Scuola

Concorso docenti, perché bocciare più persone possibile?

Immaginate un girone dantesco appositamente dedicato alla tortura dei precari, fatto di procedure infinite, corsi di formazione a pagamento per avanzare di qualche punto nelle graduatorie, chiamate improvvise per supplenze di poche settimane in ogni angolo della provincia, modifiche continue alle regole del gioco. Ecco, su questo si regge il mondo della scuola italiana. Un mondo talmente ingarbugliato che spesso è comprensibile solo agli addetti ai lavori, mentre agli altri resta solo da constatare che qualcosa dell’intero sistema continua a non funzionare.

La beffa più grande si sta consumando in queste settimane. Lontano dalle cronache, oltre quattrocentomila persone (di cui il 30% è under 30) stanno partecipando al concorso ordinario per docenti delle scuole secondarie. È una procedura attesa da tanti anni (ricordo ancora le promesse dell’ex ministra Valeria Fedeli a fine 2017, quando disse “il concorso per i neolaureati si farà tra febbraio e marzo”), importante non solo per chi punta direttamente a vincere una delle cattedre messe a bando, ma anche per chi – superando la prova – può ottenere l’abilitazione all’insegnamento e dunque avere molte più chance di ricevere una supplenza annuale all’inizio dell’anno scolastico. Sempre precari, insomma, ma almeno con i piedi su un terreno un po’ più solido.

Ebbene, il ministero aveva intenzioni ben diverse. Tasso di bocciatura altissimo, domande cavillose, programmi poco chiari e un nozionismo vecchio stampo che nulla ha a che fare con le capacità che un insegnante dovrebbe avere. “Merito” anche del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta che ha modificato le regole del bando mesi dopo la scadenza delle iscrizioni, sostituendo prova preselettiva (su cui molti si stavano già preparando) e quesiti a risposta aperta con un quiz a risposta multipla. Da anni la chiamano “scuola delle competenze” su qualunque documento ufficiale, poi ci chiedono di fare Filosofia a crocette. Coerente.

Ho raccontato la mia esperienza sul Fatto Quotidiano. Perché bocciare più persone possibile? La risposta che mi sono data è che evidentemente fa più comodo tenerci parcheggiati nelle graduatorie, da chiamare quando serve e da pagare dopo mesi di attesa, anziché inserirci a pieno titolo nella macchina della scuola. Permettere a più persone di abilitarsi, infatti, vorrebbe dire aumentare le fila dei precari sindacalizzati che, in quanto tali, vanno ascoltati, rappresentati e stabilizzati. Insomma, un circolo vizioso che nessun governo finora è riuscito a spezzare creando una procedura di reclutamento dei docenti organica e fissa nel tempo.

Intanto, secondo i dati Ocse-Pisa 2017 sul benessere degli studenti, l’ansia scolastica in Italia continua a salire e supera di gran lunga quella dei coetanei europei, costituendo una barriera per la soddisfazione generale degli adolescenti nei confronti della loro vita; gli stereotipi di genere ancora condizionano fortemente le ragazze e le loro scelte di carriera, generando sfiducia e insoddisfazione; secondo Unicef in Europa nove milioni di ragazzi tra i 10 e i 19 anni convivono con un disturbo mentale, in Italia oltre il 16% degli adolescenti. Gli insegnanti sono preparati a questo scenario, o ci interessa solo che conoscano a memoria le date della guerra franco-asburgica?

La scuola non ha bisogno solo di nozioni, altrimenti basterebbero i manuali per formare le future generazioni. La scuola ha bisogno di passione, di empatia, di impegno civile, della costruzione di pensiero critico e capacità di ragionamento. Tutte caratteristiche che chi sogna di insegnare rischia di perdere, esasperato, sulla strada del precariato.

Tornando al concorso, l’assurdità sta nel fatto che chi risulta insufficiente al test, continuerà comunque a insegnare nelle classi, proprio come tanti hanno testimoniato sui social e nelle community della scuola. Sono le stesse persone che vengono già chiamate per le supplenze, che faranno lezione su quegli stessi argomenti, retribuite dallo stesso Ministero che le ha giudicate non idonee a fare il lavoro che già fanno. Ripeto, sembra un canto dell’Inferno di Dante, ma è la nostra quotidianità.