (41%) e addirittura le forze di difesa israeliane (36%), che presentano tutti indicatori al rialzo rispetto ad appena un anno prima (nel 2021 rispetto al 2020).

È indubbio che gli attentati terroristici della scorsa settimana non abbiano l’obiettivo di rilanciare su nuove basi la lotta nazionale palestinese quanto di indebolire quel processo di normalizzazione col mondo arabo in corso tanto all’interno che all’esterno del paese. Non disponendo di un’agenda politica alternativa e non essendo in grado di avviare alcun dibattito costruttivo sulla possibile evoluzione della resistenza palestinese, propongono azioni violente, arbitrarie ed eclatanti sulla falsariga delle indiscriminate carneficine perpetrate in Europa e in altri paesi arabi, con l’unico risultato di cementare un fronte ancora più compatto di israeliani di ogni religione ed etnia alienati dal loro nichilismo di fondo. La speranza è che il Governo Bennet, con le sue componenti di estrema destra dei coloni e incalzato dalla feroce critica dell’opposizione del Likud sulla sua presunta incapacità di mantenere la sicurezza, non cada nella trappola dei terroristi, attuando azioni preventive di sicurezza altrettanto arbitrarie di quelle che avrebbe intenzione di sventare.